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Juventus-Lazio: una trasferta da leoni

Ore 19.02

“Sarà ricominciata?”
“Ormai stiamo in fila, il panino si prende per principio”.

Nell’aria si respirano boati come quelli di un esame universitario strappato il 20 di agosto prima della partenza per Corfù.

“Lo sapevo io che ci facevano il secondo, chi ha segnato?”

Ciro“.

“Ciro?”

“Ciro”.

Abbiamo impiegato diversi minuti prima di realizzare che avevamo perso il momento del pareggio con la Juventus per un panino. Un maledetto panino.

“Dobbiamo rientrare, per forza!”

*Alcuni termini sono stati modificati al fine di una lettura piacevole e scorrevole e non minacciosa e coatta.

“Mio zio! Sei proprio un puzzone!”

“Io? Tu volevi prendere il panino gran testone!”

Si avvertono diversi boati, maggiori a quelli precedenti, come quelli di chi non trova traffico sul grande raccordo anulare.

“Controlla un po’, così per scaramanzia”.

“Ciro”.

“Ciro?”

“Ciro”.

Abbiamo impiegato altri minuti per realizzare nuovamente che avevamo perso non solo il pareggio ma anche il sorpasso biancoceleste.

Tramite un paio di finte, elastici e gomitate, mi defilo per prendere il panino e correre verso il settore ospiti biancoceleste.
Stavamo vincendo.
Ed era tutto vero. Allora i treni e gli autobus presi, strapieni di bianconeri molto “simpatici” avevano un senso.
Il karma. Questa meravigliosa idea che rende giustizia.
L’ultima parte di gara è stata così emozionante che le gambe non erano più poggiate sui gradoni dello Stadium ma si trovavano in quello spazio condiviso tra Dio e Milinkovic.
Dietro di me, file biancocelesti muovevano cori e sciarpe e quando sulla fascia un Patric si avventava, si sentiva dalle fila:

“Corri angelo, corri angelo biondo!”

Perché in quel momento Patric non era più Patric e Inzaghi non era più Inzaghi. Così come nessun altro protagonista della rosa biancoceleste rappresentava più il suo nome. In quel momento tutti erano pronti a dare la maglia, il sangue e il sudore per una vittoria che doveva essere eroica. Che sapeva di Lazio.

Non molto tempo fa, un caro amico juventino chiese a dei tifosi biancocelesti: “Cos’è la Lazio per voi? Quando finisce la partita cos’è che vi contraddistingue? Cos’è che vi fa essere laziali oltre la partita?”

Un coro unanime si riversò sul tifoso come un fiume in piena: “La sofferenza. Noi soffriamo in campo e fuori, costruiamo le partite sulla sofferenza così come la nostra vita è costruita su uno spirito di rinascita. Affrontiamo mille peripezie che molto spesso sono auto indotte ma ne usciamo a testa alta”.

Ecco. Ecco cos’è stata veramente la partita di stasera. Rinascita.
Nelle mani di Strakosha non c’era solo un rigore parato a Dybala, idolo e fenomeno della squadra bianconera, c’era molto di più. C’erano le mani del padre, quando da portiere dell’Albania, gli insegnava l’umiltà. Nei gol di Ciro? Nei gol di Ciro non c’era agonismo ne cattiveria ma amore. Amore verso una città e una maglia che lo ha accolto come un figlio. Pronto per rinascere.
Tanti padri con i loro bambini erano presenti oggi, così come tanti saranno presenti a Nizza. Molti di loro non capivano a cosa avevano assistito, un bambino si è avvicinato al padre per chiedere perché piangesse visto che la Lazio aveva vinto. Molte cose non si possono spiegare, così come non si può spiegare perché Calori portò in vantaggio il Perugia proprio quel pomeriggio bagnato da litri di pioggia o perché nel minuto 71′ un intera città si paralizzò. “Il calcio è di chi lo ama” recita una famosa reclaim della Serie A. È vero. Il calcio è quel gioco che non smette mai di renderci bambini. Forse era destino che rimanessimo in quel Bar, aspettando quel panino, davanti ai gol più importanti del campionato. O forse avevamo solo troppa fame per rientrare nel settore.

Ci importa?
No.
Stasera c’è solo la maglia, il sangue e il sudore.

Articolo a cura di Riccardo Piazza

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