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Sinisa Mihajlovic: abuso di posizione dominante

C’era un tempo in cui ogni notte era quella giusta.

Un tempo in cui scendeva in campo la Lazio e il risultato era già scritto.

Un tempo in cui qualsiasi rincorsa verso un pallone fermo incuteva un timore tangibile negli schieramenti avversari, e un brivido di eccitazione consapevole tra la gente laziale.

C’era un tempo in cui tutto questa era possibile, in cui tutto è questo è stato. È stato il tempo in cui Sinisa Mihajlovic vestiva la maglia numero 11 della S.S. Lazio.

Un segno sul muro, una firma nella storia

Quel pomeriggio del 13 dicembre 1998 uscii di casa con un grosso pennarello rosso, innocenti tentazioni teppistiche e la consapevolezza di aver appena assistito a qualcosa di trascendentale, irripetibile. La Lazio aveva appena asfaltato una povera Sampdoria, ma quella era quasi ordinaria amministrazione in quei mesi di gloria. Il fatto vero era che 3 dei 5 gol segnati quel giorno all’Olimpico portavano la firma d’autore di Sinisa Mihajlovic.

Ma come? Tripletta di un difensore? Incredibile. Aspetta un attimo, tre gol tutti su punizione?

Arrivo nel vicolo sotto casa a vantarmi come non mai con tutti i miei amici, perché mi sentivo davvero parte di quell’impresa. Agito il pennarello rosso, mi avvicino al muro del primo palazzo sotto mano e ci scrivo il tabellino dei marcatori della partita.

Pennellate di Champions

Mihajlovic è uno di quelli che non si limita a vivere da protagonista una storia. Lui è uno di quelli che quella storia la vuole scrivere, e spesso la scrive. Ha sempre vissuto al limite il serbo. La guerra a segnare indelebilmente la sua vita, a forgiare quel carattere duro, spigoloso, caldo, che tutti oggi (ri)conosciamo. L’abnegazione di chi non vuole passare inosservato ha fatto sì che il suo più grande talento naturale diventasse, con il lavoro quotidiano, un’arma letale per dominare il contesto.

Poi ci sarebbe da approfondire il discorso sul Mihajlovic difensore, sulle sue doti di lettura delle azioni avversarie, sulla sua capacità di incidere anche con il piede morbido in impostazione e non solamente utilizzando il mancino a mo’ di cannone. Per esempio possiamo dire che Mihajlovic era il leader carismatico di una difesa capace di vincere tanto a cavallo degli anni duemila. Con Alessandro Nesta formava una coppia di centrali complementare dal punto di vista tecnico e caratteriale.

Poi però negli occhi rimane tutto il resto.

Rimane la notte di Leverkusen, la prima storica di Champions per la nostra Lazio. Griffata Mihajlovic, punizione dai 25 metri. As always.

Rimane la notte di Londra, quella del 22 marzo 2000, quando la Lazio si va a giocare l’accesso ai quarti di finale contro il Chelsea. E ci pensa il serbo a fissare il risultato finale sul 2 a 1 con una punizione tirata da posizione impossibile che beffa il portiere dei Blues e manda in estasi migliaia di laziali assiepati sulle tribune dello Stamford Bridge. Quel gol – in quel periodo storico – è la rappresentazione plastica della potenza di fuoco di una Lazio senza limiti. L’urlo all’Europa di un giocatore che può fare gol quando vuole da dove vuole.

Il più grande di tutti

Esattamente. Sinisa Mihajlovic, negli anni che vanno dal 1998 al 2003, poteva fare gol praticamente ogni volta che si apprestava a calciare una punizione. Nell’epoca dei grandi specialisti di questo fondamentale (Roberto Carlos, Beckham, Roberto Baggio, Del Piero, Juninho, solo per citare i più famosi) era difficile stabilire chi fosse il più forte.

Difficile se non ci fosse stato Mihajlovic a dominare la scena. 42 reti realizzate da calcio di punizione. Con prepotenza, con fierezza, con classe, con la presunzione dei migliori.

Come calciava Sinisa? La sua qualità era un segreto non replicabile o il frutto maturo di un talento addestrato militarmente? Famoso l’aneddoto dei ricercatori dell’università di Belgrado che provarono a studiare da vicino il suo sinistro, ma non ci capirono granché e si arresero all’evidenza di un qualcosa di ineluttabile. Come dinanzi a un evento naturale che si può prevedere ma non evitare. Come al cospetto di un segno del destino.

Sinisa Mihajlovic era una fatalità. Chi lo aveva contro lo doveva subire, stringendo forte il culo e pregando affinché, almeno quella volta, quella palla che viaggiava a 100 all’ora non gonfiasse quella maledetta rete.

Il tempo dei giganti

Si parla tanto in questo periodo delle similitudini tra questa Lazio e quelle vincenti del passato. In particolare è suggestivo l’accostamento con la Lazio scudettata del 2000. Perché sono passati esattamente 20 anni, perché giochiamo con la stessa maglia di allora, perché il punto in comune tra queste due squadre è fisicamente il signore che oggi dirige l’orchestra dalla panchina. Ma se è vero che ci possono anche essere dei punti di contatto (che siano romantici, scaramantici, cromatici o tecnici poco importa), c’è una cosa che sicuramente la Lazio attuale non possiede. Non possiede il fattore Mihajlovic, ossia il fattore che può spostare l’equilibrio di una partita ogni qualvolta si presenta una situazione di palla inattiva nella metà campo avversaria. Per carità, anche oggi abbiamo un paio di specialisti niente male, ma il numero 11 serbo era tutt’altra storia a essere onesti.

La Curva Nord contro il Bologna ha reso omaggio a uno dei suoi beniamini più amati. Uno che ha sempre detto la verità, senza timori di sorta, in campo ieri e in panchina oggi. Un uomo che alla Lazio ha dato tanto, pur senza mai appiattirsi nelle banalità. Più semplicemente, uno che ci ha fatto gioire come pochi e verso il quale mostreremo sempre rispetto e gratitudine.

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