Mio fratello Simone profilo perfetto per la panchina azzurra
La ricerca di un nuovo Commissario Tecnico che possa far ripartire la Nazionale Italiana dal punto zero in cui si trova adesso fa segnare un altro nome all’elenco dei già noti Di Biagio, Mancini, Ancelotti, Ranieri, Conte: Simone Inzaghi. La sponsorizzazione forte è di qualche giorno fa e arriva dal fratello Filippo, che sicuramente nutrirà un interesse affettivo condizionante, ma che non sembra peccare di ragion veduta per avanzare una candidatura del genere.
Ma come Simone Inzaghi? Perché proprio lui? Non è poi forse troppo giovane per un incarico così gravoso? Non è poi ancora acerbo (con sole 2 stagioni e mezzo di Lazio alle spalle, in un ambiente perlopiù a lui estremamente familiare) per un incarico così logorante? E infine, ammesso e non concesso che sia già pronto, perché dovrebbe lasciare la panchina di un club che ama e sulla quale sta facendo benissimo per avventurarsi in un’esperienza totalmente imprevedibile come quella tinta d’Azzurro? Forse solo gli effetti di una brutta caduta potrebbero convincerlo.
Le qualità di un CT moderno
Mestiere difficile quello di Commissario Tecnico di una Nazionale. Prestigioso, è un po’ il Presidente della Repubblica del calcio (per rimanere in tema di stretta attualità): lui valuta e sceglie, ma di fatto non allena. Ambito, secondo il luogo comune – antico come il calcio – che parla di 30, 50, 60 milioni di italiani pronti a farlo anche domani. Speciale, in quanto differente: più politica che campo, più tribuna che spogliatoio, più osservazione che preparazione.
Un buon CT moderno deve possedere alcune qualità fondamentali per avere successo. Capacità di adattamento, in primis: alle pressioni mediatiche, al materiale umano a disposizione, a un lavoro che diventa concreto solo saltuariamente. In questo senso Inzaghi potrebbe rappresentare una scommessa vincente. L’allenatore della Lazio ha finora avuto modo di dimostrare una certa capacità di assorbire le infinite polemiche di una piazza difficile come quella romana, mostrando carattere quando serve e proteggendo il più possibile la sua squadra.
Altra qualità necessaria è quella che può essere generalmente definita come “politica delle pubbliche relazioni”. Un buon CT è colui che sa confrontarsi con i club e con le loro legittime pretese, in un rapporto dare-avere che non sempre in passato è stato idilliaco; sa instaurare un dialogo costruttivo con dirigenti più o meno importanti; riesce a farsi seguire da giocatori che lo vedono poche volte all’anno e hanno altri “padri” cui dare conto; non si fa poi schiacciare dalla spinta mediatica che – soprattutto in questo momento storico – in Nazionale è molto forte.
Su questo aspetto il possibile rendimento di Inzaghi è poco decifrabile. Bene con i giocatori della Lazio, molti dei quali ha saputo valorizzare tecnicamente costruendo allo stesso tempo una relazione umana che appare dall’esterno abbastanza sincera; tendenzialmente aziendalista dal punto di vista dei rapporti societari, se è vero che fino a questo momento con Lotito e Tare non è emerso alcun reale motivo di attrito nonostante alcune occasioni scivolose; incognita totale invece (non essendoci precedenti su questo fronte) il rapporto che Inzaghi andrebbe ad instaurare con il mondo esterno a Coverciano.
C’è poi da considerare l’aspetto tattico. Oggi come oggi in nessun posto, men che mai in Nazionale, si può ragionare in termini assoluti. Non esiste, pertanto, il modulo giusto universalmente, quanto il giusto modulo per i giocatori a disposizione. Anzi, meglio: il modulo che più si addice ai migliori giocatori a disposizione. Una formula semplice che si traduce in elasticità mentale: quella che è mancata clamorosamente a Ventura, che è poi la stessa che ha tagliato le gambe a un mostro sacro come Sacchi (il cui integralismo tattico, ad esempio, ha mietuto una vittima illustre come Signori nel Mondiale USA) e ha invece fatto trionfare Lippi a Berlino.
Questo è un punto potenzialmente favorevole a un allenatore dalle caratteristiche ben definite, ma non radicali, come il nostro. Simone Inzaghi – nella sua pur breve carriera – ha già maneggiato diversi moduli e modi di giocare: 4-3-3 e proposta più reattiva e diretta l’anno scorso, 3-5-2 e gioco più ragionato e propositivo quest’anno. Ma, soprattutto, Simone Inzaghi sembra possedere il coraggio e la capacità di adattarsi al contesto della partita, pur quando questo viene deciso dall’avversario. Fattore che in un’Italia così povera di tecnica e mentalità potrebbe davvero fare la differenza.
L’Italia di Inzaghi
Difficile oggi immaginare come giocherebbe un’eventuale Nazionale guidata da Inzaghi. Provando a fare una proiezione – al netto delle mille incognite che circondano attualmente tutto ciò che riguarda il futuro della Selezione azzurra, a partire appunto dalla scelta del CT fino anche ai giocatori da cui ripartire per un nuovo ciclo – si potrebbe pensare a un’Italia stile Lazio che unisca il pragmatismo (derivante da certezze tattiche) alla volontà di proporre un efficace gioco offensivo (grazie, ovviamente, agli uomini giusti in campo). E così, in un ipotetico 3-5-1-1, Inzaghi sarebbe chiamato a scelte davvero importanti: a cominciare dal portiere che dovrà prima o poi raccogliere la pesante eredità di Buffon (Perin? Donnarumma?); passando per difesa e centrocampo, dove praticamente bisogna ricostruire da zero considerando anche gli adii – consumati o prossimi – dei senatori; per finire in attacco, dove invece è più facile immaginare il tandem cui affidarsi nell’immediato.
Nazionale Inzaghiana (3-5-1-1): Perin; Rugani, Bonucci, Romagnoli; Florenzi, Parolo, Verratti, Cristante, Spinazzola; Insigne, Immobile
Questa un’ipotesi di formazione pronta all’uso che potrebbe gradualmente aprire la strada del rinnovamento, con un mix di esperienza e gioventù, forza e tecnica. Una formazione sulla carta sicuramente non all’altezza delle potenze mondiali, ma che potrebbe dare del filo da torcere a chiunque e rappresentare una vera e propria mina vagante. Mancherebbe in questi uomini l’abitudine a vincere trofei internazionali (solo Bonucci e Verratti possono vantare campionati nazionali vinti da protagonisti con Juve e PSG), ma difficilmente mancherebbero la fame e la voglia di onorare la bandiera del proprio Paese.
Soprattutto se al timone ci sarà il comandante giusto, si può guardare all’orizzonte con un po’ di ottimismo in più. Potrebbe essere proprio Simone Inzaghi l’uomo della svolta? Cosa potrebbe dare in più Inzaghi al calcio italiano nella veste di Commissario Tecnico? Di sicuro l’umiltà di chi ha appena cominciato e ha tanto da dimostrare, messa al servizio di chi ha appena (ri)cominciato e ha tantissimo da dimostrare. E poi, un’ambizione educata, elegante, ferma. Uno stile nuovo, affascinante e riconoscibile. Potrebbe non bastare lo stesso. Potrebbe funzionare benissimo.
