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Il mio derby della vita

“Quanto è finita papà?” “Un attimo”. Ricordo di essermi svegliato più agitato del giorno precedente. Ed era strano, perché io sono uno che ama i dolci, i regali, le sorprese. Ma non c’era epifania che potesse reggere il confronto. Quel 7 gennaio non avevo fatto in tempo ad aprire gli occhi che già ero schizzato in fondo al corridoio, in piedi davanti alla porta del bagno, aperta. Dentro c’era mio padre intento a lavarsi i denti e mentre rivivo questo ricordo lo vedo enorme davanti a me, che lo guardavo dal basso dei miei 8 anni e tre/quarti (come dicono i bambini) verso l’altro dei suoi 33: “Quindi?!?”. Ero un gran rompipalle, lo sono ancora oggi. Così come anche adesso ho una soglia della sopportazione del “Te lo dico dopo” pari a 0.2 secondi netti, poi ricomincio: “Allora? Quant’è finita?!?”, un record. Eppure non avevo mai visto mio padre così tanto voglioso di rispondermi e togliermi da quelle maledette spine: “3-1, abbiamo vinto!”.

Se penso al derby, questo è il mio primo ricordo. Anzi, il secondo in ordine temporale, che però credo serva a riportarmi alla memoria la sera precedente di cui ho solo qualche flash. Io e mio padre sul divano, mia madre nascosta chissà dove (siamo molto “rumorosi” durante Lazio-Roma, all’epoca lo era solo lui ma sapete, come mai potrà essere oggi suo figlio?) e lui che salta e urla al gol di Di Canio che se solo avessi avuto coscienza di che cosa stesse accadendo sarei morto d’infarto. Poi il vuoto, mi sono addormentato sull’1-0 (coglione!).

Di altre partite ho ricordi risalenti addirittura ad anni prima. El Piojo Lopez, che amavo, Stefano Fiore, le sfide infinite contro la Juventus, Inzaghi e Corradi nell’assurda nebbia di Piacenza che guardavo esterrefatto negli highlights a 90° minuto. Del derby no, forse perché vivendo nelle Marche (con sangue metà romano, metà pesarese) ho trascorso asilo e scuole elementari con attorno orde brulicanti di juventini, milanisti e sfigatissimi interisti. Non avevo alcun bisogno primordiale di prevalsa su qualche romanista. Quindi ho dovuto attendere l’età della ragione, comprendere la differenza tra noi e loro, tra la storia e la boria, per ammalarmi definitivamente. Da allora, quel 7 gennaio 2005, Lazio-Roma per me non è stato più la stessa cosa.

Il morbo ha iniziato a diffondersi nel mio organismo. Al derby soffro, sudo, cerco di distrarmi, urlo, mi incazzo, cerco nuovamente di distrarmi, tremo. Tremo per l’ansia e l’adrenalina che mischiate insieme sono una droga che odio ma di cui sono dipendente. E lo sento, tutte le volte, che il ceppo ha avuto origine quella mattina. Ripenso alla sofferenza senza Sky a casa dei miei nonni nel derby del siluro di Ledesma. Quando 7 GOLD e le commedie di Crudeli non erano ancora virali e io benedicevo e maledicevo quell’unico mezzo in grado di darmi notizie in tempo reale sulla partita. Che tempi, morire dentro così per un 3-0. Poi ripenso al derby di Behrami, quel gol pazzesco e l’abbraccio con mio padre urlando e saltando sullo stesso divano su cui tre anni prima dormivo beato, ignaro di quanto fosse potente questa partita. Il 4-2 di Zarate, il 26 maggio, Milinkovic e Immobile che ci mandano in finale. Le sconfitte. Le tante sconfitte, siamo onesti. Perché fanno male, ma non contano e anzi, è proprio da una sconfitta che è nato il mio derby della vita.

Il mio derby della vita

Quello del 13 marzo 2011 è stato il mio primo Lazio-Roma allo stadio. Per la precisione un Roma-Lazio a dire il vero, e non è dettaglio da poco. Vedere l’Olimpico, lo stadio che ho sempre considerato casa mia, colorato di giallorosso mi provocava un fastidio da orticaria. Irritante è la parola giusta, in effetti. Così come l’inno e una delle più brutte partite di sempre, il cui punto più alto sono quei piedi levati alla criminalità organizzata di Matuzalem che pestano la faccia di Totti.

Perdiamo 2-0 e la Roma fa “manita”, ergo sono cinque derby di fila che bestemmio. E non ci sto. Stavamo ancora percorrendo le scalinate della Nord che dico a mio padre – fedele compagno di (s)ventura – “Io e te siamo qui anche al prossimo”. Lui mi guarda con gli occhi di fuoco e il naso fumante, e non mi risponde. Fa un cenno con la testa con il quale credo mi avesse mandato a fanculo, ma non ne sono sicuro. Fatto sta che noi il 16 ottobre 2011 stavamo là, in Curva Nord.

Del poco prima, del poco dopo, ricordo niente o quasi. Persino del resto della partita, senza Youtube, avrei faticato a farmi venire in mente altro oltre ai due gol e a Brocchi, geniale nel prendersi il miglior rigore possibile da sbattere in faccia a chi di trucchetti ci è sempre campato. Tutto è sovrastato da quel boato che ho ancora nella testa. È troppo grande, troppo forte, troppo bello. È troppo. E il mio cervello ha deciso di annacquare il resto per dargli risalto. So solo che anche dopo lo svantaggio (“Vi ho purgato anch’io” di Osvaldo, già) ero tranquillo, sicuro di vincere, e che gli stessi piedi che 7 mesi prima avevano sfregiato il Pupone questa volta accarezzavano come una fanciulla quel cioccolatino confezionato a Klose. Poi…BOOM.

Mentre mio padre si faceva 20 file di Curva volando insieme alle 10.000 persone che ci sono cascate addosso, gridando “gooooooooooo” e probabilmente sognando di morire in quell’esatto momento, io vivevo quella che ancora oggi è l’emozione (positiva) più forte che io abbia mai provato allo stadio. Un brivido lungo quasi 8 anni e che mi ripercorre la schiena al sol pensiero, travolgendomi quando decido – ogni tanto e spesso a ridosso del derby – di riaprire quel video. Quindi tutte le volte è la stessa storia. Non appena è vigilia di derby la mia mente viaggia indietro nel tempo, rivivo vittorie e sconfitte, goduria e paura. Ogni frammento di casa mia lo associo a un Lazio-Roma ben preciso, ricollego momenti della mia vita a suon di derby che mi aiutano ad avere una visione più lucida del mio passato. Perché, nel bene e nel male, in quei 90 minuti vivo emozioni talmente forti e continue da fissarle inevitabilmente nella memoria. Viaggio, percorro tutte le tappe e infine ritorno a quel 7 gennaio 2005, quando tutto ebbe inizio: “Quanto è finita papà?”.

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