PREMESSA. Simone Inzaghi in questo momento storico è il miglior allenatore possibile per la Lazio. Giovane, determinato, preparato, ambizioso, passionale. Non siamo tra quelli che sbraitano a ogni passo falso e non esitano minimamente a invocare esoneri come se fossero tanti piccoli Zamparini. Non siamo per niente tra quelli che un giorno “abbiamo il miglior allenatore dell’universo” e il giorno dopo “era meglio Reja”. Anzi, a dirla tutta, noi stiamo proprio dall’altra parte del fiume. Crediamo che serva equilibrio sempre, nel bene e nel male. Crediamo che prima di criticare (esercizio più che legittimo) bisogna avere consapevolezza della propria dimensione (esercizio più che intelligente). Quindi Inzaghi è il nostro allenatore preferito e lo vorremmo il più a lungo possibile su quella panchina.
MA. Ma forse è giunto il momento di interrogarsi seriamente su alcune peculiarità del tecnico piacentino. Caratteristiche che ci aiutano a capire meglio il valore di un allenatore che è stato un po’ una rivelazione per tutti gli addetti ai lavori e che in fondo conosciamo in queste vesti da soli due anni e mezzo. Che sia bravo lo si è capito da subito. Che sia un lavoratore instancabile e attento al dettaglio non è ormai più una novità. Ma di quanto sia in fissa con alcune scelte ce lo vogliamo chiedere? E di quanto – di conseguenza – queste fisime influiscano negativamente sul percorso di crescita suo e della sua squadra.
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3, il numero (im)perfetto
Strano a dirsi ora, ma Inzaghi nasce e cresce come allenatore fedele al 4-3-3. Era il modulo di riferimento della sua Primavera, è stato il modulo con cui ha iniziato la sua avventura con la Lazio dei grandi. Poi, a un certo punto imprecisato della sua parabola, l’illuminazione sulla via di Damasco. Difesa a 3. Dapprima solo con le grandi, e dicevano che era per difendersi meglio. Poi anche con le altre meno grandi, e dicevano perché no visto che con quelle più grandi sembra funzionare? Ora con tutte, sempre e comunque, senza via di scampo.
Perché? Perché Inzaghi non cambia mai modulo? Perché ha sacrificato uomini (Candreva, Keita, Felipe Anderson) e idee sull’altare del 3-5-1-1? Soltanto perché la scorsa stagione con questo schieramento tattico siamo arrivati a un passo dalla Champions e dalla semifinale di Europa League? Non ci piace l’integralismo di stampo zemaniano. Non ci piace chi non vuole sentire ragioni. Ci piace il gioco più funzionale alla rosa a disposizione e al momento contingente. Troppo fresco ancora il ricordo di un Inzaghi che quando serve, anche a partita in corso se necessario, mette mano alla formazione e trova soluzioni tagliate su misura. Dando così prova delle sue qualità di fine lettore delle gare e dando ulteriore credito alla reputazione di allenatore efficiente e versatile (da Juve dicevano) che è stato bravo a costruirsi finora.
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Il doppio cambio
A un certo punto del secondo tempo, di solito attorno all’ora di gioco, arriva più puntuale di un treno giapponese la doppia sostituzione. Una cosa che non si vede di frequente nelle altre partite, in quelle della Lazio è ormai un must assoluto. Per carità, il vantaggio di una strategia del genere esiste ed è abbastanza evidente: cercare di cambiare l’inerzia della gara mettendo in campo contemporaneamente due forze fresche, il cui peso congiunto può davvero rappresentare un fattore determinante. Ma dall’altro lato della medaglia bisognerebbe anche tener conto del rischio insito in una scelta di questo tipo, ossia quello di bruciarsi subito due cambi ed esporsi per circa mezzora a possibili infortuni che ti possono condizionare le opzioni successive (o peggio, impedirtele del tutto).
E poi c’è la questione della prevedibilità delle sostituzioni. Inzaghi infatti fa entrare quasi sempre gli stessi (un esterno, di solito Lukaku, +1) al posto di quasi sempre gli stessi (un esterno +1, di solito Luis Alberto). Siamo sicuri che questo meccanismo non possa avere un riverbero psicologico sia su chi gioca e sa di essere in procinto di uscire, sia su chi sta per entrare e sa di avere un ruolo di riserva ormai predefinito?
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La questione del super-sub
Questo è un punto connesso al precedente. Uno dei due cambi di Inzaghi è il cosìddetto super-sub, che poi è il modo figo di dire spacca-partite. Il sesto uomo del basket, per intenderci. Ebbene, se in origine questo ruolo è spettato a Keita e poi è stato il turno di Felipe Anderson, ora tocca a lui.
Giusto avere una cartuccia pesante sempre a disposizione da sparare nel momento giusto per cambiare volto al match? Siiii. Altrettanto giusto e altrettanto produttivo ripetere sempre la stessa mossa con lo stesso protagonista? Mmm, forse Keita e Felipe Anderson non sono tanto convinti…
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Se sei ammonito esci
Non c’è scampo a questa regola. Il 4° comandamento di Inzaghi – inciso con le unghie da Pedro Neto sulla Tavola di Formello – dispone che se sei stato ammonito (non importa il motivo o il minuto), devi uscire dal campo il prima possibile pur di non correre il rischio di essere espulso. Anche se stai facendo una partita da Pallone d’Oro. Anche se varrebbe la pena ogni tanto correrlo quel maledetto rischio.
Qualcuno ha detto Milinkovic contro il Milan?
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Tutti a sinistra
No, non è il nome del nuovo soggetto politico che punta a colmare il vuoto lasciato dal PD (in parte già colmato da Gattuso, tra l’altro). Trattasi solo dell’imperativo morale della Lazio di Inzaghi. Gol è quando la palla entra in porta (dopo che l’azione si è sviluppata a sinistra). Sarà che dopo un po’ il fatto di orientare il proprio gioco su un solo versante e cercare continuamente la verticalizzazione per Immobile diventa un tantino prevedibile?
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Wallace
Tutti gli allenatori della storia recente laziale hanno avuto il loro G.I.F. (che non è quello che piace tanto a noi, ma sta per GIOCATORE INSPIEGABILMENTE FETICCIO). C’era il buon Manfredini per Delio Rossi. Poi è stata la volta di un redivivo Baronio con Ballardini. E ancora l’indimenticabile Sculli per l’intramontabile Reja. Ma Inzaghi sta andando oltre i suoi predecessori. Perché Inzaghi ha trovato il suo G.I.F.T. (che non è “dono” in inglese, ma sta per GIOCATORE INSPIEGABILMENTE FETICCIO TITOLARE).
“Che se ridono questi che tanto alla fine gioco sempre io”
Gioca bene gioca male lo vogliamo in Nazionale. Se fosse per Inzaghi il nostro Fortuna ci giocherebbe davvero in Nazionale, visto che nella Lazio gioca praticamente sempre. Anche se sta male, anche quando fa male. Anche se in quel ruolo hai almeno altri 3 giocatori che ogni tanto sarebbe anche carino rivedere in campo, giusto per capire se sono ancora vivi o se stanno solo aiutando Pedro Neto a incidere la Tavola.


