La palla viene respinta dalla difesa e schizza sulla fascia destra, a Juan basta un tocco leggero per spostarla quel tanto che basta da mandare a vuoto un avversario e trovarsi quasi in campo aperto. Chiunque quella palla se la porterebbe fin sul fondo, lui no: lui sente, avverte la presenza del compagno sulla linea del fuorigioco, sa come e dove servirlo, l’ha già visto succedere. E infatti, come se il copione di quel lancio fosse già stato scritto, Juan Sebastián lo scodella a giro da prima della trequarti e trova Hernan Crespo – non un attaccante qualsiasi – libero di controllare la sfera e scagliarla alle spalle di Van Der Sar. La partita è Lazio-Juventus del 18 marzo 2001, il Juan Sebastián, come se ci fosse bisogno di specificarlo, di cognome fa Veron.
Questo è il Veron giocatore, l’intuizione e la velocità d’esecuzione (semicit.) a braccetto con il pragmatismo e la prestanza fisica. Prima di arrivare a Roma ha già stupito con la maglia della Sampdoria, passando anche per quel Parma spettacolare in cui, ancora una volta fianco a fianco con Crespo, vince Coppa Uefa e Coppa Italia. Così, come se portare i ducali a trionfare in una competizione europea fosse cosa da niente, dopo una toccata e fuga in Emilia-Romagna la Brujita – la Streghetta, come ben sanno tutti – si toglie il gialloblù per indossare i colori del cielo e si prepara a consacrarsi alla leggenda. A volerlo a Roma è prima di tutti Sven-Goran Eriksson, suo allenatore già a Genova, che lo inserisce in un centrocampo di mostri e mastini in cui il suo talento sconfinato possa galoppare libero. Quel che succede dopo è inevitabile: il Veron della Lazio è semplicemente un fiume inarrestabile di giocate e classe, un alieno in mezzo al campo. La Brujita gioca come se il terreno di gioco fosse il mare e lui l’unico pesce a sguazzarci: è il suo ambiente, gli avversari ne vengono semplicemente estromessi. Pur con tutte le conseguenze che ha avuto l’età dell’oro cragnottiana, la Lazio non aveva mai visto e non vedrà più un calciatore dalle capacità come quelle di Veron messo nelle condizioni di giocare a proprio piacimento grazie alla presenza di uomini come Nedved, Almeyda, Conceicao, Simeone.
Il suo tratto distintivo è il lancio “a occhi chiusi“, la capacità di pescare il compagno lontano con un passaggio alto, calibrato con i giri giusti. Anche nelle situazioni più difficili, anche quando la palla sembra persa, con Veron non lo è mai. Il pallone non si spazza, al massimo si scarica in favore di chi si trova smarcato, anche se significa tagliare tutto il campo o calciare al volo di esterno una palla contesa: il pragmatismo che incontra il talento, appunto. Volendo fare un paragone con i giocatori contemporanei, uno che ha questa capacità è Milinkovic–Savic. Ma è un paragone azzardato, azzardatissimo, che non rende giustizia a quello che era Juan Sebastián Veron e – perché no – a quello che potrebbe diventare Sergej Milinkovic-Savic. Se poi le doti balistiche della Brujita le si mette a disposizione dei calci piazzati, possono succedere cose come questa.
Roba da fantascienza, un calcio d’angolo che probabilmente Luis Alberto guarda e riguarda ogni sera prima di andare a dormire. Veron prende le barriere che separano realtà e fantasia e le getta da parte, senza neanche romperle: ha troppa classe per farlo. I due anni alla Lazio sono pura estasi e infallibilità ma, come sempre nella carriera europea della Brujita, le sue storie durano poco: la squadra titanica assemblata da Cragnotti chiede il conto – letteralmente – e Veron finisce in Inghilterra, prima al Manchester United e poi al Chelsea, con fortune alterne. Il ritorno in Italia lo si deve all’Inter, che regala di nuovo alla Serie A uno dei suoi interpreti più appassionati. “Certe volte non ero più io: il calcio inglese per me era infinitamente più noioso del vostro“, dirà a proposito della sua parentesi oltremanica. Il calcio inglese lo annoia, quello italiano lo diverte. E’ una Serie A diversa, una lega in cui camminano i giganti, e il Veron interista torna ad essere uno di loro. Di nuovo su livelli altissimi, vince più di un trofeo con la maglia nerazzurra, ma la magia che lo circondava sul finire degli anni ’90 e gli inizi del nuovo millennio, quando addosso aveva colori più ‘puri’, quella non torna più.
Quello che ha significato Juan Sebastián Veron per i tifosi della Lazio è cosa difficile da esprimere a parole e da racchiudere in qualche riga. Veron è stato un’emozione, una sensazione che aleggiava nel campo e colpiva con forza e classe sovrumane. Calato in una rosa piena di fuoriclasse, lui è stato l’elemento magico che ha unito quella batteria di purosangue. Una Brujita che ha lanciato un incantesimo e ha tessuto la trama di una delle squadre più memorabili di sempre.
