Il nome sulla maglia
Il nome sulla maglia rappresenta l’amore. Non l’amore dei film e neanche quello delle canzoni indie. L’amore più trascendentale che un uomo possa provare. Un giorno quella maglia correrà sui campi di calcetto e sarà sempre decisiva. Un giorno tuo figlio, vedendola appesa un po’ distante dalle altre ti chiederà spiegazioni e avrai modo di ammorbarlo per ore e ore sulla fede e sui giocatori. C’è chi l’appende, perché divenuta ormai reliquia; c’è chi decide di non lavarla per anni, per poi annusarla un giorno e sentire l’erba sintetica e il cielo sopra Berlino.
Il nome sulla maglia rappresenta quella voglia malsana di dire al compagno di classe chi ha il giocatore più grosso; di dire alla compagna di una vita che c’è un amore più forte del suo; di dire alla nonna che forse, c’è qualcosa di superiore alle sue lasagne. Forse.
Il nome sulla maglia è un simbolo, metafora che fa credere ancora in qualcuno che può salvare il mondo dalla vita quotidiana. Un collegamento puro, per restare davanti alla televisione con quella maglia e dare consigli al proprio giocatore. Perché da un punto all’altro diventa proprio: quella maglietta è un’amicizia.
Scusi, vorrei una maglia
“Scusi, vorrei una maglia“.
Una frase che all’occhio del non-tifoso sembrerebbe come tutte le altre, eppure nasconde dentro un sentimento di angoscia e amore che è inesprimibile. Non è come chiedere il gelato o un paio di jeans che mamma ti ha obbligato a comprare ma è comunicare al commesso che la scelta è stata presa.
Oggi è diverso: come puoi chiedere un maglia, come puoi chiedere ad un commesso di regalarti quel rapporto indivisibile fra te ed un giocatore che forse non c’è veramente. Forse è tutto qui. Oggi, scriversi un nome dietro la maglia equivale a contare i giorni al calciomercato per sperare che non se ne vada mai. Eppure, alla fine, se ne vanno tutti. C’è chi allo stadio porta magliette di Hernanes, di Candreva e di Zarate. Miti nella testa di bambini che non sanno di lacrime, di Inter e di questioni burocratiche da tesi universitarie.
Oggi c’è chi compra la maglia di Immobile, per la quantità di gol; c’è chi compra quella di Lulic, memore di vittorie ormai lontane; c’è chi compra quella di Luis Alberto, perché al calciotto domenicale, tutti diventano un po’ maghi e c’è chi compra quella di Murgia, perché il gol all’ultimo si possa ripetere ancora e ancora.
Eppure, l’attaccamento alla maglia è qualcosa che nella storia di questa squadra si è dimostrato raramente. L’attaccamento vero e proprio, di sangue e di sudore, è diverso. “No, così non va bene, io rivoglio il mio mito” avrebbe detto un Robert De Niro.
Oggi, ancora si aspetta quel giocatore. Quello inaspettato. Quello che da un momento all’altro in un calcio “moderno” dettato dalle trattative multimilionarie, diventi “bandiera” per sventolare in Curva Nord e segnare davanti alla Sud. Oggi c’è attesa nell’aria che magari si potrà risolvere con questa sessione di calciomercato o nella prossima o ancora fra tante, tante stagioni. Oggi c’è attesa e troppa delusione.
“Scusi, vorrei una maglia”
“La vorrebbe con il nome di un giocatore?”
“No, grazie. La lasci bianca. Sto ancora aspettando“
