12 ottobre 1998. La frizzante aria delle 6.00 accoglieva l’alba di un nuovo giorno nel distretto di Leiria. Sulle sponde del fiume Teverao pennuti dal collo lungo beccavano briciole sparse tra le pietre depositate lì da secoli.
Ad un tratto un gemito lontano squarciò quel silenzio velato. Forse un altro animale? O forse un sogno? I pennuti si sollevarono in volo per qualche centinaio di metri, attratti da quel lamento che si faceva sempre più vivo col passare dei secondi. Poi planarono, dolcemente, su un grosso cesto in vimini adagiato nei pressi di un piccolo ponte di legno.
Non era un gemito qualsiasi, no. Era il pianto di un bambino.
19 anni prima
La partita era accesissima. Bella, dura, in perfetto equilibrio. Sugli spalti un tifo infernale scandiva i ritmi di gara nel confronto eterno tra due storiche e agguerrite rivali. In campo, invece, lo spazio per la tecnica si assottigliava sempre di più, mangiato a poco a poco da scivolate disordinate ed entrate brutali. Il direttore di gara – il signor Lorik III de Mauricios – aveva fin lì inspiegabilmente tirato fuori un solo giallo, per proteste.
Con il punteggio inchiodato sullo 0-0, al minuto 71 i padroni di casa decidevano di effettuare l’ultimo cambio. I tifosi si guardarono quasi interdetti quando si accorsero che il ragazzino dalla carnagione olivastra, i capelli scuri e il fisico asciutto e slanciato non si era praticamente mai visto prima. E nemmeno sentito: solo qualche fortunato trasteverinho tra i banchi di scuola aveva avuto modo di ascoltare delle voci incontrollate su una leggenda. Allora era forse vera la storia del “bimbo cresciuto in mezzo ai pennuti”? Era proprio quello il mitico, favoloso Bruno Jordano?
Il giovane subentrato indossava la maglia #66 in onore dei Beatles, il suo gruppo musicale preferito che proprio nel 1966 aveva dominato le classifiche di mezzo mondo. Bruno era giovane e sconosciuto, è vero, ma si muoveva in campo con classe lampante ed esperienza navigata. Come se conoscesse già tutto, come se quella partita l’avesse già giocata. Non si capiva nemmeno tanto bene in che ruolo giocasse, una posizione ibrida tra centrocampo e attacco con qualche sporadica apparizione sulla fascia sinistra.
E proprio da lì, a pochi passi dalla linea di fondo e a pochi giri di orologio dalla fine, accadde l’impensabile. Una specie di miracolo. La naturalezza dell’azione lasciò tutti senza fiato, sembrava a tutti di stare in un meraviglioso déjà-vu.
Bruno e i suoi amici
Oggi Bruno Jordano si diverte a commentare le partite della Liga NOS(tra). Ha sempre mantenuto un basso profilo, anche dopo aver vinto tutto in carriera. Anche dopo aver deciso una finale di Europa League con una doppietta. Quel legame con il mistero delle sue origini deve ancora essere sciolto del tutto.
Come da sciogliere è anche la matassa del suo discusso rapporto con Jorge Magno, da alcuni additato addirittura come padre adottivo di Bruno. Su Jorge continuano ancora oggi a circolare voci incontrollate. C’è chi dice che possa viaggiare nel tempo e garantirsi così la procura di tutti i calciatori migliori del pianeta, passati e futuri. C’è poi chi sostiene che abbia scoperto l’elisir di lunga vita, probabilmente dopo aver sconfitto Mino Maior (il suo più acerrimo rivale) nella battaglia più appassionante che la storia ricordi dai tempi dello sbarco in Romania. Quella per assicurarsi la procura di Bruno Jordano, ovviamente.
Ma se si parla di misteri non si può non ricordare la storia del più grande amico di Bruno, nonché fantastica spalla di gioco: Pedro Oten. A un certo punto i due insieme – ribattezzati dalla stampa europea I Gemelli Diversi del gol – sembravano davvero in grado di sconfiggere ogni avversario e trafiggere ogni portiere.
Bruno e i suoi amici in una rara immagine sul litorale romano. Bruno è il più bello di tutti, in mezzo col pallone sotto il braccio. Non vi affannate per trovare Pedro Oten perché qui non c’era. Pedro Oten non esisteva.
Fino a quando scoppiò lo scandalo. Pedro Oten non era altro che uno pseudonimo. L’intera sua carriera una copertura per agevolare un’altissima opera di ingegneria spionistica al servizio del regime nord-coreano. Oggi Pedro (nessuno sa il suo vero nome, ma tutti lo chiamano ancora così) è caduto in disgrazia dopo aver sperperato tutti i suoi averi tra i lussuosi vizi di Los Formellos.
E qualcuno giura di averlo visto piangere, una sera di inverno sul ponte Lungo del Teverao, ricordando i tempi in cui in giro si diceva che fosse lui il vero fenomeno, ancora più forte di Bruno Jordano.
P.S. Ogni riferimento a fatti o persone è puramente frutto della libera immaginazione di un autore che fatica ad accettare la crudeltà della pausa per le Nazionali. Nessuno all’interno della redazione di Laziocrazia vuole sostenere che Bruno Jordao e Bruno Giordano siano la stessa persona. Ma ancora nessuno di noi li ha visti insieme nello stesso posto.
