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Le facce di Inzaghi

Dal punto di vista tattico, la Lazio di Inzaghi non ha più segreti e ha trovato un’identità ben definita che la contraddistingue e la rende una della squadre italiane che giocano meglio: bella da vedere e con il miglior attacco della Serie A. O almeno questo succedeva fino allo scorso anno, ci verrebbe da aggiungere oggi.

La mente dei biancocelesti è un allenatore che si è da poco affacciato al palcoscenico del calcio che conta e ha portato nuove idee maturate già nei suoi anni in Primavera. Simone Inzaghi, dunque, si racconta attraverso il gioco spumeggiante dei suoi ragazzi a ogni partita, ma la sua idea di calcio non può trascendere da un atteggiamento in panchina molto particolare che lo caratterizza attraverso le sue espressioni facciali. Andiamo quindi a studiare le facce di Inzaghi per conoscerlo meglio:

La concentrazione

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Partiamo da una sua tipica espressione: sguardo fisso verso la gente che lo acclama, pugni chiusi in segno di vittoria e bocca che non si concede nemmeno un sorriso liberatorio. Un emblematico Simone che dopo una vittoria importante guarda già oltre, contento ma non troppo. Sa bene che per gioire c’è sempre tempo, mentre per lavorare ancora e ancora per perfezionare i dettagli i minuti scorrono, soprattutto in una stagione che ha visto la sua Lazio giocare due volte a settimana. Ed ecco che quindi il risultato è un volto criptico, quello di chi non si accontenta mai e sa di poter fare sempre di più.

La sorpresa

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Con Inzaghi è difficile parlare di un solo sentimento alla volta, in realtà le sue facce denotano un mix di emozioni che si mischiano e danno origine a questa, per esempio. La tensione che traspare dalle sopracciglia aggrottate, la sorpresa evidenziata da bocca e occhi spalancati, quelli di chi non riconosce la propria squadra. Una Lazio stanca e spenta nel primo tempo contro il Benevento, quasi irriconoscibile, che porta Inzaghi a fissare i suoi ragazzi come un padre il proprio figlio quando commette un pasticcio. “Ragazzi, ma ci siete? Che cosa state facendo?”, le labbra non si muovono, ma il volto dice questo.

La rabbia

 

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Se quella di prima era una bocca spalancata questa cosa è? Mani aperte, Sopracciglia alzate da far invidia ad Ancelotti, segni evidenti in un volto tirato di chi non è affatto contento di ciò che sta vedendo e cerca di scatenare, attraverso il suo atteggiamento, una reazione nella squadra. Inzaghi è un tipo passionale, che vive la partita in prima persona come se fosse veramente in campo, e in questo ritratto lo dimostra. A volte non serve ricevere indicazioni tattiche, basta guardare il mister e studiare le sue movenze per capire cosa fare in campo.

La serenità

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E’ vero che non si rilassa mai, che non può mai abbassare la tensione nemmeno quando vince, ma in questo caso fa un’eccezione. Per suo figlio può farlo; Inzaghi tiene in braccio Inzaghino e si rilassa con un bel sorriso che trasmette felicità. La stessa che lo contraddistingue quando svolge il suo lavoro. Il volto è rilassato, i denti spuntano fuori e si chiudono a formare un sorriso e gli occhi sono tutti per suo figlio. Dopo una partita all’Olimpico ormai è un’abitudine che i figli di calciatori e allenatore entrino in campo per imitare i genitori, e Inzaghi di certo non si perde un momento di serenità assieme al figlio. Poi si torna subito al volto n. 1.

La decisione

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Avere le idee chiare è il suo marchio di fabbrica: un allenatore che ha scelto un modulo e non lo ha mai cambiato nonostante critiche e momenti negativi, che sa sempre cosa fare senza tentennamenti e indecisioni. E infatti quando deve cambiare qualcosa sa bene come farlo, come se sapesse già come andrà a finire. E allora dito puntato in alto, lingua tra i denti in segno di concentrazione, sguardo intento a incrociare gli occhi di qualche giocatore e via con le indicazioni. Ah, capello pettinato e mai scomposto more solito. Questa è esattamente l’espressione della decisione che caratterizza il mister e che in partita non mostra mai segni di paura o debolezza.

L’incredulità

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Ci credeva, ma forse non se lo aspettava. La Lazio dopo una partita pirotecnica sovrasta il Salisburgo nella gara di andata per 4-2 con una prova di grande reazione dopo essersi sentiti derubati dal rigore assegnato agli austriaci. Dopo aver trasmesso ai suoi la forza per rispondere sul campo ai torti arbitrali si gode la vittoria, quasi incredulo. Perfino lui non si aspettava una Lazio così potente, arrogante, che con il cuore è riuscita a tornare in vantaggio dopo essere stata rimontata per ben due volte. Inzaghi è diviso a metà: la sua bocca traspira ancora concentrazione, gli occhi un’incredulità mista a soddisfazione.

La gioia

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Il momento più bello per osservare Inzaghi? Dopo un goal della Lazio, quando “si sveste” della giacca e della cravatta e si lascia andare a quel sentimento primordiale che contraddistingue il gioco del calcio in attimi che seguono una marcatura: la gioia pura. Il tecnico biancoceleste si lascia travolgere dall’emozione e dopo il secondo goal della Lazio alla Dinamo Kiev in Europa League (che significa qualificazione) si cimenta in una corsa sfrenata per andare ad abbracciare i suoi collaboratori e i suoi ragazzi, senza considerare però il terreno scivoloso della pista d’atletica. In un attimo scivola e finisce giù, i pugni chiusi si spalmano a terra e le gambe si incrociano in una caduta che avrebbe tenuto fuori Konko almeno 3 mesi. Ma a lui non importa, quindi si rialza vestito di un sorriso smagliante, occhi lucidi e continua nella sua gioia.

“Mister, ma le piace il VAR?”

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