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Un piano inclinato di nome Mauro Zarate

Era otto anni fa, ormai. Zarate veniva da una stagione discreta, la sua terza alla Lazio: 9 gol, 8 assist. Non male, anche se con Reja il rapporto non è mai sbocciato. Ricordo, comunque, di essermi parecchio infervorato con lo stesso Edy (che mi perdonerà) e con chiunque osava rivolgersi al mio idolo con la nomea di pippa. Cazzo, pensavo, ha segnato più del tanto decantato Lavezzi. Ha preso per mano una squadra di cui era il riferimento qualitativo insieme a Hernanes, non scherziamo. Ne ero sicuro: Mauro stava tornando Maurito. Tant’è che, in un momento d’ispirazione giornalistica da quindicenne sbarbato, al successivo ritiro di Auronzo di Cadore ho passato qualche ora piacevole – senza volgari doppisensi – con Luis Ruzzi. Un tipo strano, l’agente del Diez, simpatico. Aveva un mignolo storto, un po’ da brividi. In ogni caso era stato chiaro, faccio un riassunto che la memoria è un po’ arrugginita: Mauro ama la Lazio, vuole restare, ne parleremo con Lotito.

E infatti, l’ultimo giorno di mercato Zarate firma con l’Inter. Un prestito che praticamente aveva già il sapore di un addio. In bilico tra un vaffanculo a Ruzzi e uno a quel quindicenne illuso, mi apprestavo già a dimenticare il mio primo amore per sposarne un altro: Djibril Cissè. Quando c’era da fare la scelta giusta, io ho fatto sempre la scelta sbagliata insomma.

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Fa ancora male.

Il piano inclinato

Parlare della parabola discendente di Zarate alla Lazio sarebbe ripetitivo e riduttivo, quindi non inizierò da lì. Quella dell’argentino è stata un’intera carriera di alti e bassi, di colpi di genio e colpi ricevuti. In tutti i sensi. In poche parole, uno spreco di talento. Un rimpianto per – quasi – ogni tifoso che ha avuto l’onore di ammirarlo con la maglia della propria squadra del cuore. A 32 anni compiuti lo scorso marzo, Mauro è ancora in piena attività. Ma, senza neanche esagerare, si potrebbe parlare della sua vita da calciatore già al passato. Perché è come se ne avesse vissute 7, come i gatti, o meglio 11, come le casacche che ha cambiato.

Dunque, per rendere ancora di più l’idea dell’infinita escalation di colori e maglie diverse che ha vestito, andremo con disordine. Lo faremo seguendo quello che si potrebbe definire un piano inclinato, su cui Maurito è salito e sceso più volte nel corso della carriera. Fino a diventarne esperto. Fino a renderlo un esercizio di stile. E io, che di fisica non ci ho capito mai niente, non ho potuto fare a meno di restarne affascinato. Casualmente, tutto inizia (e in qualche modo finisce) con il Vèlez.

Che fine ha fatto Zarate?

Partiamo dalla fine, che vi vedo preoccupati. Che fine fatto, come sta Zarate? Bene, tutto sommato. In questo momento Mauro vive la sua undicesima vita, un momento felice in cui, però, si appresta a scivolare inesorabilmente verso l’ultima discesa dell’ultimo piano inclinato della sua carriera. Lo sta facendo col sorriso e la coscienza di chi alla sua età, e dopo un percorso non certo semplice, ha trovato posto in uno dei club più importanti d’Argentina.

Il Boca.

Il problema è che a Buenos Aires esistono 7 squadre, più o meno importanti, più o meno rivali. Zarate passa dal Vèlez al Boca Juniors nel luglio 2018, che non è come farlo dal River Plate, ma poco ci manca. Anche perché, quella di Maurito è una vera e propria pugnalata alle spalle. L’argentino è stato allevato dai biancoblu fin dalla tenera età. Lì è diventato prima uomo, poi calciatore. Lì, nel Vèlez, Zarate ha trovato sempre una porta aperta nei momenti più bui della sua carriera. Solo sei mesi prima, infatti, era stato proprio il club del suo cuore a prenderlo per i capelli e a riportarlo in cima al piano inclinato. Era scivolato in basso, Mauro, ancora una volta aveva toccato il fondo dopo la rottura del crociato durante la brevissima esperienza al Watford. Il Vèlez lo ha coccolato, lui ha ricambiato con 8 gol in 13 partite. Ma quando il suo acquisto a titolo definitivo era cosa fatta, El Diez ha scelto i soldi e il blasone del Boca.

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Beh, un pochino sì.

Il Vèlez

Come già anticipato, per entrare nel mondo di Mauro Zarate bisogna prima sfondare la porta con su scritto “Vèlez”. Perché, escluso quell’anno di Lazio che noi tutti conosciamo, il suo meglio Maurito l’ha sempre mostrato nel club che gli ha dato i natali calcistici. La croce e delizia della sua carriera, iniziata ufficialmente tra i grandi nella stagione 2005/06. Le prime sgaloppate accovacciato sul pallone, i primi gol dalla sua mattonella con quel destro a giro sul secondo palo. Lampi di talento puro che potete ammirare in questo video sgranato e montato con un’improbabile canzone di un improbabile Gigi D’Alessio argentino come colonna sonora. Comunque, il tutto era condito da questi capelli:

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Bellissimi.

Ma Zarate è uno pragmatico. A lui non interessa la fama, non gliene frega niente di diventare l’idolo del suo popolo né di far bagnare le chicas di mezza Buenos Aires. Come dite? Il suo cuore è smosso solo dalla passione per el fùtbol? Nah, a Zarate interessano i soldi. Ecco perché, a seguito di 22 gol in 75 presenze e una non indifferente strage di belle ragazze (dopo averlo visto con quei capelli avete forse dei dubbi?), Maurito vola direttamente a Doha, in Qatar. Facendo due conti, l’argentino sposa i petroldollari dell’Al-Sadd con circa una quindicina d’anni d’anticipo rispetto agli illustri colleghi che in Medio Oriente – che poi non era altro che la Cina di oggi – decidevano di passare in villeggiatura gli ultimi sospiri di una lunga carriera. Zarate sceglie di farlo a 20 anni, perché sì, è un tipo pragmatico. Ve l’ho detto. Ma va ammesso, per onor di cronaca, che i 15 milioni versati sul conto del Vèlez hanno aiutato la stessa dirigenza argentina ad accettare di buon grado la partenza dell’idolo d’El Fortìn.

Ed è qui che inizia la discesa di Maurito sul piano inclinato. Rallentata parzialmente con il prestito al Birmingham arrivato nel gennaio successivo, e fermata, almeno per un anno, da quella prima stagione alla Lazio che a guardarla a 10 anni di distanza cozza tremendamente con il resto della sua storia. Una sorta di d’orata e incoerente eccezione, ma ci arriveremo.

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Per ora andiamo avanti veloce, fino a quell’ultimo giorno di mercato in cui il mio cuore si è spezzato. Maurito firma con l‘Inter (2011/2012), ma tre gol e tre assist in 31 presenze non possono valerne il riscatto e, quella che era ormai diventata la versione opaca e impolverata dello Zarate Kid ammirato a Roma, rientra mestamente nella Capitale. Il punto più basso, quello in cui Mauro annuserà da vicino l’odore del baratro, è rappresentato proprio dalla stagione successiva. Quella del 26 maggio. Il presidente non fa sconti: per lui, in fondo, ha speso 20 milioni. Quindi Zarate resta. Da separato in casa, ma resta. E, solo un anno e mezzo prima, immaginarsi il numero 10 fuori rosa era pura utopia, un pensiero malsano divenuto realtà in una delle annate più belle dell’era Lotito.

Sette presenze (6 tra preliminari e girone di Europa League) e persino 1 gol quell’anno, poi è il Vèlez a salvarlo, dandogli una seconda chance nell’estate 2013. Maurito è una furia e segna 20 gol al ritorno in patria. È bastata una sola stagione per viaggiare un’altra volta sulla cresta dell’onda, sarà l’aria di casa. Ma in 7 anni le cose non sono cambiate. Quella maglia biancoblu continua a stargli stretta. Zarate sente di poter essere di più di una sfigatissima meteora in Europa e, forse (senza forse) peccando di poca riconoscenza, dopo un solo anno saluta nuovamente amici e famiglia per approdare al West Ham.

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Nice pic from today!!!!

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Un disastro

Non fatevi ingannare dall’immagine qui sopra, in quel collage ci sono probabilmente tutte le esultanze di Zarate con gli Hammers. In tre stagioni nel vecchio continente Mauro colleziona quattro squadre (West Ham, QPR, Fiorentina, Watford), 62 presenze e 14 gol. Una media di per sé non orribile, ma che nulla ha a che vedere né con quanto è sempre stato in grado di dare nel Vèlez, né con la sua copia, ormai morta e sepolta, che qui a Roma ci ha fatto stropicciare gli occhi per tutto il 2008/09. Della rottura del crociato e del nuovo ritorno a El Fortìn abbiamo già discusso, nel mezzo è giusto citare la breve esperienza a Dubai tra le fila dell’Al-Nasr, che le vecchie abitudini fanno sempre tanta fatica a sparire del tutto.

Quindi lo considero un disastro. Perché forse sono un tipo romantico, e non credo che ogni cosa possa dipendere dai soldi. Non solo, almeno. Credo invece che questi continui salti da una maglia all’altra non siano stati altro che la manifestazione di un tormento, intimo e nascosto, che Maurito si è trascinato fin dagli albori della propria carriera. Zarate non ha mai saputo reggere le pressioni generate dal suo estro, superiore alla media. Per questo è scappato in Qatar a 20 anni, per questo ha scelto di non imporsi nel Vèlez nonostante club e tifosi l’abbiano accolto a più riprese nel corso degli anni, quando nessun altro l’avrebbe fatto.

Mauro ci ha provato a sfondare, ma ha sempre fallito. È crollato, semplicemente. Dunque non mi stupisco del suo tradimento, inspiegabile a vederlo da fuori, per sposare il Boca. A 32 anni, dopo aver girato il mondo in lungo e in largo, posso capire un uomo la cui volontà è quella di sentirsi importante in un club importante, senza però dover essere fondamentale.

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🤙〽️

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Maurito

Suona come un errore. Una macchia splendente in mezzo alla sua carriera. Ragionando con la testa e non con il cuore, per me è difficile definirla in altro modo. Quella stagione magica, culminata con la Coppa Italia alzata contro la Samp, non era reale. Ci siamo innamorati di un fantasma senza saperlo. Eppure ricordo il brivido, come fosse ieri, come fosse adesso. Quando Maurito prendeva palla e sapevi che non l’avrebbe passata – inguaribile egoista, ma sapevi anche che avrebbe potuto farci di tutto – inguaribile fenomeno. “Con questa maglia non c’ho paura di niente”, si dice. Io, cresciuto a pane e Mourad Meghni, con Zarate in campo non avevo paura di niente. Una sensazione mai provata fino a quel momento, e so che tanti miei coetanei saranno d’accordo con me.

Che fosse un derby, una partita a San Siro contro il Milan di Kakà o l’Inter di Mourinho, per la prima volta mi sentivo spavaldo al fischio d’inizio. Fiero lo sono sempre stato, ma il timore misto alla consapevolezza di prendere un’imbarcata di lì a poco ha sempre accompagnato i miei pre-partita. Invece Zarate ci dava una chance, e di quei tempi era tanta roba.

Per questo poi ci ha fatto male, a quelli della nostra età. È stato il nostro primo amore calcistico, o almeno, il primo amore calcistico che sapesse fare più di due palleggi in fila. FrociopeZarate era il nickname di quasi ogni tredicenne truzzo e laziale ai primordi dei social, tipo Netlog, o nei vari blog ormai estinti. Comunque. Quel fomento totale è sparito nell’arco di un’estate. Perché il suo è stato sì, un lento declino generato percorrendo uno dei tanti piani inclinati della sua carriera, ma al contempo è stato pure netto, brusco, senza troppe spiegazioni. Dopo la coppa vinta da solo contro la Sampdoria, Maurito si è dissolto nell’etere delle nostre illusioni. Niente di più.

In quello che per me è stato l’atto conclusivo di quel sogno chiamato Maurito, io c’ero. Insieme ad altri 17.999 fortunati. Preliminare di Europa League, Lazio-Elfsborg 3-0. Zarate segna il raddoppio, a memoria l’ultimo gol di sempre dalla sua mattonella. Poi una stagione anonima, in cui Mauro, anche fisicamente, era tanto di più lontano da quanto avevamo visto un anno prima. Sembrava più basso, tozzo, troppa palestra, si diceva. Comunque era sparito e, alla fine, probabilmente aveva ragione Reja a punzecchiarlo anche dopo la discreta stagione successiva.

Zarate amava la Lazio, la ama tuttora immagino, ma le aspettative e le pressioni lo hanno ingabbiato e reso impotente, incapace di trascinare ancora quei colori che da solo aveva portato in vetta. E questo è stato il cruccio della sua storia da calciatore. Dobbiamo accettarlo, quindi, Maurito è stato solo un bellissimo errore in mezzo a una carriera normale.

Eppure, non sono mai stato così tanto felice di sbagliare in vita mia.

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