Roma, 1997. Nella capitale c’era il Re del goal Giuseppe Signori. L’unico, indiscusso bomber totale della storia moderna biancoceleste. Ma come tutte le cose belle, anche Signori è svanito troppo velocemente, archiviato a causa della Lazio che verrà.
Il suo sostituto sarà Mancini. In realtà, i due conviveranno per pochi mesi ma Signori troverà sempre meno spazio. Diventerà capocannoniere della Coppa Italia alzata al cielo contro il Milan, ma festeggerà come tesserato della Samp.
Eriksson dalla Sampdoria portò con sé (negli anni) i due pupilli Mihajlovic e Mancini (oltre al sempreverde Attilio Lombardo). Il primo contribuì con un mucchio di gol allo scudetto del 2000 mentre il secondo ci cambiò la mentalità. Sì, Roberto Mancini col colletto alzato e il ciuffo da pettinare ogni 8 minuti netti, ci ha cambiato il cervello.
Arrivato nel momento giusto, quello di transizione tra buona squadra senza titoli e una squadra pronta a vincere, Mancio è sinonimo di vittoria. In Italia e in Europa. Perché Mancini non è banale, non vince con le maglie di Juventus o Milan. Lui vince con la Samp, sfiora la Coppa dei Campioni e alza trofei internazionali con la piccola Lazio. Che con lui non è più piccola.
Smette di giocare, ma lo ritroviamo in veste di allenatore e vince anche lì. Non è simpatico, non è l’uomo del popolo che si fa amare dalla curva, lui è un vincente. Senza se e senza ma.
Per molti è stato uno dei top italiani in assoluto, ma senza mai vestire maglie di squadre leggendarie. Un malus? O una nota di merito? Quando arrivò alla Lazio era già in modalità risparmio energetico, ma c’era poco bisogno di spostarsi perché era la palla ad arrivare dove voleva lui. Tempi di gioco da uomo del futuro, tacchi, dribbling, assist, pallonetti. Il tacco a Parma solo la ciliegina su una torta piena di prodezze e gol pesanti.
#AccaddeOggi: il 17 Gennaio 1999 si gioca #Parma–#Lazio. Il match è bloccato sull’1-1 fino al 69’: angolo di #Mihajlovic, #Mancini si avventa sul primo palo e mette il tacco destro per colpire il pallone che assume una traiettoria incredibile e si insacca all’incrocio dei pali pic.twitter.com/1RVBFm72f9
— Agentianonimi.com (@AgentiAnonimi) 17 gennaio 2018
È lui il bivio tra la Lazio pronta ad esplodere e quello che sarà fino ai 2000: lo stile, la classe, la faccia tosta di una scorza che dentro rinchiude “un campione di classe”, come si autodefinisce sul suo sito personale. Classe che solo chi ha assaporato può capire: agli altri le spacconate e le creste, qui si ragiona da Mancio. Giacca e cravatta.
È l’uomo giusto per gli azzurri, è quello che quando ci parli puoi essere chiunque, ma lo sai che lui era più forte di te. Puoi aver vinto il triplo, ma lo sai che lui è il Mancio, quello che ha avuto gli attributi di scapocciare in Nazionale, dire “lo avrebbe visto anche un cieco, ma purtroppo non Vicini”. Di scapocciare ieri, di allenarla oggi.
Esistono persone che seguono lo stile, altre che lo creano. Roberto Mancini ha cambiato il tifoso laziale da speranzoso a consapevole, da chi si emoziona quando vede una bella macchina a quello che esce e se la va a comprare, pure se forse costa troppo.
Indimenticabile l’urlo del cronista quando, saltando il povero Servidei, infilò Konsel sotto l’incrocio e col sorriso di chi sa, tornava lentamente verso la sua metà campo abbracciando un giovane Nesta, gioioso nel vedere tanta padronanza.
Ultimo numero 10, ultimo colletto alzato con stile. Senza coattate.
Articolo a cura di Daniele Ercolani
