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Lazio-Sampdoria: a mente fredda, ci rode il culo

La mattina dopo Lazio-Sampdoria si prova a ragionare a mente fredda. Il problema però è che la mente è rimasta incandescente, mentre il resto del corpo dormiva il cervello mandava in loop l’esterno al volo di Saponara al 99esimo minuto. Come si fa ad analizzare con raziocinio una partita del genere? Proviamoci.

L’inizio del match. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non è tanto al 99′ che la Lazio si è fatta sfuggire il risultato dalle mani, quanto nei primi venti minuti. Dopo una settimana così, con il ritiro nel convento di San Lotito da Formello, con tutte le parole spese dopo Chievo-Lazio in cui si diceva che no, non si può giocare solo 45 minuti, bisogna ritrovare unità d’intenti, si devono rimettere a fuoco le motivazioni, l’ambiente deve compattarsi. Insomma, dopo tutto questo battersi il petto pieni di orgoglio laziale, la Lazio scende in campo mezza smorta e prende subito il gol di Quagliarella. E serve quello per far sì che venga suonata davvero la carica, che si cominci a mettere la Samp nell’angolo. Capiamo qual è il problema qui? Tre risultati – quattro con l’Europa League – che fanno storcere la bocca, tutta la carica possibile derivante da una settimana gomito a gomito tra giocatori e staff e un tifo che non ti ha mollato mai: tutto questo non è bastato per entrare in campo e mordere il prato con gli occhi iniettati di sangue dal primo minuto. Abbiamo dovuto subire un gol. Non è un caso, è la quarta partita di fila che ci troviamo a rincorrere l’avversario, c’è uno schema ricorrente: per cominciare a giocare dobbiamo sentirci alle corde. E il fatto che dopo una settimana così non sia cambiato nulla è preoccupante.

In realtà da qualche parte il segnale c’è stato, nel senso che qualcuno il messaggio l’ha recepito. Il problema è che quel qualcuno è chi il messaggio lo veicolava: i senatori, quelli che dovevano insegnare ai nabbi come si gioca a calcio, ieri in campo hanno fatto fuoco e fiamme. Eppure non è bastato, perché nel complesso la squadra ha dimostrato di non saper tenere alta la tensione nei momenti cruciali, cioè per esempio al 99′ di una partita complicatissima a livello mentale che era stata recuperata per una botta di culo – si può dire botta di culo? E diciamolo, botta di culo – nel finale. Che cosa fa capire questo? Che le motivazioni ci sono, ben chiare davanti agli occhi della Lazio, solo che alcuni giocatori non riescono a trasformarle in energie positive ed utili. Ecco perché uno Strakosha reagisce male quando i compagni lo riprendono per l’ennesimo rinvio sbagliato, così come fa Patric verso i tifosi dopo un tentativo di tiro. E magari sarebbe bastato che quel palo di Immobile fosse entrato per non creare certi nervosismi, il che porta ad un altro fattore imponderabile ma purtroppo presente: la sfiga.

Ci dice male, ragazzi. Oggettivamente, in mezzo a tutte le difficoltà di questo periodo, la dea bendata ha decisamente voltato le spalle alla Lazio. Non che si possa sempre fare affidamento sulla botta di culo – vedere paragrafo precedente su cali di tensione arrivati proprio dopo un episodio “fortunato”. Però è vero che ogni tanto quel palo interno potrebbe anche trasformarsi in gol, perché ultimamente ne stiamo prendendo a bizzeffe. Cioè, Immobile ne sta prendendo a bizzeffe, gli altri non è che siano poi così precisi da prendere pali interni.

Ed è questo l’ultimo tema di questo momento no della Lazio: la qualità. Forse, e su questo punto probabilmente più di uno lo dice da tempo, la squadra di Inzaghi ha più di qualche elemento che semplicemente non vogliamo dire che abbassi il livello, ma senz’altro non lo alza. I nomi li sanno tutti, non c’è bisogno di puntare il dito: è più semplice dire che spiccano gli elementi qualitativamente superiori rispetto a quelli nella media, ragion per cui nel momento in cui si distraggono i primi la Lazio cola a picco. E non è questione di simpatie o antipatie, è semplicemente così: alcuni ruoli sono più coperti di altri. E ci sta, altrimenti ci chiameremmo Juventus.

Quindi cosa fare? Accettare passivamente la nostra condizione di squadra da quinto-sesto posto? No, non possiamo, sicuramente non così. La storia di questo gruppo parla chiaro: c’è stata una crescita, magari non costante ma sicuramente verticale, e con essa un innalzamento delle aspettative di tutti. Ieri Parolo si stupiva perché di solito in ritiro si va dopo tre sconfitte, non tre pareggi, ed ha ragione. Ma questo dovrebbe rendere ancor più orgoglioso chi di questo gruppo fa parte, e soprattutto voglioso di tornare a certi livelli. Perché la Lazio merita di arrivare nell’Europa che conta già dallo scorso anno. Ma non potrà farlo mai senza la giusta dose di voglia, fortuna e qualità. Tutti fattori che adesso, purtroppo, non ci sono.

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