Spesso vi raccontiamo cose assurde, impossibili, inverosimili. Sfacioliamo e ci lasciamo andare a di tutto e di più. Va bene così, perché se c’è una cosa che ho sempre pensato è che non bisogna prendere mai troppo sul serio chi è sempre serio. Per una volta però, vogliamo essere il più veritieri possibili e raccontare una scena di vita realmente vissuta.
Di Lazio ci si ammala inguaribilmente, diceva Giorgio Chinaglia, e come dargli torto? Basta uno sguardo, verso l’aquila, ed il mondo improvvisamente prende tutto un altro colore. Sono di parte? Probabile. Ma allora come si spiegano i tanti “laziali adottivi” che sono nati nel corso degli anni? Dal piacentino Inzaghi al napoletano Immobile passando per il romeno Radu. E la lista potrebbe proseguire a lungo andando a coprire la metà dell’articolo. Ma senza dilungarci troppo oltre, faccio il nome di un altro laziale adottivo: Stefano Mauri. Dopo la finale di Coppa Italia, ho avuto l’emozione di toccare con mano la sua lazialità.
Dopo il triplice fischio di Banti lo stadio è una bolgia: la Lazio alza al cielo di Roma la settima Coppa Italia della sua storia. Festa grande, colorata dalla sempre suggestiva celebrazione che vede gli uomini con l’aquila sul petto saltare trionfanti tra una miriade di coriandoli al tricolore. Io, ovviamente, mi faccio prende dall’euforia e dall’emozione del momento. Poi, in un attimo di lucidità, scatto giù a raccogliere gli umori del post gara.
Ed è lì, all’uscita della tribuna, che incappo in Stafano Mauri. L’ex centrocampista della Lazio (in biancoceleste dal 2006 al 2016) lascia lo stadio con un sorriso smagliante. Avendolo sempre apprezzato come calciatore e come capitano mi dirigo da lui per poterlo salutare. Lui, disponibilissimo, mi rilascia le sue considerazioni post gara (che non sto qui a riportare, va bene che questo è un articolo serio ma la banalità non ci appartiene). Una cosa, però, è degna di nota:
Me – “Ma quando ti rivediamo alla Lazio?”.
Mauri – “Non lo so, chiedi al presidente, non a me”.
Me – “Torneresti?”
Mauri – “Sì, tornerei subito”.
E lo congedo. Beh, che dire? Di Lazio ci si ammala inguaribilmente. Ma proprio di brutto. Aveva ragione Chinaglia.
Uno come Mauri, in questa Lazio, ci starebbe da Dio. La sua preparazione, ma soprattutto il suo attaccamento alla maglia, apporterebbe un quid in più all’organigramma che – dopo Inzaghi e Peruzzi – potrebbe rimpolparsi ancora di più degli uomini che hanno scritto le pagine più importanti della storia del club. E poi, uno che “tornerebbe subito” ha proprio quella fame e quella voglia necessaria. Che non guasta mai.
Mauri mi ha suggerito di chiedere al presidente Lotito. Chi lo sa’ magari un giorno capiterà l’occasione. Per il momento lo scrivo qui, a mo di lettera aperta: presidente, per favore, portaci Stefano Mauri alla Lazio.
