C’era una volta un posto in cui l’inverno sembrava non potesse arrivare. Un posto in cui anche di notte, nel più profondo e pesto buio, si potevano affacciare lampi di sole improvvisi e accecanti. Il freddo c’era, ma nessuno se ne accorgeva perché tutti ridevano e fremevano di gioia. La paura pure, ma era sempre in difetto rispetto all’aria di entusiasmo che tirava.
Un edificio grosso, elegante, solido. Nel bel mezzo di lunghe campagne sempreverdi. Da una parte l’ingresso ampio, curato, sfavillante. Alcuni la chiamavano la “stanza dei miracoli”, dove tutto sembrava bello e destinato a durare per sem…CLICK.
Si spegne all’improvviso la luce. Chi è stato? Cos’è questo rumore? Adesso freddo, tutto nero intorno, dove siamo finiti? Un burrone ai nostri piedi: davanti il vuoto, alle spalle quelle illusioni.
MOMENTO NEGATIVO
La Lazio non vince una partita dal 24 gennaio scorso, praticamente un mese. Un mese in cui si è giocato tanto, troppo. E in cui sono arrivate solo delusioni: nelle coppe, in campionato, in casa, in trasferta, contro le grandi, contro le piccole, contro chi qualche settimana fa avremmo potuto legittimamente deridere al solo pensiero. E invece…
Il periodo no della Lazio in una partita. Anzi, in una sola azione
E invece capita che entri di colpo in una spirale negativa che sta rapidamente risucchiando la terra sotto i piedi, quella zona di privilegio che hai conquistato a fatica e che sentivi ormai cosa tua. Ma non è di rendita che si vive nel mondo del calcio. Bisogna tornare ad avere fame, bisogna tornare a essere umili. Ultimamente stiamo assistendo alla versione brutta della Lazio, la versione Mr Hyde: superficiale, imprecisa, scarica, scollegata in campo e nella testa dei suoi giocatori.
Di tanti suoi giocatori. Di quelli che stanno rendendo ben al di sotto delle aspettative (Nani), di quelli che scontano un periodo di fisiologica flessione (Immobile, Luis Alberto), di quelli che non offrono garanzie di continuità (Felipe Anderson) o appaiono semplicemente inadeguati (Wallace/Bastos). Tasto dolente, quello del reparto difensivo. Che non ha funzionato nemmeno quando le cose andavano bene, figuriamoci ora. Eppure anche in quel deserto lì, possiamo intravvedere l’oasi della speranza (ben rappresentata fisicamente dalla rampante figura che prende il nome di Luiz Felipe).
Allarme errori difensivi 💡
La media-gol subiti nell’ultimo trentennio: #Inzaghi davanti solo a Papadopulo e Caso
0.95 Eriksson
0.98 Mancini
1.02 Zeman
1.09 Petkovic
1.13 Pioli
1.14 Ballardini
1.16 Zaccheroni
1.19 Reja
1.20 Zoff
1.21 Rossi
1.33 Inzaghi
1.39 Papadopulo
1.45 Caso— Lazio Page (@laziopage) 12 febbraio 2018
Altri due ingranaggi si sono inceppati in questo periodo nero, i pezzi migliori della nostra macchina che è stata portata a velocità supersoniche e ora arranca in corsia di emergenza. Da una parte l’attacco: spietato, imprevedibile e abbondante fino a ieri; lento, sterile e svogliato oggi. Forse basta una miccia per riaccenderlo, forse basta poco, forse serve un gol a rompere quello che sembra un incantesimo sulla linea delle porte avversarie (minimo comun denominatore di queste 4 sconfitte è stato, tra le altre cose, il gap tra occasioni create e reti gonfiate).
Dall’altra parte Simone Inzaghi. Persino lui – il massimo responsabile della creatura che ha ammaliato l’Italia intera per 6 mesi – sembra aver perso il tocco magico da qualche settimana a questa parte. Probabilmente il fatto di voler insistere con un modulo che attualmente espone la squadra a rischi che massimizzano i suoi punti deboli (la fase difensiva appunto, soprattutto in transizione negativa) e non esalta come prima i suoi punti di forza (ma qui potrebbe centrare un discorso di stanchezza), sta leggermente intaccando il suo status “immacolato”. Niente di compromesso, per carità.
RICOMINCIAMO
Ma si deve ripartire subito, perché il tempo è tiranno. Perché la classifica all’improvviso non ci sorride più come prima e la concorrenza si sta organizzando per il rush finale. Perché in Europa League e Coppa Italia siamo già chiamati alla resa dei conti e nei rispettivi match di ritorno a Roma sarà necessario rispolverare la versione buona della Lazio, quella Dr Jekyll. Dobbiamo assolutamente evitare di fare drammi, ma allo stesso tempo essere consapevoli di andare incontro al periodo decisivo per l’intera stagione: quello in cui se vinci continui a lottare, se sbagli anche solo un’altra mossa rischi di essere fuori da tutto.
E allora fuori-tutto, adesso, lo deve cacciare la Lazio. Quatto passi, già da stasera, ci aspettiamo per uscire da questa maledetta, insignificante, schifosa crisi:
- Una reazione d’orgoglio: perché una squadra ferita può sempre rialzare la testa e ricordare a tutti il suo reale valore;
- Nuove motivazioni: sta arrivando la primavera, le partite che contano, il sole, i traguardi che hai finora solamente immaginato cominciano a prendere forme ben definite (e c’è anche chi vuole strappare una convocazione per i prossimi Mondiali);
- Rendimento dei singoli: abbiamo giocatori che hanno dimostrato di essere fortissimi. Non c’è nessun motivo razionale per cui dovrebbero smettere di esserlo proprio ora. Saranno loro a tracciare il nostro cammino da qui alla fine, quello che segnerà il confine tra grandezza e anonimato;
- Equilibrio difensivo: com’era quella storia che una volta toccato il fondo si può solo risalire?
💪🏻 Make a great start to the week! #MondayMotivation ✅
Un post condiviso da S.S.Lazio (@official_sslazio) in data:
Adesso è notte, l’inverno è arrivato anche in quel posto dove sembrava non potesse giungere mai. Questa è l’ora in cui la paura sembra prendere il sopravvento su tutto il resto. CLICK.
Cos’è stato? Dove siamo finiti? Un burrone davanti ai nostri piedi. Profondo sì, ma con un raggio di luce che ne spezza il vuoto.
