La vita concede a tutti una seconda possibilità e lo ha fatto anche con Filip Djordjevic: l’attaccante serbo, dopo un’ottima prima stagione alla Lazio si è piano piano spento, passando da pedina importante a desaparecido. Tutto è cambiato da quell’infortunio rimediato contro il Milan: prima dell’accaduto, Djordjevic si era messo in luce nella Lazio di Pioli. Poi il nulla, qualche comparsa nei due anni successivi. Addio al ruolo di protagonista, oggi tutto di Ciro Immobile.
Dicevamo: la vita dà a tutti un’altra possibilità. E per Djordjevic è arrivata sotto forma di una nuova squadra della MLS, finanziata da ricchi investitori del Qatar: lo Seahaven football club, ha deciso di puntare su Djordjevic prelevandolo dalla Lazio per 500 mila euro. Per il serbo il trasferimento in MLS ha rappresentato l’occasione giusta per il riscatto, senza tralasciare l’esoso stipendio messo a disposizione dal club statunitense (3 milioni a stagione). La nuova vita di Djordjevic ha inizio. L’avventura parte con il massimo delle aspettative, il serbo sembra la star della piccola cittadina americana, tutti parlano di lui: in televisione, in radio, sui giornali, per strada, viene riconosciuto dappertutto.
Insomma, niente di meglio per chi è alla ricerca di un nuovo punto d’inizio. Tutto sembra perfetto, se non fosse per una serie di strane situazioni che piano piano verranno a galla. Ma andiamo per gradi. Lo Seahaven ha una squadra di giocatori sconosciuti, dove Djordjevic sembra essere la stella, come dimostrato alla partita di debutto: la squadra batte gli ospiti per 3-0 con tripletta dell’ex Lazio, che a fine partita si gode l’abbraccio caloroso dei suoi nuovi tifosi. Tre gol, uno più bello dell’altro: di testa, di destro, infine un potente sinistro da fuori area che colpisce i due pali entra in porta.
La curva bellissima, che brilla di oro e nero come i colori sociali del club e poi quel coro: “Djo-rdje-vic, Djo-rdje-vic, Djo-rdje-vic”, una scena suggestiva degna del miglior You’ll never walk alone di Anfield, talmente bella che un compagno di squadra, tale Marlon, rivela al nostro protagonista:
Hai visto che bella curva, Filip? E’ perfetta. Merito del grande capo. Ha un pennello fantastico.
Iniziano a presentarsi però alcune situazioni ambigue, che inizialmente Djordjevic non riesce a spiegare, preso dall’euforia della sua nuova vita. Una di queste, ad esempio, si verifica nella sfida contro il Toronto: in campo scende un Giovinco che oltre a non somigliare del tutto a come Djordjevic se lo ricordava dalla televisione, sembrava anche piuttosto sottotono, come se non sapesse bene come stare in campo. Cosa abbastanza insolita per un giocatore del suo calibro.
A dire la verità, è il livello generale del campionato a risultare piuttosto scadente agli occhi del numero 9, che però non sembra porsi il problema. Come mai? Forse perché desiderava autoconvincersi, forse perché dopo gli anni difficili alla Lazio gli sembrava di aver ritrovato la luce, o forse semplicemente perché “noi accettiamo la realtà del mondo così com’è”.
La cosa che più suonava strana, però, era la totale assenza di trasferte: Marlon giustificava la questione con “Motivi di sponsor, Filip”, tutti allo Seahaven Stadium, nessuna protesta degli ospiti, nessuno sul piede di battaglia. Tutti in silenzio di fronte a quella che, agli occhi di Filip, sembrava una grande ingiustizia. Di nuovo, però, tra gol e cori del pubblico, tutto passava in secondo piano. Fino a che…
La scoperta
Con il passare del tempo le ambiguità si trasformano prima sospetti, poi in amare rivelazioni. Le giornate per Djordjevic erano diventate tutte uguali: alzarsi presto per andare al centro sportivo, salutare i vicini con un’espressione diventata un tormentone nell’isolato. Nel caso non vi rivedessi, buon pomeriggio, buona sera e buonanotte, e via a comprare la solita rivista sportiva dall’edicolante di fiducia. Queste abitudini hanno fatto salire pian piano in Djordjevic una voglia di evadere, magari tornare un po’ a Roma, giusto per una gita. Eppure ogni tentativo che il serbo faceva per lasciare la città era vano: sciopero degli arei, traffico in tilt, strade bloccate. Sembrava come se qualcuno volesse tenerlo bloccato lì.
La conferma di questa impressione è giunta a fine stagione: campionato vinto, ma nessun accesso alla Champions League americana conquistata. Di più: in estate nessun tour, nessun ritiro o amichevole all’estero. Per non parlare poi del fatto che, da quando era arrivato negli USA, non aveva mai avuto la possibilità di visitare la Casa Bianca, mai New York, mai un solo posto che non fosse la città in cui viveva, il centro sportivo, o gli stadi in cui si giocavano gli incontri del campionato. Si sentiva misteriosamente… Controllato.
Non ti viene mai il prurito ai piedi, l’ansia di partire? Arrivati a quel punto, Filip ha avvertito un’impellente voglia di andare via. In un giorno qualunque ha deciso di prendere letteralmente il largo, nell’unico modo possibile di lasciare la città: in barca. Già, perché come al solito quella volta c’erano scioperi vari, il traffico, intoppi di ogni tipo. Tutto bloccato, tranne una piccola barca e due remi. Djordjevic, il mare aperto davanti, la voglia di andar via da quel posto, di scoprire e di capire qualcosa che, forse, semplicemente non voleva ammettere a se stesso.
Dopo chilometri di navigazione, dopo aver dovuto superare una tempesta, il viaggio si interrompe con la barca che si infrange come contro un muro. No, no, non era solo un’impressione, un muro crolla per davvero in mille pezzi, sotto gli occhi di un incredulo Djordjevic. Otre la parete, un immenso studio televisivo ricco di computer e schermi piatti, ma ciò che più di tutto cattura l’attenzione dell’attaccante è la figura di un uomo senza capelli, con la barba un po’ imbianchita dai segni dell’età e dall’aspetto esile. Una figura che gli sembrava familiare. Sì, era lui: Stefano Pioli.
Il silenzio è interrotto dallo stesso Pioli:
“Ciao, Filip. Sono il creatore di uno show televisivo che dà speranza, gioia ed esalta milioni di persone e dove tu sei la star. Non c’era nulla di vero in quello che hai visto fino ad oggi, ma tu sì, tu eri vero. Djordjevic, lì fuori non troverai più verità di quanta non esista nel mondo che ho creato per te. Ricordi l’ultimo anno alla Lazio? Nessuno ti considerava più. Io invece ho sempre creduto in te, io ti ho visto segnare il tuo primo gol in serie A, esultare per la maglia della Lazio, ti ho visto gioire e giocare a calcio… Io so tutto di te, ti conosco meglio di te stesso e so che hai paura di andare via. Vuoi davvero tornare in quel mondo dove nessuno ti ha davvero capito?”
Djordjevic esita, ci pensa, è incredulo. Fa paura tornare nel mondo vero, dove non è stato fino in fondo apprezzato. Poi rompe gli indugi: “Casomai non vi rivedessi, buon pomeriggio, buona sera e buona notte”. E se ne va, alla ricerca di una squadra che possa volergli davvero bene come ha fatto, seppur in maniera fittizia, lo Seahaven football club.
Articolo a cura di Giovanni Manco
