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Noi abbiamo già vinto

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Vi spiego perché quest’anno la Lazio ha già vinto.
Non mi soffermerò sui derby, sul campionato, o sulla finale di Coppa Italia. Sarebbe troppo riduttivo. Perché quest’anno è successo qualcosa di storico, memorabile. Fermiamoci un attimo e riavvolgiamo il nastro. Non serve andare indietro a quest’estate, come ha ben detto Simoncino, non c’è nulla da ridere o da scherzare sull’allenatore mai venuto dall’Argentina. Inoltre, è in tutta onestà una storia di così poco interesse.

Serve forse andare indietro di qualche decennio. E senza fare nomi o colpevoli, possiamo essere onesti con noi stessi: nell’ambiente Lazio si era persa la lazialità. Si era dimenticato quanto bello fosse davvero essere laziali. Per vicende varie: vicissitudini societarie, contrasti con la tifoseria, una comunicazione interrotta, un muro contro muro che non ha fatto altro il male della nostra squadra. Eppure quest’anno si è fatta la storia.

Oggi tutta Roma, la biancoceleste, può portare fiera l’aquila sul petto, con un senso di appartenenza e vicinanza finalmente ritrovato. Oggi si è riscoperto il significato di essere laziali. E vi spiego il perché analizzando i due fattori fondamentali di ogni società di calcio: la squadra e l’allenatore.

La squadra. Inutile girarci attorno, senza grandi giocatori non si va da nessuna parte. Felipe Anderson, Ciruzzo Immobile, il bambino Keita, il bulldozer Milinkovic e il generale De Vrji si sono consacrati quest’anno dei grandissimi giocatori, top player. Se a questi aggiungi la vecchia guardia finalmente ritrovata, i più esperti, quelli che in parte hanno fatto già la storia della Lazio, da Senad Lulic, a Stefan Radu, senza dimenticare i motori del centrocampo Parolo e Biglia, il ritrovato Dusan Basta e il portierone Federico Marchetti (almeno la prima parte di stagione,), ecco che allora il mix diventa devastante.

Esperienza e giovinezza, consapevolezza e tecnica sopraffina. Difesa granitica e attacco devastante, fisicità e velocità. Una squadra che sa difendere e ripartire, ma che a seconda dell’avversario sa imporre il proprio gioco e schiacciare chiunque si trovi davanti (tre partite 19 gol, a che anni si deve risalire per numeri del genere?).

Eppure non è tutto. Perché accanto ai top player e ai senatori c’è un gruppo di giovani e meno giovani, che chi più e chi meno hanno tutti messo la propria firma sul capolavoro biancoceleste. Un gruppo di gregari e forse futuri campioni, che nelle vittorie e nelle sconfitte, hanno sempre gettato il cuore oltre l’ostacolo, nonostante molti di loro hanno giocato i minuti contati.

È obbligatorio cominciare da “er tigna” Lombardi, 21 anni, una o due partite da titolare e un gol all’esordio, qualche palo che gli ha negato ancora il tabellino. Decisivo anche nella vittoria a Sassuolo, suo il cross che Acerbi devia nella sua stessa porta.

Poi i due centrali Hoedt e Wallace, entrambi 23 anni, da oggetti misteriosi alla stregua di titolari inamovibili. 24 partite totali e 3 gol per il primo (con tanto di prima convocazione nella Nazionale maggiore), 27 presenze e 1 gol per il brasiliano.

Con qualche distrazione sulle spalle (pesantissima quella del derby di andata del brasiliano), ma tantissime partite di sostanza, si apprestano a diventare i centrali del futuro della difesa biancoceleste.

Thomas Strakosha, come dimenticare il terrore nel vederlo nella prima da titolare. Eppure il portierone classe ’95, ha convinto tutti a suon di parate impressionanti (incredibili le due su Dzeko nell’ultima stracittadina), condite da qualche perdonabile errore di gioventù. Si candida a pieni voti ad essere il numero 1 laziale della prossima stagione e del futuro.

Ancora dalla primavera Murgia e Crecco, pochissime presenze ma due gol con esultanza stratosferica per entrambi. Lukaku, quello “sbagliato”, che nel derby più importante degli ultimi 4 anni, nella prima da titolare, si trasforma in R. Carlos e schianta la fascia destra della Roma.

E poi c’è Gabarron Patric, l’amico che tutti vorrebbero. Quello che se resta in panchina per 8 partite di fila, ad ogni gol della sua squadra fa uno scatto di 120 metri per andare a rincorrere ed abbracciare il compagno che ha segnato. Quello che quando gioca da l’anima, indicazioni a compagni più navigati ed esperti di lui. Ha conquistato i tifosi della Lazio sui social, ma ha conquistato l’allenatore a suon di prestazioni, considerando le 19 presenze totali di quest’anno ed un assist sopraffino con tanto di finta di corpo, contro le 9 dello scorso anno. Magari non sarà mai un campione, ma un giocatore che fa spogliatoio come lui è sogno di tifosi, compagni e allenatore.

Tra i gregari ci metto anche Bastos, ma solo per il fatto che ha giocato poco soprattutto per via di qualche noia fisica. Ma ragazzi, non scherziamo: stiamo parlando di un difensore di livello assoluto, capace di annullare in ordine Higuain, Salah e Dzeko. Velocità e strapotere fisico: con l’angolano non si passa.

Finiamo con i meno utilizzati e forse anche i meno utili alla causa biancoceleste: Filip Djordevic, l’attaccante che ci ha illuso con la stratosferica tripletta a Palermo nel corso della sua prima stagione in Italia, e Luis Alberto, autentico oggetto misterioso, arrivato in estate per sostituire Candreva, ottenendo solo tanta panchina. In un modo o nell’altro, sono comunque risultati entrambi decisivi contro il Genoa, il serbo sbloccando l’ottavo finale di coppa Italia, lo spagnolo inventandosi un tiro improbabile dalla trequarti permettendo alla Lazio di uscire imbattuta da Genova.

L’allenatore. E adesso silenzio e attenzione tutti. Perché si parla dell’artefice di questo piccolo miracolo. E non si parlerà di tattica, di cambi o di moduli. Si parlerà di lazialità. Umiltà, eleganza, stile ed una voglia di gridare al cielo forza Lazio da strapparsi la pelle. E non è un caso che mi sia prolungato sui cosiddetti gregari nel parlare della squadra. Perché se un calciatore che gioca una partita al mese, o addirittura non la gioca proprio, è pronto a strillare fino a piangere per un goal della propria squadra, ci sarà pure un motivo.

Ed il motivo ha un nome ed un cognome: Simone Inzaghi. Un uomo che fa parte dell’ambiente Lazio da 20 anni, che con questa maglia è salito sul tetto d’Italia e d’Europa, vivendo lentamente e silenziosamente l’inevitabile declino del dopo Cragnotti. Ma sempre con l’aquila sul petto. Non si tratta di fare mosse azzeccate, giocate da playstation, tattica esasperata.

Questi sono i discorsi dei super geni (o presunti tale) del pallone. Al tifoso della Lazio interessa solo una cosa: sognare. Interessa vedere un gruppo di giovani provenienti da tutto il Mondo, che ha compreso appieno cosa significhi essere laziali. Interessa guardare un allenatore che quando Immobile si invola da solo verso Allison, lo accompagna con una corsa incredibile come ai vecchi tempi, quasi che stesse sognando lui stesso di essere ancora un calciatore e che magari Ciruzzo potesse passargli la palla.
Noi vogliamo guardare Inzaghi, che dopo che Keita asfalta definitivamente la squadra sbagliata di Roma, si lascia andare ad una irrefrenabile gioia a tutto campo, con il sorriso di un bambino, i capelli al vento, camicia bianca e quella cravatta immancabile con impresso il nostro simbolo. Con quale coraggio i giocatori non lo seguirebbero?

Quando si permetterebbe Keita di mettere davanti i disguidi societari alla causa laziale? Dopo che hai conosciuto la lazialità, questa ti rimane dentro, non può andarsene. E ancora: con quale coraggio i tifosi non tornerebbero allo stadio? Perché non dimentichiamolo, Inzaghi ha fatto anche un altro grande miracolo.

Ha riunito la tifoseria laziale attorno a lui. Con quale coraggio un tifoso della Lazio oggi direbbe “non vado allo stadio per colpa di Lotito”? Perché questa non è più la Lazio di Claudio Lotito, del gestore. Questa è la Lazio di Simone Inzaghi. E Simone Inzaghi non è semplicemente un grandissimo allenatore. Simone Inzaghi rappresenta perfettamente il tifoso laziale: elegante, composto, sognatore, lavoratore, con unico grande amore che lo accompagna da quando è nato.

E possiamo così cominciare di nuovo a sognare, dunque. Non sognare obiettivi improponibili e spocchiosi, come ci hanno abituati quelli della parte sbagliata del Tevere. Ma sognare un nuovo ciclo di lazialità, condito magari perché no di qualche vittoria, un nuovo di ciclo nel quale potremo ammirare i 40 mila allo stadio tutte le domeniche, un nuovo ciclo dove i bambini possono andare fieri dei vari Milinkovic, Anderson, Keita, senza aver paura di paragonarli ai mezzi giocatori spacciati per campione sull’altra sponda. Un nuovo di ciclo di Lazio e lazialità, dove possiamo dimenticarci dei nefasti anni passati e farci guidare ad occhi chiusi dal nostro allenatore.

Quindi grazie Simone Inzaghi, per averci fatto sognare, urlare, piangere ed emozionare insieme a te. Grazie indistintamente a tutti i ragazzi, perché hanno deciso di seguire incondizionatamente il loro maestro in onore di una causa più grande. Grazie perché con il cuore ed il sudore avete fatto risvegliare un popolo immancabilmente romantico. Ed infine grazie a noi, tutti i tifosi di questa fede centenaria, nessuno escluso. Perché abbiamo ancora una volta dimostrato che niente potrà mai spegnere quest’amore così grande e così irrazionale. Nessuna barriera, nessun presidente, nessuna istituzione. Ci avete messo alla prova, ma ne siamo usciti più forti. Perché noi siamo la Lazio. E da oggi, pensando a quest’allenatore e questa squadra, possiamo nuovamente svegliarci tutte le mattine col sorriso e pensare: “quanto è bello esse laziali!”.

 

Luca Calzetta

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