Milan-Lazio è terminata 2-1. Questo resta. I tre punti sono nelle tasche rossonere. Match sbloccato da un gol di gomito, in quanti se lo ricorderanno? Di sicuro, nella memoria biancoceleste è stampato un altro episodio. Un altro gol di mano. Un’altra storia. Procediamo con ordine.
La cosa più clamorosa del gol di Cutrone è che anche le principali emittenti televisive hanno chiarito l’episodio in un madornale ritardo, circa a metà del secondo tempo. In sostanza vogliamo credere, e siamo sicurissimi di questo, che nessuno si sia accorto che Cutrone abbia messo la palla in rete con il braccio. E con nessuno vogliamo intendere i calciatori di entrambi le squadre, il direttore di gara Irrati, i guardalinee e, per quanto ciò possa essere paradossale, nemmeno i due arbitri Var.
Beh, ma allora di cosa ci si può lamentare? Se nessuno se ne è accorto, di certo non poteva essere Cutrone a confessare, no?
La risposta non è così scontata. Perché è vero, il calcio, come tutti gli sport, ha la prerogativa dell’antagonismo, della competizione, quindi della vittoria. Certe volte, alcuni personaggi ci insegnano che il successo può arrivare ad ogni costo. Davanti non hai un avversario, hai un nemico, conta chi fa un gol in più, atteggiamenti sportivamente scorretti sono definiti esperienza.
Eppure, neanche troppo tempo fa, un certo signore insegnò ai tifosi della Lazio, ma in fondo a tutta l’Italia, che nello sport è davvero importante vincere. D’altra parte, questo signore ha vinto tutto ciò che un calciatore possa fare, risultando sempre il protagonista assoluto. Tuttavia, il campione in questione, nei suoi cinque anni in biancoceleste, ci ha insegnato una cosa destinata a passare nella storia del calcio.
Era il 26 settembre 2012, la neo Lazio di Petkovic, dopo una partenza sprint in campionato, va al San Paolo a fare visita al Napoli. Un Napoli stratosferico, guidato dal bomber Cavani, che si apprestava ad essere la principale antagonista della Juventus in ottica scudetto.
Eppure ci fu una partenza eccezionale della Lazio: dopo appena quattro minuti di gioco, Hernanes dalla bandierina crossa in mezzo e Miro Klose anticipa tutti, mettendo la palla in rete. Proteste dei giocatori napoletani, per un presunto fallo commesso dall’attaccante, ma Damato e Banti non vedono nulla, il gol viene assegnato.
E proprio in quel momento il cecchino tedesco fa un gesto che in un intervista successiva definì “normale”.
Confessò all’arbitro di aver segnato di mano. Quella partita, poi, terminò 3 a 0 in favore del Napoli, e molti addirittura accusarono Klose per non aver pensato alla squadra in quel momento.
In effetti, non ebbe un eccessivo blasone quel gesto, i media misero in risalto soprattutto la clamorosa debacle della Lazio e lo straripante attacco del Napoli. Non tutti probabilmente compresero che quella sera Miro Klose scrisse una delle pagine più belle non solo del calcio, ma dello sport in generale.
Troppo spesso alcuni comportamenti di professionisti, sono giustificati dietro falsi miti, la mano de dios, grazie alla quale l’Argentina scippò un mondiale è forse l’esempio più emblematico. D’altronde è facile giustificare un comportamento antisportivo attraverso la giustizia divina, come se qualcuno nel mondo dello sport fosse portatore di valori universalmente giusti, che devono essere portati a termine ad ogni costo.
Il 26 settembre 2012 Miroslav Klose ha portato tutti con i piedi per terra: quella è stata la mano di un uomo, di nessun Dio. Non esiste la giustizia divina nel calcio, o meglio, anche se esistesse nessun uomo può ergersi a Messia. Quel giorno il campione tedesco dimostrò che l’onestà nello sport, così come nella vita, è più importante di ogni vittoria.
E a farlo, quella sera, è stato un signore che nella sua vita ha vinto tutto. Un signore che ogni giorno, nei suoi cinque anni di permanenza nella Lazio, ci ha insegnato che con l’umiltà, lo spirito di sacrificio ed il lavoro si può raggiungere dei risultati impensabili. Ma soprattutto che lo stile non è una scelta. Lo stile dovrebbe essere un credo.
Oggi ci risulta difficile accusare Crutone di non aver confessato. Quello che però ci auguriamo, per il giovane Patrick, è di rivedersi tante e tante volte il gesto fatto sei anni fa da Miro Klose. E che comprenda, almeno in cuor suo, che se avesse confessato il tocco di braccio avrebbe regalato al mondo dello sport una pagina molto più importante di qualsiasi altro gol che farà in carriera (e ci auguriamo che ne faccia tanti altri in futuro, soprattutto con la maglia della Nazionale).
Per chi tifa Lazio è difficile commentare lucidamente quanto è successo ieri sera. Poi però, in lontananza, emerge un ricordo che era quasi sommerso. Ci riviene in mente Miro, quel suo gesto, così spontaneo da essere quasi incompreso. E, seppure amaro, un leggero sorriso ci si stampa sulla faccia.
