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Il momento della Lazio in 5 punti (qualcosa è cambiato)

Negli almanacchi del calcio che i nostri figli leggeranno fra decine di anni la stagione 2018/19 verrà liquidata in poche battute per il ricordo di tre eventi: l’ottavo Scudetto di fila della Juventus, lo storico piazzamento Champions dell’Atalanta e l’ennesima Coppa Italia alzata al cielo dalla Lazio.

Ma se il trofeo nazionale messo in bacheca la notte del 15 maggio 2019 ha rappresentato una sorta di cancellino passato di netto su una lavagna, è pur vero che gli errori compiuti nell’arco della stagione hanno lasciato qualche traccia di gesso su quella stessa lavagna. Non si può negare infatti che, guardando il quadro nella sua interezza e non soffermandoci solo sui particolari più riusciti, la stagione scorsa della Lazio è stata quella delle contraddizioni.

Contraddizione tra valore della rosa (la famosa “Ferrari”) e risultati (ottavo posto in campionato e fuori ai sedicesimi di Europa League). Contraddizione tra potenziale offensivo e gol segnati. Contraddizione tra bel gioco espresso a sprazzi e momenti di pura stagnazione. E se le partite simbolo della bella faccia della Lazio sono state sicuramente il derby vinto nettamente a marzo e appunto la finale di Coppa Italia, dall’altro lato della medaglia vorremmo dimenticare del tutto Lazio-Chievo 1-2 e la sconfitta interna contro l’Atalanta nell’ultima grande occasione per restare aggrappati al treno Champions.

Oggi la Lazio viaggia invece spedita ai vertici della classifica e vive un momento di forma eccezionale in cui sembra riuscirle tutto. Che cosa è cambiato veramente rispetto alla scorsa annata? Se è vero che la squadra è praticamente la stessa, il modulo uguale e anche gli obiettivi dichiarati sono rimasti invariati, come si spiega razionalmente questa versione deluxe della Lazio di Inzaghi?

Consapevolezza

La netta sensazione che si ha vedendo giocare questa Lazio è che abbiamo a che fare con una squadra la cui autostima è cresciuta tantissimo. La componente mentale è talvolta sottovalutata in uno sport di squadra come il calcio, in cui prevale l’elemento tecnico-atletico e in cui a pesare e a pensare sono contemporaneamente undici teste. E invece proprio la resistenza mentale, intesa come sviluppo delle energie psicofisiche indirizzate all’ottenimento del massimo risultato, fa la differenza in contesti tecnici più o meno livellati.

Perché abbiamo rimontato la Juventus prima e il Cagliari poi, a distanza di soli otto giorni? Perché siamo forti e abbiamo giocatori in grado di segnare in qualsiasi momento, certo. Anche perché gli episodi sono girati dalla nostra parte, verissimo. Ma alla base di tutto c’è stata la consapevolezza di poterlo ribaltare quello svantaggio iniziale. L’unione di intenti e la determinazione, tanto citati da Lotito in ogni intervista, si sono materializzati in punti pesanti come macigni.

In questo senso, la partita che ormai viene indicata da tutti come chiave di volta della stagione è stata il 3-3 casalingo contro l’Atalanta di metà ottobre (a proposito di rimonte notevoli). Ma a dirla tutta già a inizio campionato – contro Samp e derby – la Lazio sembrava aver acquisito quella consapevolezza che oggi percepiamo più nettamente e che poi improvvisamente sembrava essere sfumata (vedi Spal ed Europa League).

Forma fisica

Ma tutti i discorsi sull’aspetto mentale non hanno motivo di esistere se non sorretti da una buona condizione atletica. D’altronde i latini lo dicevano: mens sana in corpore sano.

Oggi come oggi la Lazio corre più e meglio di ogni altra avversaria del campionato italiano. Quella di Inzaghi non è una squadra che vuole tenere a tutti i costi il pallino del gioco in mano, anche se bisognerebbe rivedere i giudizi affrettati su una squadra principalmente reattiva e di transizione.

La realtà è che la Lazio sa proporre gioco costringendo per larghi tratti della partita gli avversari nella propria metà campo, ma sa anche aspettare, adattarsi al contesto e premere sull’acceleratore quando è il momento giusto.Non possono essere un caso tutte le splendide vittorie ottenute nel finale. Se è vero come si dice in giro che dal 70° comincia un’altra partita, allora la Lazio si è dimostrata finora più pronta delle altre a giocarla.

Emblematica in questo senso la pazzesca rimonta di Cagliari. I sardi avevano corso di più e con più ardore per almeno cinquanta minuti, sprecando occasioni nitide oltre a preziose energie. I biancocelesti hanno retto botta, hanno fatto sfogare gli avversari e poi sono venuti fuori alla distanza facendo valere nel secondo tempo il maggior tasso tecnico e la maggiore forza nelle gambe. Così, quando i loro difensori si contorcevano a terra con i crampi, Acerbi si sovrapponeva sulla fascia sinistra al 92° e propiziava il gol del pareggio, segnato da un Luis Alberto che non è certo noto per le sue doti di resistenza fisica.

Grande merito per tutto questo va ovviamente ai preparatori atletici, allo staff medico, ai massaggiatori, agli analisti delle prestazioni individuali che aiutano a personalizzare il più possibile l’allenamento dei calciatori. È evidente che la Lazio giochi sulle ali dell’entusiasmo, ma queste ali non sono sbucate all’improvviso dietro le spalle di Lulic e compagni.

Sono state costruite in laboratorio, in palestra e nei boschi a partire dal ritiro di Auronzo, e ora vengono quotidianamente rifinite. Sperando solo che non si sciolgano al primo sole di primavera come quelle di Icaro.

La fascia destra

Una delle caratteristiche principali del ciclo di Inzaghi è sicuramente lo sviluppo del gioco sulle catene laterali. A partire dal primo Inzaghi che si affidava tanto agli isolamenti offensivi di ali tecniche e veloci come Keita e Felipe Anderson, per passare a un 3-5-1-1 che ha fatto sfracelli due stagioni fa, fino ad arrivare al più ortodosso 3-5-2 attuale. Modulo odierno che è identico a quello della scorsa annata, quando però il centro gravitazionale delle azioni di attacco era interamente sbilanciato a sinistra.

La situazione si è bilanciata – e in alcuni casi perfino capovolta – con l’arrivo in estate di Manuel Lazzari, di fatto l’unico volto nuovo nell’undici titolare. L’esterno destro ex spallino si è rivelato da subito un fattore per la manovra offensiva dei biancocelesti: dopo un avvio timido, dovuto anche a un naturale processo di adattamento a una realtà diversa rispetto a quella di Ferrara, Lazzari ha cominciato ad arare quella fascia da capo a coda senza soluzione di continuità. Tre in particolare i tratti distintivi del suo gioco che si stanno riverberando positivamente sull’intera squadra:

  1. Capacità aerobiche straripanti. Non abbiamo ancora avuto il (dis)piacere di trovare un terzino che gli stia dietro.
  2. Quantità e qualità. Nei suoi momenti migliori Lazzari unisce alla quantità di chilometri percorsi anche una certa precisione nei cross (e in questo aspetto, come anche nella freddezza sotto porta, ci sono ancora sensibili margini di miglioramento),
  3. Intesa naturale con Milinkovic. Era dai tempi di Basta e Candreva che non si vedevano scambi ravvicinati, uno-due nello stretto e filtranti sulla corsa in campo aperto, come quelli che ci stanno offrendo Sergej e Manuel in quella zona di campo.

Top player al top

L’ultimo punto ci offre l’aggancio per parlare del rendimento complessivo dei quattro tenori della Lazio. Milinkovic, Luis Alberto, Immobile e Correa. Ormai sta diventando una piacevole filastrocca, perché piacevole (estremamente piacevole) è vederli giocare assieme. La quantità e la qualità delle occasioni create dalle loro interazioni è semplicemente sovrumana. Alzi la mano chi non ha la sensazione che qualcosa di bello possa succedere ogniqualvolta la palla è tra i loro piedi.

Tutti e quattro c’erano anche l’anno scorso, ma quest’anno è un’altra storia. I primi due sono tornati ai fasti di due stagioni fa, anzi se possibile stanno facendo ancora meglio. Soprattutto lo spagnolo si sta rivelando il faro tecnico di questa squadra. Un direttore d’orchestra che impartisce lezioni di calcio praticamente ogni domenica e che fa girare anche i compagni a suo piacimento, imponendo ritmo e tempi alla manovra come solo i più grandi di Europa. Abbiamo capito che se gira Luis Alberto la Lazio difficilmente stecca. Il prossimo step (leggi Brescia) sarà capire se possiamo fare a meno di lui.

Discorso parzialmente diverso per Milinkovic Savic. Il gigante serbo sta ingranando alla distanza: dopo un periodo iniziale di luci e ombre – dovuto anche ai nuovi compiti di copertura richiestigli dal mister – nelle ultime partite i messaggi lanciati sul campo vanno tutti nella stessa direzione. Il Sergente è tornato, con la testa, con il fisico, con i gol. L’impressione è che, se riesce a limare qualche piccolo difettuccio di narcisismo, è a lui che possiamo chiedere di alzare ulteriormente l’asticella dei nostri obiettivi.

Un gioiello in più e dei pali in meno

Capitolo Correa. Bello, maledettamente bello da vedere. Efficace, ma non ancora tremendamente efficace. Di sicuro più continuo, più consapevole, più presente rispetto alla scorsa stagione quando da super sub si è trasformato gradualmente in titolare fisso. Oggi il Tucu è l’arma offensiva in più di una squadra che davanti procede a ritmi vertiginosi.

Ha caratteristiche uniche l’argentino: veloce in campo aperto, impetuoso in conduzione, imprevedibile col pallone tra i piedi. Segna dei gol straordinari, ne sbaglia di clamorosi che ti fanno impallidire. Però è un tesoro preziosissimo, e il tempo è tutto dalla sua parte.

Dulcis in fundo. Ciro Immobile è una macchina da gol. Il simbolo della Lazio di Inzaghi. Il miglior attaccante del campionato. Ce l’abbiamo solo noi, ce ne rendiamo conto in ogni partita perché in ogni partita ci fa esultare e cantare il suo nome. Vi siete mai chiesti quanti punti avremmo senza di lui? E perché quest’annata in proiezione potrebbe diventare quella dei record assoluti?

Perché Immobile più di ogni altro risente del rendimento dei suoi compagni (vedi sopra) e poi, banalmente, perché colpisce qualche legno in meno rispetto alla stagione scorsa. 

E quindi adesso?

Adesso la Lazio è chiamata alla prova più difficile. Quella della conferma e della continuità quando tutti (ma proprio tutti) la aspettano al varco con il coltello tra i denti e i “te l’avevo detto” pronti in tasca. Ci sono cose che ormai abbiamo capito far parte intrinsecamente della nostra amata Lazio: l’affiatamento del gruppo, l’attaccamento alla maglia, i meccanismi rodati, l’ambiente ritrovato. Sono tutti elementi che sommati assieme formano il filo conduttore della Lazio di Simone Inzaghi e che le stanno consentendo una crescita costante e sostenibile, sotto tutti i punti di vista.

Arriveranno momenti difficili ovviamente. Sarà in quelle occasioni che la squadra, e con lei l’ambiente tutto, dovrà dimostrare capacità di reazione e dovrà mettere in mostra la mentalità vincente che sta assorbendo in questi anni. Per gridare a Italia tutta che la Lazio non è lassù per caso.

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