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Questa nostra stupida squadra d’amore

Come tutti ieri sera ero pietrificato: sguardo fisso nel vuoto a cercare di capire cosa fosse successo. Stamattina mi son reso conto che doveva andare così, non poteva essere diversamente.

Da qualche giorno mi canticchio “Questa nostra stupida canzone d’amore”, brano che Tommaso Paradiso ha scritto per i suoi TheGiornalisti. Tommaso è un laziale come noi e voi non ci crederete, ma nel testo della canzone c’è impressa l’intera serata di ieri. Proprio così, la notte di Salisburgo profetizzata dalle parole di un laziale.

Dopo la partita ho letto sui vari social i commenti dei tifosi biancocelesti. Tutti parlavano di una squadra indegna, da fare vergogna.

Li ho visti disamorati, con la testa bassa.

Nessuno riusciva a capacitarsi, a darsi un perché.

Tutti risucchiati nel buco di un grande incubo – “Se per caso tu domani sparissi / e io non sapessi più con chi parlare / dopo tre gin cosa dovrei fare?”.

Li ho visti da dietro, tutti pugnalati alle spalle dal loro amore più grande, traditi proprio nel momento più bello.

Li ho visti fare cento passi indietro, ridimensionare la propria squadra ancora troppo ingenua e acerba per questo genere di partite – “Non mi va di ricominciare / non mi va di sentirmi male / hai capito chi sei”.

Anche riuscire a dormire è stato difficile.

Erano già tutti pronti ad invadere Fiumicino per festeggiare la Lazio in semifinale.

L’incubo non si è placato nemmeno sotto le coperte, il telefono squillava ripetutamente: messaggi e chiamate dall’amico romanista di turno che dall’altra parte di Roma si godeva la Caporetto di stampo laziale.

Stavolta al posto del generale tedesco Otto von Below c’è il coreano – del Sud, ma poco importa – Hwang Hee-Chan a spazzare via l’ultima resistenza italiana – “E chiudendo gli occhi immagino immagino Fiumicino / tu che parti per un viaggio / io che annaffio le piante aspettando un tuo ritorno / con lo sguardo perso tra le nuvole ed il telefono che suona. / Non rispondo, è ancora presto / la Corea del Nord non potrà fermare tutto questo”.

Oggi a mente fredda mi rendo conto che non c’è un colpevole e a volerlo cercare per forza si fa solo peggio.

Tutto appartiene a quella serie di eventi che non ti spieghi, tutto è alchimia e va oltre la logica umana. Sta accadendo probabilmente in un altra dimensione.

Già il sorprendente evento di martedì sera doveva farci presagire la disgrazia: in questa città non si gioisce mai in due, se una squadra è in paradiso l’altra deve scendere per forza all’inferno. Ce lo dice la Storia e la Storia è ciclica, si ripete continuamente – “E se per caso mi dovessi svegliare / colpito da un proiettile al cuore / inseguito da strane cose / mi basterebbe abbracciarti sotto le coperte”.

I laziali io li conosco, li troverete sempre lì, pronti a sventolare bandiere cariche d’amore, a piangere e a gioire per quella maglia.

Loro lo sanno che hanno ricevuto il più bel dono che si possa ricevere quando si è bambini. Gli è stata assegnata la squadra più bella del mondo, da custodire gelosamente.

Non tornerebbero mai indietro per nessuna ragione – “Ed è bello così / anche se poi ci fa piangere / questa nostra stupida canzone d’amore. / Ed è bello così / anche se poi ci fa ridere / questa nostra stupida canzone d’amore”.

La Lazio rappresenta la vittoria più grande per ogni tifoso biancoceleste.

In cuor mio posso dirvi che tutto passerà e forse quello di stanotte è stato solo un brutto sogno.

Questo non sarà mai un finale scritto per noi – “Sai che ho vinto il mondiale da quando ci sei. / Sei la nazionale  del 2006 / ma dentro casa col vestito da sposa / sei il finale migliore di tutti i film che possiamo guardare / prima di andare a dormire”.

Articolo a cura di Tommaso Guernacci

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