Search

Le maglie della Lazio che nessuno vorrebbe ma noi abbiamo

In ufficio è appena arrivata una maglietta da calcio: il fortunato destinatario si alza, la va a prendere, spacchetta il pacco Amazon (c’è per caso un qualche piacere più grande dell’unboxing a parte guardare un calcio d’angolo di Luis Alberto dai che ci tira dai che ci tira dai che ci tira). Ho ripensato alle mie maglie della Lazio: Salas con scritto Cirio, formato Da (sono stato bambino anche io), Catalin Tira ex punta della Primavera (che piedino), una senza nome, una con solo il numero 13, una farlocca di Jaap Stam del mio periodo Crepuscolare Crociatista altrui.

Per questo ho chiesto ai nostri amici del Laziocrazia Clan su Facebook se avevano qualche maglia strana, particolare, curiosa. Pare di sì.

Le 3 maglie più strane

(Di Luca Capriotti)

Nestor Sensini – Davide è stato il terzo a rispondere, con la maglia della Champions di Sensini, dicendo di amarla. Ecco, Nestor Sensini in casa Lazio ha inaugurato quella grande stagione dei cosiddetti Jolly: bravi a fare tante cose, tanti ruoli, sempre un po’ simpatici a modo loro. Con il suo fare da 60enne argentino dal dubbio passato e la lunga esperienza squadrava il campo come avrebbe fatto con delle vacche da monta. Enigmatico, corridore, geometrico, non del tutto capellone: chi se lo ricorda, gli vuole bene.

View this post on Instagram

In un mazzo di carte il Jolly è la carta "magica", perché lo si può utilizzare al posto di qualunque altra carta e si comporta esattamente nello stesso modo. Analogamente, nel calcio un Jolly è quel giocatore che riesce a ricoprire più ruoli, duttile; dove lo metti sta, e garantisce una solida ed ottima prestazione. Uno degli esempi più convincenti di Jolly compie oggi 53 anni: Nestor Sensini. Visto in Italia per molte stagioni (è tra i 100 giocatori con più presenze in Serie A della storia), ha giocato in praticamente tutti i ruoli ed in tutti i moduli possibili. Centrocampista nel 3-5-2 di Scala, terzino nella difesa a 4 di Ancelotti, difensore centrale in quella a 3 di Malesani, mediano e difensore centrale nel 4-4-2 di Eriksson. La storia e la carriera di Sensini sembrano essere regolate da un moto circolare, che dona un senso di romanticismo. Nel 1911 suo nonno Pacifico Sensini lascia le Marche e l'Italia e da Macerata si trasferisce in Argentina; suo nipote, Nestor, nel 1989 fa il tragitto inverso, ed approda in Friuli dove inizia a giocare con l'Udinese. Dopo alcune stagioni viene acquistato dal Parma, dove vince tanto (anche 2 Coppe UEFA), quindi passa alla Lazio, dove resta soltanto una stagione ma comunque sufficiente a vincere uno storico Scudetto, e quindi fa ritorno prima al Parma per altre due stagioni e quindi all'Udinese, dove vive una seconda giovinezza e conclude la sua carriera. Il tutto vissuto sempre col sorriso sulle labbra, amplificato dalla larghezza della sua bocca da cui ne deriva il soprannome. Buon compleanno Boquita! . . #nestor #nestorsensini #sensini #difensore #centrocampista #terzino #mediano #jolly #lazio #udinese #parma #argentina #calcio #soccer #football #seriea #calcioitaliano #calcioargentino #coppauefa #calciatoribrutti #calciatoriignoranti #gliautogol #romanzosportivo #romanzocalcistico #cronachedispogliatoio #chefaticalavitadabomber #buoncompleanno #tantiauguri

A post shared by Ma quanto era forte… (@_maquantoeraforte) on



Ivan De La Pena – Sono due i maxi acquisti di Cragnotti che hanno fallito miseramente nonostante l’esborso: uno è lo spagnolo iconico Gaizka Mendieta, biondo e capellone come Gesù del Sacro Cuore. L’altro è il Pequeno Buddha, il Piccolo Buddha Ivan de La Pena. Esotico come la Rambla da cui veniva, lento come solo Ezequiel Gonzalez sapeva essere, divino di piede e di mente. Alla Lazio ha lasciato poco, ma io mi ricordo il tocco preciso di palla, l’idea che il mondo fosse ai suoi piedi quando poi je la soffiavano subito. Ma per quei pochi secondi di possesso, era un dio pagano. E come un dio minore, è finito mestamente dimenticato, nella bolgia dei Cissè.

Paul Okon – Quando ho letto tra le risposte Okon ho riso molto. Questo piccolo australiano, che allena credo ancora le giovanili dell’Australia, era il classico gregario onesto. Non troppo tecnico, buona mobilità, un buon panchinaro proveniente dall’altra parte del mondo. Avere la sua maglia è raccontare una storia: non bella, non brutta, un lungo viaggio per guardare altri giocare a calcio. Un lunghissimo viaggio. So tipo 12 ore. Ne valeva la pena, Paul? Per questa sola maglia, sì.

Le 3 maglie un colpo all’anima

(di Francesco Mattogno)

Un colpo all’anima, e uno al cuore. Tra le tante proposte, scegliere le tre maglie più feelz – oltretutto con gli occhi appannati dalle lacrime, lacrime di virilità – non è stata un’impresa facile. Ma “l’antico vaso andava portato in salvo”, quindi eccoci qua.

Giuliano GiannicheddaLa manovalanza. Classe operaia, con qualche ambiguità e tanta corsa. Di lui si diceva fosse un centrocampista, Papadopulo lo reinventò centrale di difesa nel derby più derby di tutti. Quello di Paolo contro Golia.

Le maglie di Andrea, Alessio e Francesco me le immagino bagnate di sangue e di sudore. Il numero? Il 16 ora di Marco Parolo, mediani dai destini incrociati come piede e tibia del difensore dopo un suo contrasto. Accartocciati come i sentimenti al suo addio. Giannichedda ha dato tanto alla Lazio. È stato il classico: “Non ti rendi di ciò che hai finché non lo perdi”. Giuliano, arrivato in coppia con un Fiore più appariscente alla vista (che giocatore, ma questa è un’altra storia), era il fusto. Sostegno di quella Lazio tanto bella quanto incompiuta. Ripenso ai primi approcci, alle prime sofferenze per le centinaia di gol sbagliati da Lopez e Poborsky, e vedo Giannichedda. A tendermi la mano. A tendere la gamba sul pallone per salvarci in calcio d’angolo. Non è scappato nel momento della difficoltà, ha scelto la Juventus quando il suo lavoro qui era finito. Grazie.

Rolando Bianchi La speranza. Infranta nei 5 minuti e 1 secondo dal suo esordio all’Olimpico di Torino.

Un doppio giallo dipinto di grigio scuro, sbiadito ma persistente come le mosche volanti che ci popolano la cornea. Io lo chiamo Zarate prima di Zarate. Il primo segno di un cambiamento dopo anni difficili, l’approccio di Lotito. Con l’exploit Champions League e un Vignaroli per amico. Forse è stato Vignaroli dopo Vignaroli. In ogni caso un fallimento. Ma che bello vantarsi con gli amici del tridente Rocchi-Bianchi-Pandev. Me lo ricordo solo in maglia bianca, quella del rosso al debutto e del gol contro il Milan a San Siro. Pantaloncini blu e calzettoni bianchi, che bella era quella divisa? Che brutta era quella Lazio? Ma per questo anche bellissima e intrinsecamente densa di speranza. Alias numero 9: Rolando Bianchi.

Ousmane DaboIl riscatto. Il ritorno del figliol prodigo, per i più religiosi. Come Claudio Lotito, che ha teso una mano quando altre volte ha impugnato la spada. Di Dabo ricordo proprio questa sensazione di stupore nel vederlo (ri)vestirsi di biancoceleste. Lui che in realtà non lo aveva mai lasciato, nel cuore e nel portafoglio scegliendo per un anno e mezzo il Manchester City. Rimise piede a Roma a braccetto con Bianchi, nel classico gioco delle coppie dell’uno farà flop (vedasi paragrafo precedente), l’altro sarà un top. Quasi sempre i ruoli attesi alla vigilia si invertono, le maglie conservate per anni nell’armadio prendono tutto un altro colore. Non è solo la polvere. Veleggiando tra le increspature dei ricordi, la mia mente prende un diretto per un’istantanea. Anzi, è come una gif. Prima c’è Ousmane col pallone in mano. Poi lo sta calciando dagli 11 metri. Riesco a vedere la posizione esatta della sua gamba, a percepire il collo interno che impatta alla perfezione la sfera. La palla all’angolino. Il riscatto di un laziale con la maglia numero 6.

Le 3 maglie un colpo all’anima delimorté

(di Iacopo Semprebene)

Ravel Morrison
– Qualcuno lo chiamava Morrison, qualcuno Ravel, ma soprattutto gli amici lo chiamavano al telefono tutti i giorni per fare serata. L’allenatore, invece, non lo chiamava nemmeno per sentire se gli poteva prestare la macchina con la targa dispari nelle domeniche ecologiche in cui era vietato girare con la macchina con targa pari. Eppure aveva talento, in allenamento tirava fuori sempre grandissime giocate: tacchi volanti, veroniche e poi inutile nasconderlo fomentava un casino.  Lui invece era fomentatissimo quando in pullman veniva acclamato dai tifosi e faceva i video da postare su Instagram. Ecco, questi sono i suoi highlights alla Lazio. Poco? Naah, abbastanza per convincere qualche folle a comprarsi la sua maglietta. “Scusi, ma la posso cambiare con una di Leitner?”



Cribari – Di partite ne ha fatte tante, prestazioni altalenanti ma tanto cuore. Sì, ma dopo quell’errore contro il Salisburgo che ci ha fatti uscire dal girone dell’Europa League esistono persone psicologicamente tanto forti da riuscire a non bruciare la sua maglietta? Esistono, e il nostro Laziocrazia Clan ne ha raccolto la testimonianza.

Yilmaz – Leggenda narra che non sia mai stata stampata una sua maglietta in quanto non sia stato mai ufficializzato. Altra leggenda invece racconta che a Formello ne siano state stampate circa 40000 copie pronte per essere vendute. Che fine hanno fatto quelle magliette? Che fine ha fatto Yilmaz? Non lo sappiamo, ma l’unica certezza è che qualcuno la sua maglietta l’aveva già acquistata. Non è l’acquisto della maglietta della Lazio di Yilmaz essa stessa l’acquisto da parte della Lazio di Yilmaz?

Write a response

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Close
Laziocrazia.eu © Copyright 2018. All rights reserved.
Close