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Tu chiamali, se vuoi, rigori

La Lazio è in una relazione complicata con i rigori. Se avesse un profilo Facebook, metterebbe sicuramente così. Una relazione conflittuale, fatta di amore e odio, prendi e lascia. Più odio che amore. Più lascia che prendi. Ultimamente la Lazio e i rigori amoreggiano poco. Molto poco. Dialogano ma non si capiscono. Lei (la Lazio) vuole una cosa, lui (il rigore) ne fa un’altra: vedi Lazio-Milan. Lei vuole lui, ma lui fa quello che gli dice l’altro lui, l’arbitro: vedi Cagliari-Lazio. “Il triangolo no, non l’avevo considerato”. Insomma, la Lazio dagli 11 metri non segna più. O non la fanno segnare più. O tutti e due.

Fatto sta che il dischetto, ultimamente, sembra esser diventato un tabù. Le statistiche parlano chiaro: la Lazio è la squadra che in Serie A ha subito più gol da calcio di rigore. Precisamente 8 i rigori fischiati contro, 7 dei quali finiti alle spalle di Strakosha. Il dischetto laziale si presenta quindi come un piatto prelibato… per gli altri, quasi da Stella Michelin. Mentre gli altri mangiano, però, Inzaghi e i suoi rimangono a bocca asciutta. Poche briciole quelle che gli spettano, o quelle che volontariamente gli lasciano. Il conto del Var non arriva nemmeno. Si sconta tutto alla fine.

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Incredibile come un dischetto possa essere tuo amico e nemico allo stesso tempo. Può portarti alle stelle o inchiodarti a terra. Oppure, nel caso del rigore di Luiz Felipe contro il Milan, entrambe le cose: palla alle stelle e scarpini ancorati al campo. Ma prima di lui Leiva, e ancor prima Milinkovic. Errori costati cari alla Lazio. Rigori concessi – per obbligo di circostanza – e sprecati. La stessa Lazio che solo pochi giorni fa gridava a gran voce per un penalty non dato. “Uno dei rigori più netti della storia” ha detto Immobile, che in extremis ha tirato fuori dal cappello un tacco sopraffino. Esulta, consapevole che se c’avesse riprovato quella palla non sarebbe mai entrata. Abbraccia i compagni, ma poi si rabbuia. Ripensa a quello che gli hanno tolto, a lui e alla sua Lazio, e non ci sta. Un fallo solare per Ciruzzo (e non solo), ma Guida fa proseguire. Così come aveva fatto proseguire Mazzoleni dopo il fallo di mano di Bereszinsky contro la Samp. Stessa cosa in Lazio-Torino, dopo il braccio largo di Iago Falque. Dulcis in fundo, l’indimenticabile Lazio-Fiorentina, molto simile al match contro il Cagliari di domenica: fallo su Parolo, per Massa è tutto regolare e la Var non interviene. Fallo di Caicedo sull’avversario: Var e calcio di rigore per i viola.

Un post condiviso da S.S.Lazio (@official_sslazio) in data:

Come la metti la metti, la Lazio e i rigori nella stessa frase, e nella stessa partita, non ci possono stare. Cozzano. Suonerebbe quasi come una barzelletta. Ma, per la cronaca, non ci sta proprio niente da ridere. Perché ormai ‘sti 11 metri non s’hanno da fare. Per un motivo o per un altro è così. Perché la Var la conosciamo solo tramite gli altri e perché il pallone prende direzioni alternative alla porta. “Ma dove vai? Tanto oramai sei mia” sembrerebbe dire Milinkovic alla palla, che ha poi gentilmente consegnato ai guantoni di Donnarumma. “Faccio così, passo di lì, ti prendo e ti porto via”: ci pensa Leiva, dai, la mossa giusta è la sua. O forse no. Luiz Felipe poi… troppo giovane, troppo inesperto per far colpo su una palla bollente come quella. Niente da fare. Questa Lazio deve sedersi a tavolino e ricongiungersi con i penalty. Chiarire le incomprensioni con il dischetto (e non solo) e percorrere quegli 11 metri con serenità e gloria. Che poi, alla fine, capire tu non puoi. Tu chiamali, se vuoi, rigori. Per gli altri.

Articolo a cura di Valeria Rainaldi

 

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