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Si fotta Shakespeare, domenica c’è il derby

Io sono fondamentalmente uno stronzo. Perché mi piace il calcio. Lo seguo, lo vivo, lo sviscero, ne scrivo, ne parlo. È diventato il mio lavoro, o quasi. E farsi piacere il calcio, seguirlo, viverlo, sviscerarlo, scriverne e parlarne nel 2020 è da stronzi. Dai. Un giocattolo per bimbi grandi mentre il mondo va a puttane. Si può essere così infantili? Si può ridurre un’esistenza a una partita? Vivere o morire sul campo, Roma o Lazio. Non è più così, almeno per me.

Una classica settimana pre-derby

Ricordo ancora la settimana di vigilia del mio primo derby allo stadio: un incubo. La notte tremavo e sudavo freddo, non dormivo. Ansia? No, febbre. La peggiore della mia vita, giuro, tanto da obbligarmi a letto dal lunedì al sabato con la paura di non farcela ad affrontare il viaggio domenicale. Pesaro-Roma, 300 km circa, tre ore eterne. Ma mai quanto quella settimana. Senza scuola, sembra strano dirlo oggi, non sapevo come occupare il mio tempo. Perché non era una settimana come tutte le altre, e io ero un quattordicenne normale – e quindi fortunato – i cui problemi maggiori consistevano in una friendzone livello 9000 e nell’indecisione sulla pizza da scegliere il sabato sera. Nel dubbio, tonno e cipolla.

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Ero un quattordicenne normale e quindi respiravo Lazio. “Vuoi più bene alla mamma o alla Lazio?”, ammetto che avevo qualche difficoltà a rispondere. Oltretutto ero (e resto) un tipo scaramantico. Vivevo a Gocciole e Sky Sport 24, ma non nella settimana pre-derby: “Mi stanno sul cazzo, so’ tutti romanisti”. Facebook? Non lo apro, poi leggo da qualche parte che vinciamo 3-0 e porta sfiga. E c’è sempre qualcuno che lo scrive. Chattare con gli amici? Non se ne parla, me la gufano sicuro. Sti stronzi. Con mio padre l’argomento era tabù, solo occhiate e cenni d’intesa. Mia madre, invece, mi osservava perplessa mentre ascoltavo per ore una personalissima playlist che spaziava da “So già du’ ore” a “Cent’anni insieme” con le lacrime agli occhi e l’adrenalina di chi di lì a poco avrebbe rapinato una banca. E pure con le Gocciole in mano, quelle immancabili.

Filosofia spiccia

E poi? Si cresce, si diventa uomini. No? Me l’hanno spiegata così. E tutte quelle piccole cose ti scivolano addosso al cospetto di qualcosa di più grande. Una nuvola di un bianco candido che attraversa il cielo più celeste del mondo. La guardi, tu fissi lei e lei fissa te mentre cambia aspetto trasformandosi in qualcos’altro. E ancora, e ancora, non si ferma, la perdi di vista. È la vita. Quindi cresci, di pari passo con le temperature medie globali e il culo di Ronaldo, il Fenomeno, sia chiaro. Cresci e diventi una persona civile, la Lazio c’è ma è un po’ lontana. Cresci con l’indignazione tipica delle new generation e il dilemma su quale di due disgrazie sia la meno peggio: Trump o l’Iran, lo scioglimento dei ghiacciai o l’Australia che brucia, Salvini o il coronavirus.

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Cresci e vai a teatro nella settimana pre-derby. Già, questa sera. “La tempesta” di Shakespeare, che io non ho mai letto né studiato. Perché oltre che stronzo sono pure parecchio ignorante, il primo passo è riconoscerlo. Mi mischierò alla puzza sotto il naso dei miei “colleghi” spettatori – chi va a teatro me lo immagino così, sbaglio? -, e per una sera sarò anch’io un tipo a modo. Goffamente tirato dentro una camicia e un gilet che, sarò impazzito, mi piace indossare. E quindi mi viene da ridere. Ripenso al passato e a quelle settimane pre-derby. La notte tremavo, sudavo freddo, non dormivo: solo una volta è stata colpa della febbre. Penso al futuro e a domenica 26 gennaio, ore 18:00, Roma – Lazio. Ho la data fissa in testa e non l’ho fatto di proposito, ma mi piace. So già come andrà a finire, lo vivo 90 minuti a settimana (infrasettimanali permettendo) e questi 90 minuti non saranno come tutti gli altri. So già come andrà a finire, mi strapperò camicia, gilet e pure la pelle se è necessario perché in quei 90 minuti non esiste altro. E godo da morire. Mi sento vivo, mentre il mondo va a puttane. Si fotta Shakespeare, domenica c’è la Lazio. La attendo con calma apparente, esplodo dentro e non aspetto che quell’ora e mezza. Si fotta Shakespeare, domenica c’è il derby: e io, fondamentalmente, sono un grande stronzo.

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