11 dicembre 2007. Ero rimasto solo per un momento, seduto su quel freddo seggiolino della Tribuna Oeste del Santiago Bernabeu. Avevo appena sorriso a due signori spagnoli, vestiti con un lungo cappotto elegante, che mi avevano stretto la mano e mi avevano detto, dandomi una pacca sulla spalla, «Animo chaval!». Ero veramente triste: avevo appena visto un’intera partita di Champions League nello stadio del Real Madrid, il sogno di milioni di bambini amanti del calcio, ed ero triste.
Papà mi aveva fatto un regalo fantastico: aveva comprato i biglietti dell’aereo per la Spagna insieme a mio zio e ad alcuni amici e, grazie ad un altro amico di famiglia di Madrid, aveva rimediato anche i biglietti per la partita, l’ultima della fase a gironi di quella Champions League. La Lazio, fino a quel momento, aveva conquistato una sola vittoria nel Gruppo C, in casa contro il Werder Brema, subito due sconfitte e ottenuto due pareggi, tra cui lo storico 2-2 all’Olimpico proprio con il Real. Stavamo andando nel tempio dei Galacticos con la speranza di potercela giocare fino alla fine, ancora una volta.
Il giorno della partenza, non stavo più nella pelle: avevo dieci anni e stavo andando a vedere una partita di Coppa dei Campioni della mia squadra del cuore contro la squadra più famosa del mondo. Cosa poteva esserci di più bello? Solo una cosa: la vittoria della Lazio… Sembrava assurdo (viste soprattutto le formazioni delle due squadre), ma io ci credevo. Sarà stata l’ingenuità da bambino o il fatto che stavo letteralmente vivendo un sogno, ma io ci credevo. Era la mia Lazio: come poteva non vincere?
Passeggiando per le vie della capitale spagnola, incontravamo ogni 100 metri qualcuno che indossava una sciarpa biancoceleste. Io mi fermavo ogni volta per gridare «Forza Lazio!» e, ogni volta, ricevevo la stessa risposta, due sillabe che mostrano con semplicità cosa vuol dire essere laziali: «Sempre». Ero contentissimo e mi sembrava che tutta la città fosse ormai diventata nostra: come potevamo non vincere?
Mano nella mano con mio padre, salii le scale del Santiago Bernabeu; non eravamo nel settore ospiti insieme agli altri tifosi venuti da Roma, perché quel nostro amico di Madrid ci aveva trovato i biglietti in tribuna. Il cuore mi batteva all’impazzata negli ultimi scalini per l’emozione e la tensione e sentivo su di me una grande responsabilità; infatti, in quel mitico stadio avevo la possibilità di dare il mio contributo alla squadra. Dopo esserci seduti ai nostri posti e aver atteso un po’, le squadre entrarono in campo e, una volta che i giocatori si misero in fila a centrocampo, partì la musica più bella del mondo.
L’atmosfera del Bernabeu era incredibile: i tremila laziali si facevano sentire molto bene e gli Ultras Sur, i nostri amici della curva madridista, erano uno spettacolo per gli occhi e per le orecchie (soprattutto quando cominciavano ad insultare i nostri simpatici cugini). Io ero lì, in piedi, con la mia sciarpa biancoceleste comprata sotto lo Stadio Olimpico una domenica di qualche anno prima e stavo vivendo il mio sogno, con la mia Lazio: come potevamo non vincere?
E, alla fine, non vincemmo.
Dopo 13 minuti il Real passò in vantaggio con un gol di Julio “la Bestia” Baptista, raddoppiò dopo due minuti con Raul e chiuse praticamente la partita al 36° con Robinho. Non ci volevo credere. Certo, con un minimo di ragionevolezza si poteva capire bene che i presupposti del match erano ovviamente a favore della vittoria del Madrid e per “presupposti” intendo Mutarelli, Mudingay e Meghni a centrocampo, insieme a “Mr. Tumnus” Cribari in difesa. Ma per me, che avevo solo dieci anni, quelli erano gli stessi eroi che, arrivando terzi in Serie A la stagione precedente, mi avevano permesso di essere lì quella sera.
All’intervallo iniziai a piangere disperato: avevo capito che era finita e non volevo accettarlo. Mio zio si avvicinò per consolarmi, dicendomi: «Dai, tranquillo. È normale, loro sono il Real Madrid. Però non ti preoccupare: vedrai che nel secondo tempo un gol glielo facciamo». Papà non mi disse nulla: forse anche lui ci aveva creduto come me.
Il secondo tempo fu un sereno controllo del campo da parte delle Merengues, ma, all’80°, la promessa di mio zio si era realizzata: su un tiro-cross di Rocchi si avventò in scivolata Goran Pandev, che ad un metro dalla linea spinse in rete il pallone. Esultai con tutta la forza che avevo, cantando a squarciagola “Non mollare mai” e saltando come un matto in mezzo ai tifosi spagnoli, alcuni dei quali mi guardarono con un sorriso e mi applaudirono: sicuramente mi hanno preso per matto. D’altronde, come dargli torto: pensavo di vincere fuori casa contro il Real Madrid.
Dopo pochi minuti, però, l’arbitro fischiò un fallo di mano di Pepe nell’area spagnola: calcio di rigore per la Lazio. Forse c’è ancora speran… Magari: il tiro di Rocchi venne ribattuto da Casillas e l’arbitro decretò la fine del match. 3-1 per il Real.
La mia Lazio era stata eliminata dalla competizione più importante di tutte e, per me, era una cosa inaccettabile. La mia Lazio non può stare fuori dalla Champions League.
Ero rimasto solo per un momento, seduto su quel freddo seggiolino della Tribuna Oeste del Santiago Bernabeu. Avevo appena sorriso a due signori spagnoli, vestiti con un lungo cappotto elegante, che mi avevano stretto la mano e mi avevano detto, dandomi una pacca sulla spalla, «Animo chaval!». Ero veramente triste.
Mentre guardavo il campo verde con gli occhi lucidi, sentii una mano sulla mia spalla: mi girai ed era mio padre. Lui sa tutto della Lazio, perché ha visto di tutto: il calcioscommesse, il meno 9, la squadra di Zeman e il trionfo del 2000. Dovevo chiederglielo, perché lui sicuramente lo sapeva: «Papà, la Lazio ci tornerà in Champions, vero?». Lui mi sorrise e mi disse: «Bello di papà! Non ti preoccupare: tra qualche anno torneremo in Coppa dei Campioni».
Sono passati quasi tredici anni da quella mia ultima volta in Champions League e anche io ne ho viste di tutti i colori. Per quattro volte ho accarezzato la qualificazione, ma, come in quella fredda serata di dicembre, mi sono sempre ritrovato da solo a farmi rodere il fegato e a pensare che la mia Lazio non può stare fuori da quella Coppa.
Quest’anno, però, grazie ad una stagione strepitosa di Mister Inzaghi e dei suoi ragazzi, l’epilogo è stato finalmente diverso. Non mi sono più ritrovato da solo, come quando avevo dieci anni e stavo seduto su un freddo seggiolino del Bernabeu. Adesso che ne ho ventitré, al termine del match contro il Cagliari mi sono ritrovato accanto a mio padre, che finalmente, dopo tredici lunghissimi anni, ha potuto dirmi: «Bello di papà! Hai visto: siamo tornati in Coppa dei Campioni».
P.s.: Ah già! Quasi dimenticavo: adesso che ho ventitré anni, l’ingenuità da bambino non c’è più. Infatti, conosco bene la storia della Lazio e so benissimo che la possibilità che il Napoli e la Roma vincano le due coppe europee, impedendoci così di andare in Champions, non è poi così remota. Niente da fare: ce tocca soffrì pure ad agosto…
Articolo a cura di Marco Bongianni
