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Marco Parolo: la rabbia dei secondi

Ogni mattina in Africa non importa che tu sia un leone o una gazzella, l’importante è che cominci a correre.”
Questo proverbio africano, ormai diventato famosissimo, si può applicare tranquillamente anche al mondo del pallone: ogni domenica, in campo, non importa che tu sia un difensore o un attaccante. L’importante è che cominci a correre. Perchè dovrai fare i conti con la rabbia di Marco Parolo.

La rabbia dei Marco Parolo

Perchè nel calcio va così. Sono principalmente i fenomeni, i numeri uno a rubare l’occhio. A conquistare i tifosi. Ad essere ammirati. Grazie alle loro qualità tecniche, al loro essere più forti, più bravi degli altri. Eppure sanno anche loro che tutto questo potrebbe non bastare, perchè devono lottare contro gli altri. Contro quelli che sono secondi. Che possono essere animati dalla rabbia. La stessa rabbia che alimenta Marco Parolo, ad esempio.

Perchè Marco Parolo non è un giocatore appariscente, non è uno che si nota particolarmente. Anzi. Meno si nota, più vuol dire che sta giocando bene. Perchè è un giocatore che non gode di grande considerazione tra molti degli appassionati, ma è indispensabile in mezzo al campo. Perchè compensa la differenza di tasso tecnico con gli altri giocatori (anche se se ne può discutere) mettendo tutto se stesso. Mettendo tutta la sua rabbia.

Marco Parolo di mestiere fa fatica. Corre appresso a chiunque, per danneggiare la manovra avversaria. Per recuperare palloni, per aiutare i compagni.È una vita che lotta, è una vita che corre per essere il primo‘. Perchè l’unica cosa che Marco Parolo sa fare meglio dei fenomeni è proprio questa: lottare. Su qualsiasi pallone. Impegnarsi al massimo, fino all’ultima stilla di sudore. Con la rabbia che contraddistingue chi non è mai stato il numero uno.

https://www.instagram.com/p/BYJW_W9gAlN/?taken-by=sbiadited

Buongiorno a te, numero uno

Dovrai fare i conti con la rabbia dei secondi. Chiedere conferma ad Andrès Iniesta, per esempio. Ottavi di finale, Europei 2016. Italia-Spagna. Don Andrès è seguito come un’ombra da Marco Parolo. Per tutto il campo, persino negli spogliatoi, viene da pensare. Risultato? La manovra della Spagna è bloccata. Italia che vince 2-0. O chiedere anche a Thomas Müller, o Toni Kroos. Limitati anch’essi nel quarto di finale successivo. Il primo con un intervento salva tutto, in scivolata, da ultimo uomo alla mezz’ora del primo tempo; il secondo pressato, pressato, pressato. Senza scampo. Non quando si incontra una rabbia così.

Perchè è la rabbia che ti fa superare qualsiasi ostacolo. Che non ti lascia pensare neanche minimamente di essere inadeguato, conta solo l’impegno che ci metti. Perchè prima o poi ce la farai, ad essere il numero uno.

https://www.instagram.com/p/BYJXC-jAZ6z/?taken-by=sbiadited

La rabbia di chi non è stato mai nessuno

Perchè Marco Parolo sembra sempre non essere nessuno. Mai. Non si nota particolarmente, non tutti ammirano le sue grandi qualità. La sua enorme generosità. Rimane sempre nascosto, nell’ombra dei secondi. E quando finalmente può essere il numero uno, glielo si riconosce pochissimo. Noi ci abbiamo già provato a descriverlo, ma sembra quasi inutile.

Perchè Marco Parolo è riuscito a segnare 10 gol nel suo primo campionato con la maglia della Lazio. Senza rigori. E non sono tanti i centrocampisti che possono vantare uno score realizzativo di questo calibro.

Per non parlare dello scorso Pescara-Lazio. 4 gol in una sola partita. 3 di testa, persino. E tutti realizzati da un centrocampista. Qualcosa che non si vedeva dal 1958 in Serie A. Eppure, niente. Solo qualche trafiletto, un paio di articoli. Nessuno sembra aver sottolineato l’eccezionalità di un’impresa del genere. Niente da fare, tutto questo sembra non bastare per diventare il numero uno. Alimentandone la rabbia, che lo porta a spremersi ancora di più, ad impegnarsi sempre di più. A fondo. Come ha sempre fatto. In attesa di “un’occasione per Parolo, (vice) capitano della Lazio, di mostrare le sue qualità“. Anche se c’è chi le ha già notate fin da subito. Capendo perfettamente la sua rabbia.

Senza perdere mai la felicità. Essere tra i secondi è solo uno sprone per migliorarsi e impegnarsi sempre di più, non per abbattersi per non essere il primo. Non è quello importa. Perchè c’è “chi fa il mio lavoro per restare bambino, c’è chi lo fa per essere il primo“. E non abbiamo dubbi su cosa preferisca Marco Parolo.

Quindi, non importa mai che tu sia Hamsik o Müller. Iniesta o Pjanic. L’importante è che tu cominci a correre. Perchè dietro di te c’è Marco Parolo. E dovrai fare i conti con la sua rabbia.

 

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