Da quando quella palla rotonda ha cominciato a rotolare sul rettangolo di gioco ed ha dato così il via allo sport più seguito del Mondo, poche certezze hanno pervaso la sua logica. La principale, della quale nessuno è ancora riuscito a dubitare, è che per vincere servono le grandi squadre. Le grandi squadre sono composte da grandi calciatori e per un perfetto sillogismo per vincere servono grandi calciatori.
Fin qui sembra tutto semplice e lineare. Eppure, lo si sa: il calcio non è solo logica, anzi non lo è per niente. Il calcio è emozione, irrazionalità, imprevedibilità e quel pizzico di fortuna, che davvero non guasta mai. E forse è proprio grazie a questa, che ad oggi la compagine romana biancoceleste può vantare due gioiellini che definire grandi giocatori sembra un eufemismo. Uno crea, l’altro distrugge, uno disegna, l’altro cancella, uno educa, l’altro picchia. Sembrerebbero due opposti, come il fuoco e l’acqua, il sole e la luna. Eppure c’è qualcosa che li accomuna entrambi, e no, non ci stiamo riferendo alla loro chioma bionda.
Luis Alberto e Lucas Leiva hanno avuto un passato tra le fila dei Reds, in quel di Liverpool, nella lontana e fredda Premier League. Esperienze diverse, quasi opposte, ma entrambi hanno lasciato lo storico club inglese con l’etichetta di “meteora”. Ripercorriamo le loro carriere e cerchiamo di capire come siano diventati le colonne portanti del centrocampo laziale.
Partiamo da Lucas Leiva. Classe 1987, nato il 9 gennaio, approda giovanissimo al Liverpool, a soli venti anni. Tre stagioni al Gremio, squadra con la quale ha esordito da ragazzo, sono sufficienti per convincere i dirigenti dei Reds. In realtà, l’avventura di Lucas al Liverpool non ha di certo il sapore di una meteora: in 10 anni sono 247 le partite disputate in Premier, 346 totali, condite da 7 goal. Tuttavia, il suo scarso impiego nelle ultime due stagioni (e molto spesso in un ruolo non propriamente naturale), hanno spinto il brasiliano a lasciare la città che lo aveva ospitato per tanti anni. Alla Lazio serve urgentemente un sostituto di Biglia ed ecco che l’affare è fatto: 5 milioni al Liverpool e il regista brasiliano approda a Roma. Nonostante il suo curriculum parli chiaro, fanno da riflettore le ultime stagioni passate in Inghilterra, quindi viene accolto come un buon giocatore, ma nulla di più. Forse neanche adatto a prendere la pesante eredità del Lucas argentino.
Inutile dire di quanto il campo abbia parlato. Ciò che ha immediatamente colpito dell’atipico brasiliano è senza dubbio la sua personalità: alla prima uscita ufficiale contro la Juventus sembrava già un veterano. Il suo stile di gioco è chiaro e fa impazzire a chi del calcio non piace solo il tacco e il fioretto, ma anche la sciabola e le mazzate. Espressione da labrador, gioco da pitbull: si può riassumere così Lucas Leiva. Eppure il brasiliano non è solo spallate e randellate. Se andassimo a vedere le statistiche fornite da LazioPage, nel match Juventus Lazio, ci accorgiamo come Lucas Leiva sia stato il top player nei passaggi riusciti (59/65), nei tocchi di palla (83), nelle occasioni create (2), nei tackle (4) e negli anticipi (5). Insomma un centrocampista totale, che predilige senz’altro la fase difensiva, ma che quando serve sa anche impostare e far ripartire la squadra.
Dopo dieci giorni dal suo arrivo già chiamava tutti per nome, ci raccontava Simone Inzaghi. Alla faccia di tutti quelli che lo avevano dato per bollito, Lucas Leiva ha costruito una diga immaginaria tra difesa e centrocampo, dove lui è il sovrano indiscusso. Ha preso in mano la Lazio orfana di Biglia aggiungendo esperienza, quantità e qualità. Un mostro sacro al servizio della squadra biancoceleste.
Luis Alberto ha avuto un percorso atipico rispetto al primo, tanto in quel di Liverpool, quanto nella compagine romana. Nato il 28 settembre del 1992, inizia la sua carriera nelle giovanili del Siviglia, per poi essere mandato in prestito nella cantera blaugrana. È proprio in questo contesto che esplode e dopo un’annata più che positiva dove mette a segno 11 reti, il Siviglia accetta l’offerta di 8 milioni del Liverpool. In Inghilterra non fu un’annata positiva: utilizzato col contagocce, 9 presenze e nessuna rete in Premier, 13 presenza totali. Poi i vari prestiti al Malaga e al Deportivo, finché nell’estate del 2016 la Lazio sborsa 5 milioni per assicurarsene le prestazioni. Presentato come il nuovo Candreva, tecnico e tifosi si renderanno ben presto conto che si trattava di tutt’altro tipo di giocatore, che predilige giocare per vie centrali piuttosto che sull’esterno.
Dopo un primo anno completamente anonimo, quasi rilegato ai margini del progetto tecnico, se non fosse per l’unico squillo messo a segno contro il Genoa, nella sua seconda stagione alla Lazio il fantasista spagnolo fa esplodere interamente il suo talento, come non aveva mai fatto. Messo a fare da collante tra centrocampo e attacco, il suo stile di gioco è un vero orgasmo calcistico: tocchi di suola, di tacco, danze sul pallone, dribbling senza logica, goal e piogge di assist. Classe cristallina, colpi di genio, ma guai a pensare a giocate fini a loro stesse.
Se ad esempio prendessimo in considerazione l’ultima partita di serie A giocata da el Mago, contro il Benevento, osserviamo che è stato top player nei tiri (4), nei tocchi di palla (100), nei dribbling (3) e nei duelli aerei vinti (1). Emblemi della sua classe e della sicurezza raggiunta sono la punizione sotto l’incrocio da trenta metri contro il Sassuolo, il dribbling a due tocchi che ha mandato a vuoto Matuidi, la “veronica” con la quale si è sbarazzato della difesa del Benevento, i calci d’angolo taglienti sui quali tenta sempre di trovare la rete personale. Un fantasista coi controfiocchi, un mix tra il numero 8 e il numero 10, un artista che dipinge quadri ad ogni tocco col pallone.
Avevo pensato di abbandonare il calcio, confessa Luis dopo loaver riscoperto la felicità nel toccare il pallone e di indossare gli scarpini. Aveva pensato male il piccolo Mago, così come avevamo pensato male noi a giudicarlo troppo presto. Ma adesso è esploso, ha raggiunto la nazionale spagnola e non ha intenzione alcuna di fermarsi. E noi, fresco della prima convocazione con la Spagna, ce lo godiamo.
Le grandi squadre si fanno con i grandi giocatori e questi costano tanti milioni. Vuole imporre questo la stringente logica del mercato, abilmente applicata da folli dirigenti persino ai sani principi del calcio, quello che per antonomasia è sempre stato lo sport del popolo. Tradotto: chi vuole vincere deve dotarsi di tanti milioni di euro ed investirli. Lo impone il mercato.
Beh, noi non abbiamo società americane, cinesi o cordate arabe alle spalle. Tanti milioni non possiamo spenderli. Eppure possiamo vantare questi due grandissimi calciatori in rosa, che ogni domenica ci fanno impazzire dalla gioia e godere della loro classe. Alla faccia delle logiche del mercato!
Uno è il fabbro, l’altro è l’illusionista. Grazie Liverpool!
