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Spazio, Tempo, Lazio

C’è qualcosa di strano nell’andarsene via da Roma per la prima volta. C’è qualcosa di strano nel fare le valigie, quelle pesanti, quelle che da solo quasi non riesci a portarle. Non per il peso sostanziale, per carità. Ma piuttosto per quello che rappresentano. Opportunità, certo. Ma anche addii, incertezze, tristezza.

E la prima cosa che ti viene a mancare è qualcosa di spaziale. Non come un satellite, o come i capelli di Luis Alberto. Spaziale. Relativa allo spazio che ci circonda. Gli oggetti che possiamo toccare con mano, le persone con cui parliamo ogni giorno, i sampietrini che ti fanno cadere dal motorino due ore prima della discussione della laurea. Insomma, l’abitudine.

E per me abitudine vuol dire principalmente Lazio.

Vuol dire l’amico che ti porta il pacco da dodici di birra prima del derby, perché un derby sobrio non è un derby. La cena alle 19 e 30, perché tocca spizzarsi le formazioni ufficiali in diretta. La sciarpa al collo, che sia allo stadio o sul divano è uguale.

 

Dicono che quando vai all’estero le abitudini cambiano. E in parte è vero. Ma la sciarpa è sempre al suo posto, ormai ha preso la forma delle mie spalle, si offenderebbe se me la levassi. E un po’, devo dire, è già offesa. La maggior parte del tempo sta appoggiata a una lampada rossa, non proprio il suo colore preferito. Non vive il calore di una curva piena, il fumo di sigarette che le dà carattere, le chiazze di birra di un gol all’ultimo minuto.

Ma la domenica è diverso. C’ha almeno quindici anni, la mia sciarpa. Ma quando la metto addosso sembra come nuova. Come se fosse appena stata comprata a Ponte dei Marmi per 5 euro. Come se stesse in Curva Nord.

 

La seconda cosa che ti viene a mancare è invece qualcosa di temporale. Non come quello che non ci stava facendo giocare contro il Milan. Temporale. Relativa al tempo che ci separa dal calcio d’inizio, o dal fischio finale di una partita sofferta fino all’ultimo. E quando devi fare a meno dell’Olimpico, o del televisore di casa, tutto è in differita. Accendi il computer, fai partire la videochiamata all’amico di sempre, cerchi il link migliore per la partita. E improvvisamente si va, è partita.

 

Ao’ ma te a che minuto stai

Appena passato il terzo minuto, tu?

Uno e cinquantotto, che merda, mo’ ne cerco uno migliore

….

Ma che cazzo…

Che è successo? Avemo preso gol vé?

No, vabbè, mo’ guarda

 

Vedi la palla in area laziale, un pischello di 16 anni che deve fronteggiare due senatori come De Vrij e Radu. Dici vabbè, non è possibile. Ma nel frattempo ripensi al tuo amico che impreca. E vedi il doppio rimpallo, il tiro, il gol. Imprechi.

Vabbè, meno male che io ce l’ho in differita.

 

Si vabbè ma non si può prende gol così

 

Passa qualche minuto. Te sul tuo streaming di bassa qualità, l’amico tuo sul suo divano a centinaia di chilometri di distanza. Eppure, in parte, sembra di stare nella stessa stanza.

Senti un gemito, un urlo strozzato. Chiedi al tuo amico cosa è successo, per qualche secondo non senti proferire parola.

 

Aspetta…

 

Aspetta cosa, che devo aspettà. E poi lo vedi. Errore di Gentiletti, palla regalata a Immobile. Gol.

 

E allora ripensi a quell’urlo strozzato. Capisci che il tuo amico si è trattenuto. Sa che stai indietro nel tempo, quasi appartenente a un’epoca diversa, ma non te lo vuole togliere. Non ti vuole togliere il piacere di urlare per un gol della tua squadra, la felicità di sapere che anche se stai distante da casa tua, dal tuo stadio, dalla tua Lazio, non vuol dire che meriti meno degli altri. Ma anche il piacere di esultare insieme, magari non nella stanza o nella stessa curva, ma pur sempre insieme.

 

La sciarpa sta sempre là, appoggiata alla lampada. Mi sembra un po’ più spenta del solito, più scura in volto. Ma tu lo sai e lei lo sa.

 

Domani si gioca. Pur sempre in differita eh, però si gioca.

 

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