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The Direttore – Un posto un po’ migliore

Editoriale – Questo è l’unico editoriale di un sito pop che non è pop. Al massimo è una chiacchierata da bar. E visto che è una chiacchierata da bar, chiacchieriamo: la vita è meno bella sapendo che siamo a 10 giorni dal derby e nel mentre ci tocca sopportare altre due partite di Ventura?
Si scherza, caro ct: mi sei simpaticissimo (forse) solo che la combo tra derby-condizioni Immobile-la lunga marcia di Milinkovic in Cina è cosa da far rivoltare un demogorgone.

Questo è l’unico editoriale in cui si fanno domande, non si danno risposte: il Sottosopra è Garbatella, o Piazza Vescovio (non cominciate a scrivere, sono di Garbatella e tifo Lazio, dai. Anzi scrivetelo, è sempre bello sapere che ci sono Laziali intorno a casa mia)? Ovvero è feudo biancoceleste? Queste sono domande da pre-derby: quel particolare momento in cui tutti si sta su una barricata, e loro sull’altra, e non c’è modo di unire ciò che evidentemente è nato separato.

Questo è l’unico editoriale che sa bene che questa settimana non è come tutte le altre. Questa settimana ha un sapore amaro, che non viene fugato dal tempo. Questa settimana ha tutto il sapore di rame e di pioggia di una stazione di autogrill. Questa è la settimana in cui una stazione di autogrill sembra una chiesa, meta di un pellegrinaggio di preghiere, pensieri, attimi di silenzio e rispetto. Questa è la settimana in cui tutti i Laziali devono dedicare almeno un pensiero, una preghiera, un sogno a Gabriele Sandri.

Ogni tanto mi fermo a guardare un albero che abbiamo vicino alla redazione, perché il sole lo sfiora appena. Come se gli volesse regalare qualcosa di nuovo ogni volta. È simile a qualcosa che provo per i figli che non arrivano al momento di essere chiamati per nome,  è simile alle persone di cui il nome ora sembra diverso, detto da tanti, è simile ad un profumo che rimane addosso, una ricerca folle di un solo volto tra così tante persone da perdere il fiato. Ogni tanto ci penso, a tutti i nomi che ora per me hanno un suono diverso, e fa un po’ più freddo, farebbe più freddo se non pensassi che un giorno avrò ancora la possibilità di un abbraccio. E quei nomi avranno quel senso di prima, di quello che si può toccare, di quello con cui si può scherzare e ridere e arrabbiarsi. Di tutto quello che è vivo. Ho già visto che cosa significa guardare nell’abisso, per questo ogni tanto guardo in alto.

Io non sono nessuno per sentirmi parte di questo dolore, che è privato, di una famiglia, di chi lo conosceva. Ma sono Laziale, e lo sento tutto addosso, tutti ce lo sentiamo addosso.

Questa è una settimana in cui mi sento un po’ più Laziale, se ripenso alla mano di Firmani che batte sullo striscione, se ripenso alle sciarpe lasciate in una chiesa, se ripenso alla mia, su cui avevo scritto, con la mano un po’ malferma, di ragazzetto: Curva Nord Gabriele Sandri. Non sono più un ragazzetto, ma il tempo mi ha congelato là, fermo, in quel momento.

Quella sciarpa non l’ho rimessa più, c’è scritto il primo giorno di stadio, tutte le vittorie che ho sentito più mie. Ci ho scritto Curva Nord, Gabriele Sandri, e dopo non l’ho più messa. Non sono più un ragazzetto, e questo è l’unico editoriale in cui è come se fossi rimasto là, a scrivere sulla mia sciarpa. Con l’assurda speranza, forse folle, che il mondo abbia qualche speranza di diventare un po’ migliore, un posto un po’ migliore. Almeno nel momento in cui darò quella sciarpa a mio figlio.
Questa è l’unica settimana in cui posso pensare a mio figlio, al derby, ad una sciarpa, a Gabriele Sandri. E sperare che il futuro sia un posto un po’ migliore. Dove un giorno li riabbracceremo forte, e nessuno parlerà più di dignità, vergogna, dolore. Un abbraccio alla fine è un posto migliore, forse l’unica cosa che darà davvero un senso.

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