Io li odio, ma sportivamente parlando. Odio i romanisti, odio parlare con loro di calcio, odio dovermi sincerare che abbiano perso la loro partita prima di poter esultare per la vittoria della nostra, odio ricordargli perché tifo Lazio, che possono essere la squadra che uno straniero si mette a tifare quando viene in città ma che noi rimaniamo i primi, ricordargli “coppanfaccia” per farli stare zitti, odio andare allo stadio e vedere quelle maglie rosse che sono costrette a mischiarsi con noi celesti, odio entrare allo stadio al derby e vedere la loro curva piena e quindi cercare di urlare più di loro per coprire i cori giallorossi, che non mi piacciono, li odio.
Ma sportivamente parlando.
Perché il calcio è amore, amore per i propri beniamini, per la propria squadra, è avere il tatuaggio della propria fede, organizzarsi la vita in base agli impegni del club preferito, ma è anche odiare, sportivamente parlando, gli avversari, quelli di sempre, quelli di troppo, che proprio non puoi sopportare.
Il calcio è anche odio, ma sportivamente parlando.
Fuori dal campo, dalle discussioni del bar, dopo aver mandato a fanculo l’amico romanista che continua a sostenere che loro meritavano di vincere e noi gli abbiamo rubato il pareggio l’odio finisce, deve finire.
Sappiamo tutti cosa è successo ieri, un evento che sicuramente ha scosso milioni e milioni di persone che sono cresciute giocando a calcio, sognando di diventare calciatori, che hanno dato la vita al calcio o che semplicemente si sono sentiti dire “ma che sei Maradona?”. Un pezzo di calcio se ne è sicuramente andato insieme a lui, ma, al di là delle prodezze sul campo e dei suoi goal che passeranno alla storia, qualcosa può anche rimanere. Una foto in particolare mi ha colpito, una foto che racconta molto di più e che sintetizza come l’odio debba fermarsi allo sportivamente parlando, l’amore può andare oltre. Il condividere una fede, che sia anche per la squadra sbagliata, odiosa, ma che è una fede simile alla tua, il riconoscere il talento, la genialità, la grandezza degli altri, il rendersi conto che dentro allo stadio l’odio, sportivamente parlando, esiste, fuori no.
Un tifoso del Boca Juniors, un altro del River Plate, le due squadre che più si odiano al mondo, sportivamente parlando, che si abbracciano e si consolano. Due tifoserie che, purtroppo, sono state più volte protagoniste di un odio andato oltre l’ambito calcistico e consumato tra le strade argentine a rappresentanza di uno spaccato sociale che caratterizza i due quartieri di Buenos Aires, che stavolta si uniscono nella tristezza. La scomparsa di un genio del calcio come Maradona ci ha regalato un momento di sport che non può essere dimenticato, al pari delle sue prodezze, un momento che trascende dalla rivalità calcistica e rimanda a quell’umanità che troppo spesso nel calcio si è persa. Troppo spesso nel calcio ci si dimentica che i tanto odiati avversari sono tifosi come noi, scemi, stupidi, idioti, perché comunque è assurdo tifare quell’altra squadra, dai, però la vivono con la nostra stessa passione.
E quindi che senso ha portare l’odio fuori dallo stadio, dal campo, quando in fondo siamo tutti patologicamente malati dello stesso sport, delle stesse prodezze, degli stessi talenti che ci fanno sognare allo stesso modo?
Per questo motivo vorrei abbracciare un romanista, proprio come i due tifosi che si odiano, sportivamente parlando, fanno per consolarsi della morte di Maradona. Ecco, vorrei abbracciare un romanista dopo avergli esultato in faccia per un derby vinto, dopo aver rosicato per un derby perso, dopo averlo sfottuto o dopo averlo insultato, perché il calcio questo è.
Amore, tanto e spropositato. Odio, tanto e spropositato, sportivamente parlando.
Fuori dalla stadio, invece, ma che ci dobbiamo insultare? Offrimi una birra piuttosto, amico romanista, che m’è venuta una sete…
