La Lazio è in crisi. Spiace per i ragazzi, quelli sugli spalti ovviamente, ma è così. Dal punto di vista dei risultati ci si potrebbe far ingannare: sono due sconfitte, è solo una piccola deviazione superabile in un cammino finora andato abbastanza liscio. E d’altronde, lo diceva anche il capitano del Titanic:
La verità però è un’altra. La crisi della Lazio non è passeggera, è ben radicata già dalla fine della scorsa stagione ed è rimasta latente lungo tutta l’estate, nonostante una calma apparente. Le sconfitte con Napoli e Juventus sono sembrate quasi fisiologiche, le vittorie risicate con le piccole sono apparse da squadra matura, il 4-1 con il Genoa è stato un’illusione di poter rivedere la Lazio spensierata dello scorso anno. Perdere i tre punti nel derby e soprattutto perdere la faccia a Francoforte hanno però messo a nudo la verità: la Lazio ha paura dei propri demoni e non riesce ad andare avanti. È come paralizzata, ma le giornate scorrono e bisogna correre ai ripari prima che sia tutto irreparabile. Prima che si debbano vivere altri cambi in panchina, altre fughe di giocatori, altri anni di transizione.
Crisi Lazio: come uscirne?
Eppure, la prima soluzione invocata a gran voce è proprio quella del cambio di allenatore. In tanti chiedono la testa di Inzaghi, e chissà che lo stesso Lotito non ci faccia un pensierino se contro la Fiorentina non dovesse arrivare neanche un punto. È già da un po’, d’altra parte, che aleggia la sensazione che il mister non riesca più a motivare a dovere i suoi giocatori, quantomeno quelli che hanno bisogno di stimoli dall’esterno per restare sul pezzo e rendere al 100%. Forse una persona diversa sulla panchina della Lazio potrebbe portare una ventata di aria nuova che smuova un po’ l’ambiente, ma dovrebbe essere davvero la persona giusta: stavolta la soluzione interna non basta, con tutto il rispetto per Bonacina. D’altro canto però è ancora inizio ottobre e condannare Inzaghi subito appare esagerato, anche se non totalmente insensato. Piuttosto, dovrà necessariamente cambiare qualcosa il mister della Supercoppa.
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Dici Inzaghi, dici cambiare, dici modulo. Sono mesi e mesi che l’ambiente biancoceleste vorrebbe vedere qualche alternativa al 3-5-2 che sì ha fatto le fortune – se così le si può chiamare – della Lazio, ma ora oggettivamente risulta troppo statico e, soprattutto, prevedibile dagli avversari. Se poi si aggiunge a questi fattori di poca pericolosità in avanti una fase difensiva da brividi, la crisi di risultati è presto raggiunta. Il problema di un eventuale cambio modulo è però che Inzaghi e Tare hanno fatto all-in sul 3-5-2 ed hanno modellato una rosa sulla base di questa disposizione tattica: tante mezzali, esterni a tutta fascia al massimo adattabili come terzini, trequartisti, totale assenza di qualsiasi giocatore con le caratteristiche dell’ala pura. Il 4-3-3 di pioliana memoria è praticamente da escludere a priori, a meno di rispolverare Lulic esterno alto e di sperare in un Correa o in un Berisha come valide ali provenienti dal mercato. Ma il primo ha dimostrato di sapersi muovere tra le linee e di poter essere prezioso in mezzo al campo anche dal punto di vista fisico, il secondo verrebbe tirato fuori dal suo ruolo naturale dopo non aver avuto neanche l’opportunità di cominciare. Qualsiasi variante al modulo mantenendo la difesa a 3 cambierebbe poco, qualsiasi schieramento che non preveda mezzali stravolgerebbe troppo il gioco della Lazio. Si potrebbe pensare ad un 4-3-1-2, ma svuotare le fasce potrebbe essere fin troppo rischioso nel calcio moderno.
Inzaghi può ancora cambiare qualcosa, pur tenendo fede alle sue convinzioni tattiche: può cambiare gli uomini. Cambiare approccio psicologico nei confronti di chi non rende e, invece di mandarlo in campo religiosamente per cercare di infondergli fiducia, relegarlo alla panchina per dare spazio a chi merita di più. È un discorso applicabile praticamente ad ogni reparto, magari con l’eccezione della difesa che finora ha dimostrato di far male a prescindere dagli interpreti che ci sono in campo e che spesso sono ruotati. Strakosha, Milinkovic-Savic, Luis Alberto, Marusic: tutti giocatori che avrebbero bisogno di un segnale forte. E quale segnale più forte di una panchina forzata? Per di più, la Lazio ha ormai una rosa profonda – checché se ne dica – che permetterebbe tranquillamente ad Inzaghi di mettere in pratica un discorso del genere. Per fare un esempio da figurine, ai calciatori sopracitati si sovrappongono rispettivamente Proto, Berisha, Correa, Patric. No, non è uno scherzo, in questo momento la miglior alternativa a Marusic è Patric, dopo la partita con l’Eintracht devono crederci tutti. Urlare negli spogliatoi all’intervallo non basta più, sperare nel guizzo del fuoriclasse non basta più: serve ritrovare unità d’intenti. E l’unità la si ritrova tutti insieme, tutti e 25 i componenti della rosa, nessuno escluso.
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Ovvio che alla fine a livello pratico la ricetta per tirare la Lazio fuori dalla crisi dovrà trovarla Simone Inzaghi, nonostante tutti i discorsi che qui si possono fare. Sicuramente, però, non è neanche parlando dell’arbitro o di venti minuti positivi nella partita più brutta della storia recente che si riuscirà a farlo. Cambiare atteggiamento quindi, verso l’interno ma anche verso l’esterno. Dimostrare che la Lazio è un fronte unito e che la propria fortuna se la crea da sola. Questa è la vera ricetta scacciacrisi.
