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Tommaso Rocchi, una lettera aperta (e la sua inaspettata risposta)

6 gennaio 2005

“Caro Tommaso Rocchi, averti visto oggi è stata la cosa più bella della mia vita”.

Comincia così l’email di un bambino di nove anni, di nome Riccardo, al suo idolo, Tommaso Rocchi. Quel 6 gennaio 2005, la vita di quel bambino sarebbe cambiata per sempre. La Lazio non vinceva un derby dalla meravigliosa annata 2000 e Riccardo lo sapeva bene: era l’unico non-romanista dei ventitré bambini di quella classe elementare. Tutti lo prendevano in giro, dal compagno di classe a quello del nuoto, dallo zio a Natale ai bambini con cui giocava a battimuro per le strade che indossavano la maglia giallorossa. Riccardo non era mai stato in Curva Nord, la casa del tifo biancoceleste, il cuore dello stadio, il simbolo della Lazio. Riccardo era stato in Tribuna Tevere e non guardava le partite, guardava la Curva così tanto da portare la madre ad accompagnarlo in quel derby di tredici anni fa.

La partita indimenticabile

Il risultato era fisso sul 2-1 dopo più di 80 minuti di gioco e nell’aria c’era finalmente la speranza di portare a casa un derby dopo più di cinque anni. La rete di Cassano, spezzata da quella di Cesar, sembrava aver riportato fiducia nei giocatori della Roma che avevano visto nuovamente Di Canio, esultare sotto la loro Curva. La Lazio aveva bisogno di quella vittoria, per la classifica, per quell’allenatore un po’ dimenticato, per i suoi tifosi che non vedevano vittoria da troppo tempo.

Minuto 84. Liverani vede Rocchi correre sul filo del fuorigioco e decide di servirlo con una palla al bacio, simile a quelle che Luis Alberto serve per Immobile. “Tommasino” con un lieve ma efficace colpo di testa, scavalca il portiere, rimanendo a tu per tu con la porta ormai vuota e segna guardando la Nord. Si toglie la maglia, semina gli striscioni pubblicitari, abbraccia uno steward e corre verso di noi, verso di me. Rocchi ci  punta con quel dito che avrei poi mostrato ai miei compagni di classe i giorni avvenire e io mi innamoro, per sempre.

Una lettera a Rocchi

Torno a casa come se avessi vent’anni, l’orgoglio gonfia il mio piccolo petto, la mia bocca vorrebbe proferire parola ma le corde vocali non collaborano, hanno deciso di rimanere nella Curva che mi avrebbe accompagnato negli anni successivi. Le mani tremano e gli occhi piangono. Mio padre si avvicina e con una leggerezza più fanciullesca della mia mi chiede di andare verso il computer. C’è un email da scrivere. L’indirizzo è quello di Tommaso Rocchi che mio padre aveva ricercato per giorni. Le mani tremano ma le idee sono tante.

“Caro Tommaso, averti visto oggi è stata la cosa più bella della mia vita. Sai, era la mia prima volta in Curva e quando hai segnato, ho pianto tanto. Sia per le spinte, sia per il tuo gol. Mi chiamo Riccardo e tiferò per sempre Lazio, spero di rivederti segnare presto”.

Una mail più semplice non potevo scriverla, ma l’importante era averlo fatto. Con o senza risposta.

La risposta

9 gennaio 2005. 16.23. Mio padre mi porta di nuovo dinnanzi a quel meraviglioso computer e mi fa leggere la risposta:

“Caro Riccardo, continua a tifare Lazio, senza tifosi come voi, il calcio non ha senso”.

Semplice. Più semplice della mia. Una risposta che avrei capito solo molti anni dopo, una risposta che allora mi diede il coraggio di urlare la mia fede calcistica e di poterne essere fiero, sempre.

Tommaso Rocchi è stato un simbolo, un esempio di uomo e di calciatore, una finezza d’animo, un amore senza ostacoli, senza steward da abbracciare, senza meschinità né spavalderia, ma con fermezza e virtù d’animo.

Così, negli anni, Riccardo ha imparato a cavarsela, con un paio di regole grammaticali e due nozioni di letteratura in più. Ha imparato ad essere umile e quando è in difficoltà, chiude gli occhi, respira e lo vede ancora correre, verso la Nord, verso di lui.

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