Ho pensato molto a cosa scrivere ad Antonio Candreva. Avrei voluto scrivere prima di arrivare a 30 anni. Forse avrei voluto scrivere qualcosa sulla sua scuola da bambino, alla fine di una salita strozzafiato. Per tutti, ma non per lui, che di fiato ne aveva, ne ha. Ho pensato molto anche al campetto dove ha iniziato, dove c’è una sua foto: sono un po’ tristi, le foto ai campetti. Anche al Bettini, a Cinecittà, da qualche parte ce n’è una di Nesta. E Dio solo lo sa, quanto è diverso da quell’uomo abbronzato, con le lunghe rughe sul viso segnate dalle palme di Miami.
Ho pensato molto a cosa scrivere ad Antonio Candreva. Il suo ritorno a Roma, la sua corsa sotto la Curva mi ha ricordato molte cose, molto lontane nel tempo. Ed è stato in qualche modo traumatico, sentire applausi e fischi, perché erano gli stessi che si agitavano, contorcevano dentro di noi. Come un malessere strano. Forse bisognerebbe chiamarla nostalgia. Forse basterebbe ammetterla.
Forse il ritorno di Candreva è anche, in qualche modo, il ritorno al 26 maggio della storia. Quando l’aria di Roma scoppiava di energia, pensieri, volontà, desideri. E tensione altissima, come solo la certezza di segnare un’epoca sa regalare. Ho pensato molto a cosa scrivere ad Antonio Candreva: ti ricordi, eravamo noi? Abbracciati a te, idealmente, quel pallone messo dentro teso, ingannevole per gli altri e chiaro e limpido per noi, come certe magie. Come certi miracoli.
Ho pensato molto a cosa scrivere ad Antonio Candreva. Ora che qualche segno del tempo già lo vedo, e faccio finta di non pensarci, anzi lo scaccio, come se fosse una zanzara estiva. Forse lo vedi anche tu, lo senti negli allenamenti, che non abbiamo più 20 anni. Avere 30 anni è come sentirsi costantemente spostati. Fai un salto, e sei quello di prima, la playstation, gli amici, le donne, la pizza, le birre. Ne fai un altro, e ci sono le responsabilità, i valori, le solidità, il lavoro, le scadenze continue, una qualche vita da concretizzare, raggiungere. Avere 30 anni e voler scrivere ad Antonio Candreva in qualche modo è come una grande risposta. Anche al ritiro, dall’altra parte del Tevere, di Francesco Totti. Lui no. Tutti, ma lui no. Era il mantra ad ogni derby. Tra qualche mese quel Lui no, non lo diremo più. E sicuramente meritava maggior rispetto, quel non dirsi più quanto ci siamo temuti. E sicuramente meritava maggior rispetto quel non dirsi più quanto ci siamo amati con Antonio Candreva. Come correre sopra, verso la scuola, da bambini, e sentire i richiami a stare attenti, di voci di donna, giovani. E correre, ma Candreva va più veloce, è salito troppo oltre, è andato troppo lontano, fino a Milano.
Ho pensato molto a trasferirmi, cambiare città, vita, lo abbiamo pensato tutti, almeno una volta, di mollare Roma con le sue macerie a chi ha ancora voglia di crederci un po’. Per poi crederci un po’, ancora, o scacciare con un gesto il pensiero che in fondo non ci si crede più. Cambiare aria intorno per sentirsi un po’ diversi, per trovare una qualche realizzazione superiore. Come tutti gli amici che sono andati via, in Inghilterra, fuori. A cercare altro. Ti ricordi di un romantico a Milano? Di Candreva preferisco quello vero, quello alla Lazio.
Ho pensato molto a cosa scrivere ad Antonio Candreva, ci penso da una settimana, da tempo. Sogno di potergli scrivere Bentornato a casa, ma non credo succederà. Ho pensato molto a cosa scrivere ad Antonio Candreva, nelle pause di lavoro, tra un pezzo e l’altro, nei ritagli dei ritagli dei ritagli. Ho pensato molto alla sua corsa sotto la Nord, tra gli applausi, e quanto stridevano forte, quei fischi. Ho pensato molto a cosa scrivere ad Antonio Candreva. Un giorno forse, un altro 26 maggio, scriverò qualcosa di meglio, di più. Ma può esistere un altro 26 maggio? O un altro Antonio Candreva, per noi, sempre, Romoletto, alla Lazio?
Di Candreva preferisco quello vero, quello alla Lazio.
