Per un calciatore giocare una finale è un’opportunità unica. Il traguardo è lì, ad una partita di distanza c’è la gloria, si deve solo spingere quella maledetta palla in rete. Ci sono paure, tensione, concentrazione, tutto è nelle loro mani, sono professionisti e sanno come approcciare certi impegni. Ma come fa un tifoso ad affrontare una finale? Uno che è costretto ad assistere, che non può andare lui stesso a calciare quel pallone?
Manco a dirlo, stasera c’è Juventus-Lazio, finale di Coppa Italia. L’ansia si spreca. Come si affronta una giornata del genere? Come si fa a resistere all’angoscia dovuta ad un’attesa interminabile che dura fino al fischio d’inizio di stasera?
Non lo sappiamo, ma ci proveremo. Insieme.
Cominciamo la giornata. Prima di tutto, è superfluo dire che ogni buon laziale che si rispetti stanotte non ha chiuso occhio, e se lo ha fatto è stato perseguitato da incubi riguardanti Strakosha che si rompe nel prepartita, Pereirinha richiamato in campo per l’improvvisa indisponibilità di Basta e Patric e cose simili. Inutile parlare di sveglia quindi, l’ultima volta che ci siamo svegliati era ancora martedì 16 maggio. Proviamo a fare colazione con pane e Nutella senza pensare a quello che ci attende stasera, ma poi succede che al mattino non ho dubbi, frutta, latte, pane e Nutella, sponsor ufficiale della Nazionale italiana, Italia, Coppa Italia. Stiamo da capo, si chiude lo stomaco, lasciamo perdere la colazione.
Purtroppo c’è da affrontare una giornata di vita reale prima della partita, quindi dopo esserci lavati e vestiti andiamo ad affrontare i nostri (per oggi) superflui impegni, che si tratti di lavoro, studio o quant’altro. Siamo onesti, la produttività oggi scende a zero: speriamo per voi che non ci siano sessioni d’esame o eventi rilevanti per la vostra carriera lavorativa oggi, altrimenti potete anche subito recarvi all’Olimpico, il risultato sarà lo stesso.
A stento arriviamo all’ora di pranzo, qualcosa dobbiamo mandare giù sennò stasera chi magna, siamo seri. Comincia il pomeriggio, ora ci stiamo davvero affacciando sulla gara. Impossibile per chiunque avanzare pronostici, si spazia dal pessimismo cosmico del 10-0 per i bianconeri al triplete laziale vinto per manifesta superiorità. A questo punto neanche la vita reale può più nulla di fronte alla finale, cominciamo a mollare tutto e a scappare via. Chi passa a casa a prendere una sciarpa e una maglia, chi va direttamente allo stadio perché è così valoroso da essersi presentato all’esame di Diritto Pubblico Comparato con la maglia di Immobile addosso. Cominciamo ad avvicinarci all’Olimpico, c’è traffico, siamo tantissimi, comincia a diventare tutto vero ma finalmente la paura inizia a scemare. Ci soffermiamo su un pensiero in particolare dei tanti che ci hanno affollato la mente: siamo tantissimi. Siamo un popolo intero che ha sofferto, sta soffrendo e soffrirà all’unisono, nello stesso modo e nello stesso momento.
Questa immagine ci rincuora, siamo pronti. All’Olimpico sono attese più di sessantamila persone, per sicurezza parcheggiamo direttamente sulla tangenziale. Ci facciamo 10-11 chilometri a piedi ed infine si staglia davanti a noi la figura del nostro stadio, della nostra casa, quella casa che gli stessi juventini hanno profanato con i loro festeggiamenti due anni or sono. A questo punto il pensiero che possa succedere anche stavolta non ci sfiora più, siamo in preda ad una trance emotiva che ci impedisce di provare qualsiasi cosa. Siamo in fila ai tornelli. Siamo tantissimi. Abbiamo tutti buttato via mezza giornata, probabilmente tutta quanta, per essere qui, vestiti di bianco e celeste. Perché siamo dei bambini che vogliono gridare per 90 minuti, sognando di essere stati loro a sospingere quella palla in rete. Perché noi non supereremo mai questa fase.
Siamo dentro, le emozioni sono sopraffatte dal rumore assordante. L’arbitro ha il fischietto in bocca.
Siamo tantissimi.
