Nel marasma di sconforto e tristezza che è stato Cagliari-Lazio, ad un certo punto abbiamo iniziato a disperare completamente delle possibilità di vittoria. Tutto questo dopo aver assistito alle mosse dalla panchina di Simone Inzaghi, il quale, ha inserito, nei minuti finali, le uniche carte offensive a sua disposizione: Djordjevic, e Luis Alberto. E i due facevano a gara a chi sembrava più spaesato sul rettangolo di gioco.
Se il serbo ha dalla sua ottime scusanti (il terribile infortunio e il doppio palo in finale di Coppia Italia di due stagioni fa sono botte tremende per la sicurezza di qualsiasi giocatore), sembra che tale discorso non valga per il trequartista spagnolo. Ma andiamo con ordine.
Partiamo dalle cifre di quest’ultimo match: analizzando i dati fornitici dai nostri amici di LazioPage (i quali non riusciremo abbastanza a ringraziare), possiamo vedere in numeri la sua prestazione. In 19 minuti, Luis Alberto ha realizzato:
– 10 passaggi completati su 11 (3 per Immobile, 2 per Lulic e Hoedt, 1 per Basta, Biglia e Felipe Anderson; 9 sono passaggi corti, 1 un cambio di gioco);
– 7 passaggi in attacco;
– 1 tiro (da fuori area e triste);
– 1 tackle;
– 0 passaggi in area di rigore;
– 0 cross;
– 0 dribbling;
– 0 occasioni create;
– 0 falli subiti;
– 0 visualizzazioni del nostro sito ( e questo è davvero imperdonabile).
Keita quantomeno ha tentato di saltare l’uomo (3 volte in dribbling), ha completato più passaggi offensivi di tutti (19), cercandone 3 nell’area di rigore avversaria, ha fatto più tackle (4) e subito più falli (4) di tutti, ha creato 2 occasioni e tirato due volte. In comune hanno solo la percentuale di passaggi positivi (90.3%), ma Keita col triplo di passaggi di Luis Alberto. In ogni caso, il suo ingresso in campo non ha dato quella svolta alla manovra della squadra di cui avevamo bisogno.
E in questa foto traspare tutto ciò che è Luis Alberto: una magnifica rappresentazione della malinconia. Sembra perfettamente a proprio agio con il pallone tra i piedi, ma poco con le altre persone. Come se avesse qualche problema a socializzare. Eppure avrebbe a chi chiedere aiuto. Proprio a lui, al nostro eroe:
Il problema è che Luis Alberto, ogni volta che scende sul campo di gioco, sembra costantemente fuori posto. Eppure, da qual poco che si è visto, le qualità sembrano esserci. Può influire il fatto che non si sia ancora compreso perfettamente il suo ruolo tattico. Se possa essere un’ala, o se riesce a giocare solamente da trequartista tra le linee. Da sicuro influisce il fatto che non riusciremo mai a comprenderlo.
Luis Alberto il decadente
Notare la noncuranza con cui pubblica questa foto nonostante sia storta: una persona normale la ruoterebbe, prima di pubblicarla. Luis Alberto, no. Non si preoccupa del comun pensiero, né sui social, né sui campi da calcio. Rimanendo un giocatore impossibile da comprendere, e da adattare in uno schema tattico.
Ed è per questo che Luis Alberto somiglia terribilmente ad un poeta decadente. Immaginiamoci la scena. Parigi, seconda metà del 1800. Un qualsiasi artista, che sia uno scrittore o un pittore entra profondamente in crisi. Si sente emarginato e si chiude in sé divenendo protagonista di una serie di esperienze che lo portano a sentirsi “vittima” per la sua incapacità di impegnarsi nella società. Gli artisti perdono così la loro fiducia nella ragione e si lanciano verso un mondo misterioso che suppongono si celi dietro la realtà; tra loro si diffonde un senso di sconfitta. Il poeta è così un artista solitario, capace di scavare nell‘interiorità umana e nel mistero dell’ignoto, senza possibilità di comprensione se non da chi possiede le sue stesse doti e la sua stessa sensibilità.
Ora, al posto dell’immagine di un artista che questa descrizione vi fa venire in mente, metteteci Luis Alberto. Non trovate che calzi perfettamente a pennello?
Ed è per questo che non potremo mai capire Luis Alberto: perchè lui è un eroe ottocentesco. È un poeta decadente trascinato, suo malgrado, in un contesto a lui completamente estraneo. Non è il trequartista che ci meritiamo, ma nemmeno quello di cui abbiamo bisogno adesso. È una vittima dello spleen più feroce. E cercare di comprenderlo, per chi non è simile a lui, è come cercare di comprendere una canzone dei Sigur Rós:
