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Mi sono vergognato di essere laziale

Amo la Lazio. Da sempre, da quando mio padre mi ha trasmesso questa passione che ho coltivato come un bene prezioso, qualcosa di cui andare fiero.

L’altro giorno in vacanza in Israele, però, avrei preferito nascondermi, passare un po’ di saliva sul dito, strofinarlo sul mio tatuaggio dell’aquila con sotto scritto in grande “S.S. LAZIO” che ho sulla schiena e cancellarlo.

Tel Aviv, 29 agosto 2019.

Mi trovavo nell’emozionante spiaggia di questa particolare città che però a differenza di quanto si potrebbe pensare non è la capitale, dato che lascia il posto alla più modesta Gerusalemme. Classico Mar Mediterraneo, sabbia chiara, bagnasciuga di un’ampiezza da invidia popolato da ragazzi che giocano a racchettoni o a pallone. In particolare ce n’è uno bravo, quasi potrebbe fare un provino alla Lazio. Intanto lungo la spiaggia si mischiano persone che non c’entrano nulla l’una con l’altra e che se proprio vogliamo avrebbero più di qualche motivo per stare separati: donne con il burka che si immergono in acqua,  ebrei sotto all’ombrellone, cristiani che giocano a pallavolo e poi qualche turista.

Ho sete e mi dirigo verso il bar per prendere un’occidentale Coca Cola, ma alla mia richiesta il barista mi guarda male. Mi scruta, quasi infastidito. Avrò sbagliato la pronuncia in inglese? Di certo l’ebraico in quattro giorni non avrei potuto impararlo e l’inglese mi sembrava la soluzione migliore. Probabilmente aveva visto il mio tatuaggio e quindi spiega: Lazio? Ok…

*e intanto si incupisce, rivedo in lui la mia espressione di quando la Lazio subisce goal, di quando un avversario segna ed esulta proprio sotto al mio seggiolino.

Poi prosegue affermando che gli piace il calcio, ma è ebreo. E, per la Lazio, gli ebrei non vanno bene.

*io invece mi sento tremendamente in colpa, mi vergogno terribilmente.

Faticosamente gli spiego che non tutti i laziali sono così, io anche amo il calcio, amo la Lazio e non ho alcun problema con gli ebrei. Gli faccio capire che è vero che i laziali si sono spesso resi protagonisti di gesti “poco cortesi” nei loro confronti, o nei confronti di altri popoli, ma fortunatamente non è un atteggiamento e un pensiero che si addice a ogni laziale. Mi fa un cenno di intesa, si complimenta e poi ci salutiamo.

Torno finalmente sul bagnasciuga, sicuramente dissetato, ma non in pace con me stesso. Quella cosa di cui sono sempre andato fiero, che ha segnato gli anni migliori della mia vita, che ha condizionato tante mie scelte, mi stava facendo vergognare. Ed ecco che quindi torno al mio zaino, prendo la maglietta e me la metto repentinamente.  Non volevo che nessuno vedesse più il mio tatuaggio, la mia fede laziale. In quel momento significava passare per razzista, antisemita, una persona che odia. Cosa che non mi rappresenta affatto.

Mi sono vergognato di essere laziale. E non me ne vergogno, non mi vergogno di dire che mi sono vergognato di essere laziale. In quel momento avrei voluto avere il tatuaggio di tante altre cose che mi piacciono come la Coca Cola, la birra, la Playstation o l’amatriciana, ma non della Lazio. In quel momento ho capito che vorrei che quel tatuaggio mi identificasse come una persona che ama la Lazio, non come qualcuno che odia gli ebrei, i “negri” o altre cose che con il calcio non c’entrano nulla.

Mi sarebbe piaciuto che il barista, vedendo lo stemma della Lazio, mi avesse detto “71 Lulic”, “coppanfaccia ma quanno je passa”, “Milinkocrazia unica via”, “quanto è scarso Wallace” o “chi mi consigli di prendere al fantacalcio quest’anno?”. Tutto, ma non quello.

In questa vacanza ho scoperto un popolo e una cultura nuova, una città diversa e un sentimento nuovo: la vergogna. La vergogna di tifare Lazio, cosa che non dovrebbe mai e poi mai esistere. Ma, evidentemente, l’odio alle volte arriva più in fondo di un filtrante di Milinkovic, di una vittoria, di una passione.

Per questo motivo, l’altro giorno, mi sono vergognato di essere laziale.

N.B. Questa è un’esperienza personalmente vissuta da Iacopo Semprebene, amante dei viaggi, della scoperta del mondo e tifoso laziale che, però, non vuole assolutamente gettare in cattiva luce i baristi di Tel Aviv e la loro lentezza nel servire una Coca Cola.

6 comments

  1. Capisco il tuo disagio, ma vergognarsi mai! Purtroppo le “gesta” di qualche sciagurato ci ha creato questa fama, ma noi non siamo loro. Noi siamo quelli del no ai sogni egemonici di un gerarca fascista, siamo quelli dei colori della Grecia culla della civiltà occidentale, siamo la più grande prospettiva d’Europa e se qualcuno si fa influenzare dagli stereotipi, peggio per lui!

    1. L’espressione “vergognato” era chiaramente un modo forte per portare alla luce una situazione sempre più grave nel mondo Lazio. Bisogna far vedere al mondo che esistono laziali che non sono così. Forza Lazio sempre

  2. Chi si Vergogna di essere della Lazio non è della Lazio!!! Il Laziale nasce così.. non ci diventa non si fonde… Per me chi si Vergogna passasse all’altra ponda del Tevere…

    1. Il concetto di “vergognarsi di essere laziale” è palesemente iperbolico in questo articolo, serviva semplicemente per portare alla luce il fatto che molti laziali, tra cui io, si vergognano di essere accostati ad alcuni laziali che non ci fanno fare bella figura in giro per il mondo. Non voleva assolutamente mettere in dubbio la mia fede, ma piuttosto portare a far riflettere sul livello a cui siamo arrivati.

  3. Caro Iaio, tralasciando l’insignificante particolare di parentela, ti voglio bene proprio per questo tuo modo di essere. Sono fiero di te, nonostante i colori……
    p.s. detto da romanista, non vergognarti di essere laziale, vergognamoci dei troppi decerebrati che popolano il nostro pianeta..

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