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La Lazio e i “pacchi” di Natale

L’8 dicembre da tradizione è il giorno in cui da iniziano gli addobbi natalizi: assistiamo ad epiche ricerche, tra soffitte e scantinati, di scatoloni impolverati contenenti tutte le tipologie di nastri, festoni, palline, oggetti accumulati in anni e anni di lavoro.

Nella ormai immancabile foto-social dell’albero da spammare ovunque per partecipare alla gara di “chi ce l’ha più grosso (l’albero)” non può mancare però ‘na bella vagonata di pacchi, pacchetti, fiocchetti e scatole varie sotto il nostro decorato abete di plastica. Il pacco, cubico o rettangolare, pesante o leggero, proprio la scatola in sé, (più che la sua funzione simbolica di regalo, o dono) danno la reale dimensione dell’importanza che diamo alla festa.

Con un parallelismo (abbastanza ardito) nel mondo biancoceleste, la banda Inzaghi ci ha lasciato con largo anticipo un “bel” regalo sotto il nostro albero, enorme e splendente: la qualificazione agli ottavi di Champions League. Un regalo atteso da molto tempo, forse insperato fino a pochi mesi fa, e che ci rende molto, molto felici.

(Si, aprendolo abbiamo trovato un certo Monaco di Baviera. Ma a noi interessa il pacco, cioè la scatola incartata, mica quello che c’è dentro!)

Un regalo costoso, che probabilmente ha inciso sulla peggior partenza in campionato dell’era Inzaghi. Le ragioni di questo inizio al rallentatore sono tante e potremmo citarne qualcuna, in ordine sparso: un calendario fitto di impegni ravvicinati, contagi multipli da Covid-19, infortuni di vario ordine e grado, gli stipendi arretrati, il rinnovo di Inzaghi che manca, i tamponi di Avellino, l’aereo bulgaro, Luis Alberto, Peruzzi, Twitch, le GRANDI inchieste della gazzetta, la spaccatura dello spogliatoio tra chi vuole aprire tutto o chiudere tutto, tra vaccino AstraZeneca/Pfizer, tra Panettone o Pandoro. Un autunno ABBASTANZA travagliato, direi.

La logica dello shopping pre-natalizio per l’acquisto di regali, pacchi e pacchetti, ha moltissime attinenze col periodo “magico” del calciomercato. Da una parte abbiamo acquisti all’ultimo momento per rimediare ad eventuali dimenticanze, oggetti esageratamente costosi e appariscenti che fanno pessima figura, e regali “riciclati” incartando vecchie cornici polverose. Nel mercato dei calciatori parliamo di colpi low-cost da campionati improbabili, giocatori strapagati e nomi “gonfiati” dalla stampa che puntualmente deludono, calciatori finiti fuori rosa o elementi della Primavera buttati per necessità in campo. (tutte cose che alla Lazio non si vedono eh, sia chiaro).

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In questo contesto, la definizione di PACCO assume tutta un’altra connotazione, assolutamente negativa: Quando prendi “un pacco” ti ritrovi con un calciatore che non rende secondo le aspettative, e di conseguenza con un buco nella rosa, poiché “il pacco” non ti offre quel contributo desiderato in termini di prestazioni. E’ un problema tecnico per l’allenatore, oltre che un investimento sbagliato per cui, se hai risorse economiche limitate da investire, difficilmente puoi rimediare.

Anche la Lazio prende i suoi pacchi. Se dovessimo fare un’analisi comparata, certamente ne di meno rispetto ad alcune squadre che hanno un vero e proprio fiuto per i bidoni; però riesce a far peggio di molte altre società del nostro campionato. Tendenzialmente, le squadre che investono di più tendono ad incappare in pacchi che fanno più clamore, in ragione dei loro grandi investimenti.

La Juve ha speso molto per calciatori come Bernardeschi e Rugani che non sono riusciti ad affermarsi nonostante le ottime promesse, ma anche per svincolati “di lusso” con ingaggi faraonici, come Emre Can o Ramsey che complessivamente hanno deluso. Più avvezze a questo genere di operazioni sono gli le squadre milanesi. Negli ultimi anni hanno collezionato dei veri bidoni a cifre altissime, l’Inter con Kondogbia, Joao Mario, Gabigol, o calciatori non adatti a certi livelli come Kalinic, Luiz Adriano, Rodriguez; altri di sicuro valore non si sono adattati all’ambiente, o hanno sofferto infortuni di vario tipo che non gli hanno permesso di esprimersi al meglio.

Non nomineremo i vari Pastore, Schick, Nzonzi, Iturbe, Gerson, Kluivert, Defrel, Doumbia, anzi speriamo sinceramente li abbiate dimenticati, altrimenti il rischio è che leggendoli su qualche articolo per caso, vi ritornino in mente…

I pacchi della Lazio, dicevamo. Ce ne sono, vecchi e nuovi: il mercato di quest’anno ha portato certe aspettative vista la Champions da disputare. Siamo quasi a metà della stagione in corso, e può essere un buon momento per un bilancio, sebbene parziale, per valutare il contributo dei nuovi arrivati (quelli che hanno giocato, almeno) con un occhio al mercato in generale degli ultimi anni.

Quello di Momo Fares è rivedibile: nel senso che il suo contributo non l’abbiamo proprio visto, se non in termini di presenza meramente statistica. L’esterno algerino ha avuto un impatto problematico, dovuto alle non perfette condizioni fisiche ed alla necessità di giocare molte partite ravvicinate. Ma anche di qualità se ne è vista poca; in termini di giocate, pochi cross, zero dribbling, un solo assist per Immobile e qualche giallo di troppo. Le sue prestazioni non hanno convinto lo stesso Inzaghi (nonostante sia stato tra i principali sponsor per l’arrivo dell’ex Spal), il quale spesso ha preferito adattare Marusic a sinistra. Sicuramente la condizione fisica incide sulle prestazioni di un calciatore che ha una storia di infortuni molto importante alle spalle, viene da un crociato rotto ed è tornato in campo solo per poche partite nel finale della passata stagione, con qualche dubbio sulla sua completa ripresa. E’ troppo presto per definire il suo acquisto un pacco, ma per ora ha deluso le aspettative.

Peccato però che la Lazio sostanzialmente non abbia un’alternativa di ruolo sulla fascia sinistra. L’altro esterno sinistro di ruolo in lista è Djavan Anderson che, a parte qualche presenza lo scorso anno nella parte di campionato post-covid (memorabile la sua prestazione nella partita scudetto allo Juventus Stadium) quando il mister faticava a trovarne 11 integri da schierare, quest’anno ha raccolto appena 64 minuti in campo. Al poro Djavan, capitato alla Lazio quasi per caso, sono state preferite altre soluzioni, come Marusic a sinistra ma anche Parolo esterno, o per alcuni spezzoni di gara, Acerbi a tutta fascia. D’altronde è difficile pensare che un’ex esubero della Salernitana possa dare qualcosa ad una squadra che ambisce a posizioni di alta classifica. Ma se non è utile, perché è stato inserito in lista? Forse per collocarlo tra i pacchi del nostro articolo.

E’ emblematico osservare che all’inizio dello scorso campionato, con l’Europa League da disputare invece della Champions ed un calendario meno fitto di impegni, la Lazio si presentava con quattro esterni mancini in rosa come Lulic, Lukaku, Jony e Durmisi. Oggi invece ne utilizza solo 3: viene adattato Marusic sulla fascia sinistra, in un ruolo che l’esterno montenegrino fa fatica a ricoprire; lo stesso Marusic che da quando è alla Lazio ha dimostrato di non reggere fisicamente gli impegni ravvicinati. Oltre a perdere spinta sull’out mancino, questa scelta obbligata riduce la possibile alternanza tra il buon Adam e Lazzari in un ruolo dispendioso come quello dell’esterno destro. E in un calendario, lo ricordiamo ancora una volta, che non concede pause.

Come si è arrivati a questa situazione? Perché, possiamo dirlo senza remore, gli acquisti degli ultimi anni sulla fascia sinistra si sono rivelati dei discreti pacchi. Jordan Lukaku è quello che ha inciso maggiormente: il primo anno il suo ingresso a partita in corsa era diventato un fattore. Ad un certo punto si pensava potesse crescere fino a conquistare il posto da titolare, ma alla lunga si è dimostrato fisicamente troppo fragile, e poco disciplinato in alcuni atteggiamenti extra campo. Il passaggio di Riza Durmisi è stato invece breve e per nulla incisivo; problemi di ambientamento e caratteristiche fisiche forse non adatte alla serie A, se ne persero le tracce dopo pochi mesi di campionato. Jony veniva da un ottimo campionato in Spagna, fiutando l’occasione fu preso a scadenza con tanto di querelle e minacce da parte del presidente del Malaga. Si è dimostrato un calciatore con delle buone qualità tecniche, ma impiegato in un ruolo che non aveva mai ricoperto in carriera e per cui è sembrato non avere le giuste caratteristiche di corsa e ritmo. Questo e la poca incisività offensiva ne hanno bloccato (per il momento) la carriera in biancoceleste. E’ bene ricordare che tutti e tre sono via solo in prestito, ma ancora sotto contratto con la Lazio. Perché, come per ogni pacco che si rispetti, è difficile liberarsene.

Tra Fares, Jony, Lukaku, Durmisi sono stati spesi indicativamente più di 20 milioni di euro, ma nessuno è sembrato in grado di sostituire un totem come Senad Lulic, che si avvia ormai alla fine della sua gloriosa carriera con la Lazio. Nonostante sia prossimo alla soglia dei 35 anni (li compirà il 18 gennaio) e venga da 10 mesi di assenza, dalle parti di Formello ci si interroga ancora su quando rientrerà il capitano e se potrà tornare ad essere il padrone della fascia sinistra che conoscevamo fino allo scorso anno. La risposta potrebbe lasciarci l’amaro in bocca.

Pepe Reina è quello che può definirsi un vero acquisto di spessore. Un calciatore di infinita esperienza ma ancora in grado di fare la differenza tra i pali, e soprattutto molto bravo nel gioco palla a terra, dote indispensabile per un portiere nel calcio di mister Inzaghi. Un secondo affidabile era una necessità di questo organico da diverse stagioni. Strakosha con Inzaghi ha giocato praticamente sempre; è sicuramente un buon portiere ma i suoi limiti si sono manifestati in più occasioni. Quest’anno, complice il Covid e forse una forma da ritrovare sembra aver perso posizioni in favore di Reina, che sta trovando una certa continuità. Ma con un pizzico di malizia, è logico pensare che quando in panchina hai prima Vargic e poi Proto, la scelta del portiere titolare non si pone a prescindere, indipendentemente dalle prestazioni. Mentre il peso di un secondo valido (finalmente) sta mettendo in dubbio la titolarità di Thomas. E se Reina fosse arrivato un paio di stagioni prima? Intanto, noi abbiamo trovato altri due bei pacchi da collezione.

Wesley Hoedt è arrivato tra lo scetticismo generale dopo la sua prima esperienza in biancoceleste, ma grazie a buone prestazioni (vedasi col Torino: senza la sua giocata avremmo vinto normalmente ed evitato gli infarti multipli sul finale) si sta ritagliando un posto da titolare. Non possiamo definirlo un pacco, ma è un regalo che abbiamo già visto e che in fondo non ci entusiasma più di tanto. Fa male pensare che per prendere il bell’olandese sia uscito un vero mito di Laziocrazia, Bartolomeu Quissanga Bastos ovvero il difensore più trequartista della storia, (s)venduto perché fuori dal progetto e prossimo alla scadenza. Difficile dire se nell’operazione il reparto difensivo ne esca rinforzato o meno: visti i numeri di quest’anno la risposta sarebbe negativa. E’ ovvio che le troppe reti subite non dipendano solo dai singoli; ma è opinione di chi scrive (quindi liberamente contestabile) che prendere Hoedt per Bastos non rappresenta quel salto di qualità di cui il reparto aveva bisogno. Considerando i 34 anni di Radu, i frequenti infortuni di Luiz Felipe e i tanti impegni, il solo Hoedt non basta. E no, adattare Marco Parolo come difensore centrale non può essere una soluzione degna di una squadra che gioca la massima competizione europea.

 Ma un vero pacco coi fiocchi ce l’abbiamo ancora, ed è il nostro amico Denis Vavro: slovacco come Skriniar, testa rasata, coda di leone, becco d’aquila, ali di drago, una vera e propria figura mitologica. In un anno e mezzo praticamente lo abbiamo visto poco e principalmente per combinare disastri in Europa League; a gennaio andrà via in prestito, ma è costato la bellezza di 12 milioni di euro. Meno costosi ma ugualmente memorabili sono stati i vari (s)Fortuna Wallace, Bisevac, Mauricio, Novaretti, una carrellata di pacchi al centro della difesa che solo a scriverli scende una lacrima di malinconia.

Ma che disastro io mi maledico

Ho scelto Denis Vavro per amico

Sei proprio tu il mio pacco preferito!

Quello dei difensori centrali è forse il reparto dove la società si muove meno e peggio sul mercato. L’ultimo colpo di spessore del DS Tare risponde al nome di Francesco Acerbi, diventato presto uno dei leader di questa squadra. A dire il vero però, chi conosceva il calciatore era pronto a scommettere sul rendimento del nostro Leone: già al Sassuolo era un autentico baluardo, giocando letteralmente ogni minuto di ogni partita per diverse stagioni. Forse è stato pagato poco rispetto al suo reale valore, ma arrivando da una medio-piccola e alla soglia dei trent’anni è facile capire il perché. Un colpo, insomma, a botta sicura. Acerbi arriva alla Lazio per sostituire l’altro grande acquisto in difesa di Tare quale Stefan De Vrij, andato via da svincolato e che forse era meglio cedere prima. La logica però è sempre la stessa: fuori un grande difensore, dentro un grande difensore (e un grande uomo). Tutti gli altri passati nelle ultime stagioni hanno dimostrato di non avere lo “status” e le qualità per affermarsi come leader del reparto, e nelle difficoltà di quest’anno il problema difesa emerge più che mai considerando anche la coperta “corta” con soli 5 difensori disponibili in rosa. La speranza è quella di poter vedere un giorno due “top” muoversi nello stesso reparto, in attesa della definitiva consacrazione di Luiz Felipe.

Il centrocampo è il reparto che ha visto più acquisti nell’ultimo mercato. Andreas Pereira ha fatto un’ottima impressione e sembra avere qualità da vendere. Ma il suo arrivo a sul finale del mercato, come “piano B” dopo la sòla di David Silva, non gli ha permesso di entrare appieno negli schemi consolidati della squadra; resta un punto indicativo sulla sua precisa collocazione tattica. La speranza è quella di vederlo in campo più spesso, perché il ragazzo può dare il suo contributo.

La vera rivelazione del reparto è stata il nostro amico “JD” (Jean-Daniel) Akpa-Akpro, che con la sua esultanza sfrenata dopo il gol al Dortmund è entrato immediatamente nei nostri cuori. Corsa, grinta e giocate di qualità per un calciatore che si sta dimostrando utile in più occasioni e su cui il mister crede molto, anche perché ha caratteristiche diverse dagli altri centrocampisti in rosa. La piacevole sorpresa della sua scoperta è anche condizionata dalle aspettative molto basse che si avevano su un calciatore arrivato dalla Salernitana. E’ vero che Akpa ha una storia importante come calciatore in Francia, nel Tolosa, e con la Costa d’Avorio con cui ha vinto la Coppa d’Africa nel 2015; ma è stato preso praticamente quando la sua stessa carriera era a rischio a causa dei ripetuti infortuni, per essere “recuperato” alla Salernitana, con la speranza per la società di un ritrovarsi un buon giocatore a costo zero.

Akpa non è Kanté; non sta allo stesso livello dei titolari Sergej, Luis Alberto e Leiva e forse non è, per caratteristiche, quel calciatore che ti fa vincere le partite difficili; ma il suo impatto si è avvertito e risulta essere, insieme a Reina, il miglior acquisto di questa stagione. Bravo JD!

Finalmente col Benevento abbiamo visto che tipo di calciatore è Gonzalo Escalante, che ha disputato un’ottima gara almeno per 60 minuti. Troppo poco ancora per chiarire i dubbi sulla sua utilità nella rosa. Anche in questo caso, ci chiediamo come mai un calciatore che è arrivato alla Lazio da luglio abbia disputato la prima partita da titolare solamente il 15 dicembre, al netto di infortuni ed indisponibilità. Parliamo di un calciatore che arriva per la prima volta a misurarsi con una competizione europea a 27 anni, e ci arriva dopo molte presenze e stagioni con l’Eibar, matricola della Liga spagnola da cui si è svincolato questa estate. La sua storia calcistica non offre molte garanzie, il campo ne ha date anche meno. È ancora troppo presto (e troppo poco) per classificarlo come pacco.

Nonostante gli acquisti di Akpa (28 anni) ed Escalante, e la presenza di Cataldi (25 anni) e Parolo (35 anni), sembra che nessuno di questi sia in grado di non farci rimpiangere Lucas Leiva, la cui presenza è fondamentale per il gioco di Inzaghi. Quattro calciatori con caratteristiche diverse, nessuno adatto a raccogliere l’eredità del biondo mediano brasiliano che si avvia verso le 34 primavere e comincia ad avvertire più di qualche acciacco. Anche dal punto di vista anagrafico, forse era auspicabile l’acquisto di un giovane che potesse crescere all’ombra di Lucas, per avere un titolare pronto a partire dal prossimo anno (quando Parolo probabilmente saluterà): un’operazione, per fare un esempio, come quella di Tonali del Milan. Ma identica proprio, cioè prendere esattamente Tonali prima del Milan.

Negli anni la società è intervenuta spesso nella zona mediana, ma i risultati sono stati molto deludenti. Milan Baldej è arrivato nel 2018 e sembrava essere il perfetto vice-Leiva, ma ha deluso le aspettative: l’arrivo alla Lazio è coinciso con l’inizio della fase discendente della sua carriera. Un anno prima era arrivato anche Davide Di Gennaro in quel ruolo, acquisto di cui invece si fatica a capirne la logica, e infatti si aggira ancora oggi dalle parti di Formello con un bel contratto fino al 2022. Due bei pacchi certamente, ma il primo classificato risponde al nome di Valon Berisha (quello che NON para). Ci ha fatto soffrire due volte, prima col Salisburgo eliminandoci dall’Europa League e poi, arrivato per quasi 8 milioni di euro, pascolando tristemente sul prato dell’Olimpico in poche e anonime apparizioni, sufficienti per guadagnarsi la qualifica di pacco coi fiocchi (vedi Vavro). Quando la società ha puntato sulla fantasia, in cerca di qualità sulla trequarti, le cose sono precipitate: Ravel Morrison, Leitner, André Anderson, Kishna (l’unico acquistato pagando il cartellino) Nani, Sprocati, Adekanye. Quasi tutti sono arrivati a costo zero, alcuni in attesa di rilancio, altri per entrare nel calcio che conta. Nessuno ha dato un contributo degno di nota, e possiamo senza indugio accatastare molti altri pacchi sotto il nostro alberello.

Non tutti saranno d’accordo, ma consideriamo Vedat Muriqi il pacco più clamoroso del mercato estivo.

In realtà non conosciamo il reale valore del calciatore, semplicemente perché il vero Muriqi non l’abbiamo mai visto in campo. Poco meno di 300 minuti in stagione senza grandi sussulti, colpa dell’infortunio che lo ha colpito poco prima dell’arrivo a Roma, e del contagio da Covid19 che ne ha bloccato l’ambientamento. Ma chi lo conosce, parla di un calciatore importante, fisicamente e tecnicamente, e con qualità caratteriali non comuni. Qualità che hanno convinto Tare ad investire quasi venti milioni di euro per il suo acquisto. Ma allora perché collocarlo tra i pacchi?

Probabilmente alla lunga il Pirata metterà in campo quelle che sono le sue qualità. Il problema è che il colpo principale del mercato da Champions non ha inciso né in campionato, né in Europa. Il secondo acquisto più costoso dell’era Lotito non ha garantito gol e prestazioni in serie A (dove sarebbero serviti come il pane, visto il ritardo della squadra in campionato), ma neanche quella giocata vincente nelle partite con Zenit e Brugge, che ti avrebbe permesso di arrivare primo nel girone. E se Muriqi esplodesse nella seconda parte di stagione, o nel prossimo campionato? Ne saremmo felici, ma sarebbe in controtendenza con le ragioni del suo arrivo. Non è stato infatti un acquisto di prospettiva, ossia un calciatore giovane da formare per ammirarlo poi nelle stagioni future. Per la cifra investita e le parole di presentazione, ci saremmo aspettati un calciatore pronto adesso, in grado di fare la differenza da subito. Cosa che invece non è accaduta.

La realtà è che non abbiamo molte certezze su un calciatore di 26 anni che si affaccia per la prima volta in un campionato top d’Europa e in una competizione continentale. La Super Liga turca è un campionato di buon/medio livello in generale, ma sono lontani i tempi in cui Fenerbahce, Galatasaray e Besiktas avanzavano nelle competizioni europee. Parliamo inoltre di un attaccante che viene da buone stagioni, ma non straordinarie in termini realizzativi (15 gol e 6 assist con il Fenerbahce nell’ultima stagione): insomma, uno che ha tutto da dimostrare.

Molte volte abbiamo visto calciatori affermati provenienti da campionati esterni che non si sono adattati alla nostra serie A. Troppo lenti, troppo leggeri, poco disciplinati tatticamente, troppo “grezzi” tecnicamente. Buoni giocatori all’estero ma anche grandi campioni come Eriksen, Forlan, Godin, Vidic, Podolski, Mario Gomez: davanti a questi nomi, qualche dubbio sul possibile adattamento di Muriqi è legittimo.

La sua indisponibilità (infortunio + Covid) è stata solo sfortuna? Probabile. Anche le tempistiche del suo arrivo però non ci convincono. Muriqi arriva alla Lazio il 15 settembre, a pochi giorni dell’inizio del campionato, dopo essersi infortunato durante la preparazione estiva col Fenerbache. Come sarebbe andata se fosse arrivato ad inizio mercato, magari svolgendo tutta la preparazione atletica e tattica con la Lazio? Forse avremmo già visto il vero Muriqi, e compreso le ragioni di questo investimento importante.

Tante sono le domande senza risposta.

La Lazio già da febbraio dello scorso anno era quasi certa di finire tra le prime quattro in campionato e accedere alla Champions, visto il vantaggio accumulato sulle avversarie. Ma allora perché aspettare il 15 settembre per quello che è stato, almeno in termini di investimento economico, il “colpo” di mercato?

Perché spendere quasi 20 milioni di euro in un reparto dove sei già coperto con Immobile, Correa e Caicedo che ti hanno garantito lo scorso anno la bellezza di 58 gol? Spendendo meno, si poteva investire nei reparti dove sei tutt’ora scoperto (come gli esterni di fascia). Giroud, che sembrava ad un passo a gennaio, sarebbe stato un acquisto meno costoso ma dal sicuro rendimento, oltre che di grande esperienza internazionale. Un’altra opzione plausibile sarebbe stata scegliere un calciatore “navigato” della nostra serie A, ben disposto a ricoprire il ruolo di quarta punta in una squadra di alta classifica (vedi Petagna al Napoli, o Lasagna di cui si parlava spesso in orbita Lazio). Buoni calciatori che avrebbero dato garanzie tecniche e fisiche. O ancora, ennesima ipotesi, spendere si una cifra importante ma su un calciatore veramente giovane, con la speranza di ritrovarsi domani un potenziale fuoriclasse. Non avrebbe inciso da subito, ma peggio del Pirata kosovaro sarebbe stato difficile fare.

Francamente, non è possibile sbagliare per anni e anni l’acquisto nello stesso ruolo, come nel caso dell’esterno sinistro. Non si capisce poi perché insistere su calciatori svincolati provenienti da campionati stranieri: non giovani ma calciatori fatti e finiti, provenienti da squadre di medio/bassa classifica che praticamente si rivelano tutti pacchi (d’altronde se restano svincolati nel loro campionato, un motivo ci sarà). Forse bisogna smetterla di cercare “occasioni di mercato”, di pescare un po’ a caso sperando che prima o poi ne esca qualcosa di buono. Magari si potrebbe dare un’occhiata agli svincolati della nostra serie A: Darko Lazovic ha firmato col Verona dopo essersi liberato dal Genoa, ed è oggi uno degli esterni sinistri migliori del nostro campionato. Nella stessa estate 2019 con noi ha firmato Jony, sempre da svincolato, ma il risultato è stato opposto.

Sappiamo dai fatti che la Lazio non può fare (o non vuole) un mercato “da big” e spendere cifre esagerate. Ma neanche possiamo accettare la storia che i molti acquisti sbagliati siano frutto delle circostanze, della sfortuna, del caso. Se le risorse sono limitate bisogna guardare a quelle società in grado di acquistare a cifre relativamente basse calciatori dall’estero, poco conosciuti o giovani, e trasformarli in certezze della nostra serie A. In questo l’Atalanta è un modello: se si vuole crescere spendendo poco bisogna prendere i Gosens, gli Hateboer, i Freuler. Insomma, i calciatori bisogna saperli scegliere e si può comprare bene anche senza spendere.

Lo stesso discorso vale quando si acquistano giovani o giovanissimi. Tra Primavera, Salernitana e prima squadra i trasferimenti ogni anno sono numerosi, ma gli ultimi ad emergere sono stati Luiz Felipe e Strakosha diverse stagioni fa. Tra i vari Kiyinie, Capanni, Cipriano, Elez, Jordao e Neto (che è esploso in Premier League) e molti altri, possibile non ci siano calciatori da serie A? Anche in questo caso, l’Atalanta è un esempio con Kulusevski, Bastoni, Barrow, ma anche il Milan con Donnarumma, Calabria, Cutrone e Locatelli o la Fiorentina con Chiesa, Castrovilli e Sottil. Basta prendere pacchetti!

Quello dei giovani è un aspetto importante alla luce di un altro dato: la Lazio nella stagione 2020/21 è la penultima squadra per età media in campo, che con 28,6 anni di media ci vede dietro solo al Benevento. Calciatori over 30 come Leiva, Radu, Parolo, Caicedo andranno sostituiti a breve (alcuni andavano GIA’ sostituiti) e non puoi farlo se acquisti calciatori già fatti e finiti di 25/26/27 anni che dimostrano di non essere all’altezza. Pacchi, pacchi ovunque.

Anche il discorso economico ha la sua importanza. Abbiamo detto poco sopra che la Lazio non fa mercati da “big”, ma negli ultimi anni sono state investite cifre importanti. Per questo certe scelte ci sembrano abbastanza incomprensibili, come i 12 milioni per Vavro, l’ingaggio importante garantito agli svincolati Jony & co. Chi ha visionato questi calciatori (o li ha pescati un po’ a caso cercando solo l’affare) e ha pensato potessero fare bene alla Lazio, ha sbagliato. In generale i calciatori che hanno reso maggiormente sono stati quelli provenienti dalla serie A: Acerbi, Lazzari, Correa, Immobile. I primi tre sono stati anche gli unici calciatori diventati titolari tra quelli acquistati nelle ultime 3 stagioni. Ripetiamo: 3 titolari in 3 stagioni di mercato.

In questo contesto, gli acquisti di Milinkovic-Savic e Luis Alberto sembrano due eccezioni, piuttosto che la regola. Il Mago aveva già fatto vedere in gioventù di avere una classe fuori dal comune, salvo poi perdersi in quel di Liverpool. Le qualità erano evidenti, la Lazio ci ha puntato (inizialmente come sostituto di Candreva) ritrovandosi un tra le mani un vero gioiello. Per Sergej invece è stato fatto un investimento importante (circa 18 milioni) per quello che era considerato comunque uno dei giovani centrocampisti più quotati. Un percorso che ricorda quello di un altro nome accostato al mondo Lazio, l’ungherese Szoboszlai.

Foto che non c’entra molto, ma bella da vedere

In entrambi i casi, sulla loro esplosione ha inciso molto il lavoro di Simone Inzaghi, recuperando il primo e valorizzando il secondo fino a renderli due dei centrocampisti più forti d’Europa.

In un momento della stagione in cui si mette in discussione il lavoro dell’allenatore, bisognerebbe ricordarsi con quale materiale ha potuto lavorare. Se non dovesse rinnovare, siamo sicuri che Simone riuscirà a riciclarsi come aiutante di Babbo Natale perché ha dimostrato di saper tirare fuori tra molti pacchi un regalo speciale come la “sua” Lazio che abbiamo ammirato negli ultimi anni.

Articolo a cura di Marco Delle Chiaie

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