Lazio contro Juventus. Povertà di mezzi economici contro ricchezza industriale. Ambizione giovane contro potere costituito. Fanteria leggera contro cavalleria pesante. Leggiamola come vogliamo, ma quella tra Lazio e Juve non è certamente una rivalità di poco conto. E neanche questa sarà mai una partita come tutte le altre. Anzi, per alcuni anni è stata proprio La Partita. Spesso hanno vinto loro, ma più di qualche dolore glielo abbiamo inflitto anche noi in occasioni importanti. Murgia, Floccari, Zarate, Fiore, Simeone, Salas, Signori. Istantanee in bianco e nero celeste, sublimate in una bellissima giornata di pioggia di una tarda primavera di 19 anni fa.
Riviviamo quindi insieme tre Lazio-Juventus del passato (una per decennio), per cui ogni tifoso laziale ha validi motivi per sorriderne al solo ricordo.
1) 3 novembre 1991: Riedle re dei cieli
Sicuramente il Lazio-Juve indimenticabile degli anni 90 è quello che vide nel 1995 la formazione allora allenata da Zeman schiantare i campioni di Italia in carica con un fantastico 4-0. Ma siamo tutti bravi a ricordare un evento del genere.
Quella della stagione 1991/92 era invece ancora una Lazio abbastanza operaia, meno spettacolare di quelle che stavano per arrivare, ma da celebrare lo stesso per la grinta e la determinazione che mostrava in campo ogni domenica. Come successe anche quando sul prato dell’Olimpico per la 9° giornata di campionato arrivò la Juventus di Trapattoni. Il nostro allenatore era il leggendario Dino Zoff e in attacco agivano due stranieri niente male come Ruben Sosa e Karl-Heinze Riedle. Fu proprio quest’ultimo con un colpo di testa anti-fisico (la specialità di casa) a regalare alla Lazio un insperato pareggio in 10 contro 11, dopo che nel primo tempo i bianconeri erano passati avanti con Alessio e nel secondo Gregucci si era fatto espellere per somma di ammonizioni. Una Lazio tignosa e indomita dicevamo, che a pochi minuti dalla fine rischiò anche di vincere con una bella rovesciata di Doll neutralizzata da Tacconi.
2) 24 novembre 2001: Liverani illumina la notte
Una delle ultime vittorie arrivate in campionato all’Olimpico – nonché una delle poche gioie di una brutta stagione – porta la firma d’autore di Fabio Liverani, forse il protagonista meno atteso in una notte romana che salutava calorosamente (sic!) il ritorno di Nedved da avversario, le prodezze di campioni come Nesta e Crespo in campo (lacrime), le risse “Couto contro tutti” per vendicare un affronto subito dal giovane Simone Inzaghi (bei tempi).
Il gol è davvero bello e nasce da un assurdo retropassaggio di Tacchinardi che costringe Buffon a uscire dalla sua porta per allontanare il pallone dall’area. Questo arriva dritto sul piede sinistro fatato di Liverani, che non ci pensa su due volte e lascia partire d’esterno un pallonetto di prima intenzione che scavalca Buffon e gonfia la rete dopo una parabola lunga più di 20 metri. 1-0: terminò così quello strano big-match che diede alla Lazio anche – in quel momento – qualche flebile speranza di Scudetto, nella stagione poi passata alla storia per ciò che successe (sempre all’Olimpico) il 5 maggio successivo.
3) 29 gennaio 2013: 7 minuti di totale follia
Esattamente 6 anni fa il ritorno della semifinale di Coppa Italia 2012/13 (esatto, QUELLA Coppa Italia) regalava agli spettatori neutrali collegati sulla Rai una delle partite più belle ed emozionanti della storia recente della competizione. e – al contempo – ai tifosi laziali presenti allo stadio regalava un finale thrilling che è stato per tutti anche una prova estrema di sopravvivenza. La situazione è questa. L’andata a Torino è finita 1-1 grazie a un gol di Mauri che ha messo la Lazio con la testa leggermente avanti in ottica qualificazione. Al 90’ della partita di ritorno siamo noi in vantaggio grazie alla rete del Tata Gonzalez a inizio ripresa. Il precario equilibrio raggiunto viene bellamente spazzato via dal tabellone del quarto uomo che dà il via alle danze delle coronarie (oltre che agli improperi più fantasiosi). 6 FOTTUTISSIMI MINUTI DI RECUPERO. Non ne passa nemmeno uno e la Juve pareggia, con Vidal che sfrutta al meglio un’indecisione della retroguardia biancazzurra. E niente, a questo punto è tutto da rifare. Stallo totale nel punteggio, l’aria minacciosa dei supplementari incombe. Con il macigno psicologico sul collo dei nostri del traguardo che si allontana proprio mentre stai per tagliarlo.
Poi però succede di tutto. Palla al centro, l’azione si sposta nella metà campo avversaria e Mauri prova una conclusione da fuori che viene deviata da Bonucci in corner. Lo stesso capitano biancoceleste crossa dalla bandierina un pallone corto che viene prolungato da una testa avversaria e mandato in rete da una testa amica. Quella di Sergione Floccari, l’uomo giusto al posto giusto che con questo gol si accaparra un piccolo posto nella storia, mandandoci dritti dritti nella finale del secolo. Allo stadio è delirio totale. Ma mancano ancora diversi minuti alla fine, in un recupero che viene ulteriormente allungato proprio per via delle due reti siglate. Palla al centro e nuovo giro di giostra: la Juve si butta disperatamente in avanti alla ricerca del gol che varrebbe la qualificazione e ci va maledettamente vicina. Vucinic serve in area Giovinco, che tutto solo si fa respingere il tiro a botta sicura da uno strepitoso Marchetti (vecchio incubo per i bianconeri), il pallone va a finire sui piedi dell’accorrente Marchisio per il più comodo dei tap-in a porta vuota. E proprio quando la fine più ingloriosa e bastarda sta per arrivare, il destino per una volta ci mostra un bel sorriso dandoci appuntamento al 26 maggio.
Questo è però solo passato. Domenica sera andrà in scena il presente. E il presente dice che andiamo ad affrontare una delle migliori squadre del mondo con un paio di assenze pesanti e uno storico contro le big a dir poco imbarazzante. Ce la faremo ad aggiungere un altro bellissimo capitolo al romanzo di questa rivalità? Possiamo provare a giocarcela per una volta con la consapevolezza di chi ha poco da perdere? Proviamo ad avere meno timore del solito? In fondo la paura è un sentimento e, in quanto tale, è inevitabile. Facciamo in modo però che non diventi una giustificazione di mediocrità.
