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Un laziale in Botswana

“Aaaaaa zvegna, babari bibaba”, sono piuttosto sicuro che le parole non siano queste, ma “Il Cerchio della vita” risuona forte in una calda giornata di agosto. Un laziale in Botswana, sembra il principio di una barzelletta, eppure è una storia vera. Che non sia stata un’estate semplice per il tifoso biancoceleste mi sembra abbastanza evidente. Tra Ciro che non dava certezze sul suo futuro, le voci intorno a Luis, ma soprattutto lo stalking costante subito da Sergio. Il mio Sergio, il nostro Sergio. Tutti su Milinkovic, neanche fosse la Marylin Monroe serba. Anche meno ragazzi, dai, controllatevi. Insomma partire per l’Africa, dove non ci sarebbe stato uno straccio di connessione Internet, con questi presupposti, sembra una totale agonia, eppure è stata l’esperienza più bella della mia vita. Ma dov’è il Botswana? Ma cos’è il Botswana?

E un bel giorno ti accorgi che esisti
Che sei parte del mondo anche tu
Non per tua volontà. E ti chiedi chissà
Siamo qui per volere di chi 

 

Domande legittime. Il Botswana si trova appena sopra il Sud Africa, ed è considerato uno degli stati africani più benestanti. Non dico ricchi, perché il concetto di ricchezza lì è molto diverso dal nostro. Il tridente d’attacco della loro economia è: diamanti come punta centrale, non Alino mi spiace deludervi, con carne e ovviamente turismo sulle fasce. La guida ci ha detto che in Botswana ci sono più elefanti che uomini, anche se a me sembra piuttosto inverosimile.

Ho incontrato tante persone. Molti mi hanno parlato della loro passione per il calcio, di come seguono assiduamente la Premier League. Percorrendo le vie di Maun ho visto un’aquila brillare sul petto di un ragazzo. Mi sono sporto dalla Jeep, gridando a pieni polmoni: “Forza Lazio!”. Lui mi ha guardato rimanendo per un attimo attonito, confuso da quelle parole che evidentemente non aveva compreso, poi ha alzato la mano e mi ha salutato con un sorriso. Volevo chiedergli se sapeva qualcosa di Sergej, ma non ho fatto in tempo.

Poi un raggio di sole ti abbraccia
I tuoi occhi si tingon di blu
E ti basta così, ogni dubbio va via
E i perché non esistono più

Non ho mai visto un cielo come quello africano. Un sole grande e rosso, e così tante stelle da non poterle guardare tutte. La via lattea a fare da contorno a Venere, Marte e Giove. Pianeti così distanti, ma che sembrano tanto vicini. Le notti in tenda, quando sei nella savana, sono pieni di rumori. Ippopotami, scimmie, iene e leoni. Già, leoni.

Per uno che reputa Il Re Leone il più bel cartone di sempre, l’incontro con Simba era il più atteso. Ci ha messo una settimana a farsi vedere, sua Maestà. All’alba del settimo giorno, abbiamo sentito un ruggito in lontananza, e la guida ha cominciato a guidare in stile Gta. Poi, arrivati in mezzo ad alberi secchi ed erba alta, abbiamo visto un branco di Gnu mettersi in fila, schierati come una falange unita, tipo gli spartani in 300. C’erano delle antilopi che sono rimaste pietrificate, con gli occhi sbarrati. E lì, in lontananza, da dietro un masso, è spuntato il leone. Un fascio di muscoli, passo cadenzato e armonico, la criniera che si muoveva al ritmo del vento. E’ passato davanti agli Gnu e alle antilopi senza degnarli di uno sguardo, e posso giurare di aver visto le loro teste abbassarsi. Un segno di rispetto verso il Re.

Simba si è avvicinato alla Jeep, e non ho potuto fare a meno di chiedergli, in un impeto di improvviso coraggio: “Vostra Maestrà, buongiorno. Mi spiace disturbarla appena terminata la colazione, spero fosse di suo gusto, mi hanno detto che i bufali qui sono ottimi” pausa di esitazione, “volevo chiederle se per caso vossignoria avesse notizie sul futuro di Milinkovic. So che Real, United e Chelsea stavano facendo sul serio, e sono un po’ in ansia”. Lui mi ha guardato un attimo, aveva una cicatrice sul naso. Ha continuato a guardarmi, il micione, mi ha fatto l’occhiolino e si è allontanato con un ruggito. Un messaggio piuttosto criptico da parte sua.

E’ una giostra che va questa vita che
Gira insieme a noi e non si ferma mai
E ogni vita lo sa che rinascerà
In un fiore che fine non ha

Il futuro di Sergej è stato nei miei pensieri per quasi tutta la durata del viaggio. Ho incontrato un babbuino una volta, continuava a girarmi attorno, gli piaceva il mio cappello. Ha detto di chiamarsi Rafiki, come quella scimmia schizzata amica di Mufasa. Gli ho chiesto se avesse sentito qualcosa di un giocatore di nome Milinkovic-Savic. Ha tirato fuori una foglia, e l’ha cominciata a consultare come se fosse uno smartphone.

“Ah si, ok, ho capito. Bene bene, tutto chiaro”, parlava da solo fissando quella benedetta foglia. “Allora?”, “Eh si, è stato ceduto. Due giorni fa”, “Ma che dici, dai stai scherzando, come fai a saperlo. Te l’ha detto quella foglia?” ho risposto con voce sarcastica. “Ridi ridi, intanto il tuo Milinkovic se ne è andato e non ritorna più, e con un salto e una risata è salito su un albero.

Poi un soffio di vento ti sfiora
E il calore che senti sarà
La forza di cui hai bisogno.
Se vuoi resterà forte dentro di te

Sono stati giorni duri. Non c’era giraffa o ippopotamo che potesse tirarmi su di morale. Breve excursus: ma quanto sono belli gli ippopotami? Sono così calmi. Non fanno altro che stare a mollo tutto il giorno, alzandosi solamente per mangiare. Praticamente la vita perfetta. Sembrano così ciccioni e morbidi, poi ho scoperto che possono troncare in due un coccodrillo con un morso, e ho evitato di accarezzarli.

Insomma nemmeno loro hanno saputo trovare le parole giuste per risollervarmi il morale. La voce di quel maledetto babbuino continuava a perseguitarmi “Il tuo Milinkovic se ne è andato e non torna più”. Mi sono ritrovato a vagare per la savana senza una meta e senza uno scopo, fino a quando non mi sono imbattuto in un leopardo.

E’ un felino veramente magnifico, il leopardo. Occhi gialli e freddi come il ghiaccio, manto a chiazze con colori che incantano a prima vista. Era tranquillo a prendere il sole su un albero spoglio, ha abbassato lo sguardo e incrociato il mio. “Che c’hai da guardà?” ha gridato con fare minaccioso. “Niente figurati, mica volevo disturbare”, ho risposto, senza cercare di chiedermi per quale motivo nell’universo avesse l’accento romano. Tu sei il laziale, ve? Quello che cercava de sapè il futuro de quel serbo”. “Sì, Milinkovic, ma sinceramente preferirei non parlarne”. “Ah giusto, me l’ha detto Rafiki che ti ha giocato un brutto scherzo. Lo ha detto più o meno a tutti, in realtà”. “Come scherzo scusa”, “ancora non lo sai?” e scoppia in una fragorosa risata. “Ma che te ridi io vorrei sapè”, “me rido, caro laziale, che il Milinkovic ceduto è Vanja, il fratello. E’ andato alla Spal”. Sono rimasto per un attimo interdetto, tra la voglia di urlare di gioia e quella di staccare la testa a quel dannato babbuino. “Mai fidarsi di una scimmia, frate’, fidate”, e con quell’ultima frase mi ha ricordato un vecchio amico. Ci manchi Radja.

Devi solo sentirti al sicuro
C’è qualcuno che è sempre con noi.
Alza gli occhi e se vuoi
tu vederlo potrai
e i perché svaniranno nel blu. 

Insomma alla fine l’ho capito il senso dell’occhiolino di Simba. Sergej non è andato da nessuna parte, e lui lo sapeva, l’ha sempre saputo. In realtà, in fondo in fondo, l’ho sempre saputo anche io. Il viaggio di ritorno è un misto di eccitazione e malinconia. Una nuova stagione alle porte, ma ciò che ti lasci indietro non può esserti indifferente. Un’esperienza così delirante da restarti dentro per sempre. Un paese così bello e fiero, da farti riflettere su molte cose che stanno accadendo a casa tua. Un viaggio per mostrarti la vita e il mondo sotto una luce diversa, ma sempre laziale. Perché quella Lazio dentro non si può estirpare, e l’aquila che ha accompagnato il nostro volo verso Roma, si alza alta e fiera sopra il mondo intero. Ora più che mai.

Il viaggio è vero. Il resto pure. Tutto vero. Quasi tutto.

Articolo a cura di Simone Cesarei

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