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Si sta come d’autunno, sugli alberi, Palombi

“Vai ragazzo, oggi tocca a te”

La frase più bella che un giovane con un sogno tra le mani, o meglio tra i piedi, possa sentirsi dire.

La frase che dà origine al gioco del calcio, per la quale milioni di ragazzi, bambini iniziano per la prima volta a prendere a calci una bottiglietta di plastica vuota. Sono quelle le parole che ti danno la forza quando cominci a giocare a pallone e partorisci per la prima volta quel sogno proibito di diventare calciatore.

Sono le parole più vere e sincere che si possono sentir dire, lontane anni luce dalle indicazioni, dai consigli, dai commenti tecnici, dalle critiche che poi ti assalgono e ti assaliranno inevitabilmente.

Sono parole al miele arrivate dopo un’indigestione di parole salate che troppo spesso ti fanno pensare di non poter arrivare al meritato dolce.

 

Queste parole Simone Palombi le ha già sentite: gliele ha dette il suo mister all’orecchio prima di farlo partire titolare contro la Spal e lo hanno accompagnato in tutti i suoi 67’ minuti giocati, insieme ai migliaia di sguardi dei suoi tifosi puntati su di lui. La magia ha avuto inizio, ma un calciatore si nutre di fiducia, di speranze riposte in lui da tutto un popolo, di voglia di risentirle ancora e ancora, fin quando non diventano un ritornello infinito, fino a quando non si solidificano e diventano una costante.

Il ragazzo di Tivoli non ha avuto un esordio in campionato da sogno, di quelli in cui segni e il giorno dopo ti vedi già vestire la maglia del Real Madrid o quelli in cui già giochi per il Manchester United e porti a casa il titolo come il laziale Macheda, ma ha assaporato il prato dell’Olimpico davanti ai suoi tifosi che non vedono l’ora di trovare un nuovo beniamino cresciuto in casa, da amare. È per questo che spera di risentire le stesse parole, quelle che conosci a memoria ma non smetti mai di apprezzarle come fosse la prima volta che te le dicono, quelle che nel giro di pochi minuti di catapultano nel caotico mondo del calcio dai cui non ne esci più.

 

L’esordio in campionato è sicuramente qualcosa di speciale, ma quello in Europa ha tutto un altro sapore.

La sfida di stasera a Roma è infatti l’occasione che il calciatore sognava, nella quale aveva il timore di dire “mister, se vuoi io ci sono” ma non pensava ad altro, da giorni. Perché una volta che sei entrato in campo a rappresentare la tua squadra vuoi farlo di nuovo, vuoi fare meglio, vuoi far vedere che sei pronto, invincibile, quello giusto.

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E allora a poche ore dalla partita sembra che Inzaghi cambi idea, quella formazione che ti voleva titolare a capitanare l’assalto biancoceleste viene rivalutata e ti sbatte in faccia che per te non c’è posto, almeno non dall’inizio.

In quello stadio silenzioso per l’assenza dei tifosi quella che Palombi spera di sentire sarà una voce fioca ma decisa, che ti urla all’orecchio che tocca a te, è il tuo momento. Pensieri confusi, che forse non comprende nemmeno chi li prova. La delusione di non essere stato scelto tra i più importanti, i titolari che vengono gridati dallo speaker a inizio partita a tutto volume, ma la speranza di essere tra i tre fortunati su cui l’allenatore ripone l’idea di dare una svolta alla partita, che silenziosamente e in punta di piedi potrebbero diventare protagonisti.

È il sogno di tutti. Di chi ama e segue il calcio, di chi non è bravo a giocare e pur di provare quella maledetta sensazione si cimenta nelle avventure di Alex Hunter alla playstation. Perché quella sensazione, vera o finta, va provata almeno una volta nella vita. Perché in fondo vorremmo tutti essere Alex Hunter, vorremmo tutti essere Simone Palombi.

Dall’altra parte, no, non così opposto, direi più a fianco a lui, vi è però un grande conoscitore di calcio, un allenatore, e prima ancora un uomo, che studia le partite nei minimi dettagli e non lascia nulla al caso. Un padre per loro. Questo allenatore si chiama Simone Inzaghi e oltre a essere simile a Palombi per il nome in comune, lo è per la sua storia. Anche lui è stato giovane, ha vissuto delusioni e sconfitte che possono far male e da cui vuole proteggere i suoi ragazzi.

Inzaghi ha infatti provato le stesse sensazioni, le stesse emozioni nella sua carriera da calciatore conclusa ormai qualche anno fa, ma di questi ricordi ne ha fatto tesoro e, se da una parte ha dimostrato già con la primavera di saperci fare con i giovani, dall’altra lo ha confermato in questi due anni alla guida della prima squadra. Sa infatti cosa significa essere allenatore, conosce l’importanza di un’Europa League troppo spesso snobbata dalle squadre italiane e fino ad ora ha sbagliato poco.

Sa anche meglio di tutti quando è necessario e produttivo per l’ambiente far entrare un giovane dando così inizio alla sua carriera. Lui ci tiene a creare una squadra che sappia sfruttare l’esperienza dei veterani e l’esplosività dei ragazzi più piccoli, che devono essere inseriti con cognizione di causa, senza essere rovinati in pochi minuti.

Come si dice, senza essere bruciati.

Perché il fuoco fa male, il fuoco è infernale. E allora ci vuole cautela, ci vuole la giusta pazienza per poter addomesticare le fiamme e renderle proprie, così da poter, in futuro, infiammare lo stadio.

“Lasciate ogni speranza, o voi ch’ entrate” recitava la porta di accesso all’inferno, ma il giovane Palombi, forse ancora più intimorito di Dante a tale visione, spera di entrare in campo attraverso la porta dell’Olimpico, al momento giusto e opportuno, e giocarsi le sue carte per conquistare finalmente il paradiso biancoceleste.

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