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Il calcio dei giganti

Cos’è un Unicorno

Una creatura leggendaria con il corpo da cavallo e un corno in testa, dotato di poteri magici e di una carica simbolica senza tempo. Un animale speciale quindi, che si muove leggiadro e potente in mezzo a qualsiasi avversità e che sa dominare gli elementi naturali. Versatile, imponente, bello. L’Unicorno non esiste. L’Unicorno è tutto ciò che la nostra mente non riesce a razionalizzare dentro schemi predefiniti e logiche di campo. Qualcosa di diverso, qualcosa di insolito. La variabile che ti costringe a ripensare un sistema intero.

Per esempio ti costringe a riflettere sulla direzione che sta prendendo il calcio oggi. Uno sport dove vediamo farsi sempre più spazio (letteralmente) giocatori dalle doti fisiche e tecniche fuori scala e – per questo – estremamente riconoscibili. Li vedi muoversi sul rettangolo di gioco con passi lunghi e felpati, portano quei corpi grossi da una trequarti all’altra alla ricerca del perfetto equilibrio tra atletismo e tecnica. Un tempo, calciatori con caratteristiche fisiche così marcate venivano confinati in pochi metri quadrati all’interno dell’area di rigore, per respingere gli attacchi avversari o per sfondare le difese nemiche. Quello era il tempo degli arieti e dei marcatori puri, alfieri poco gentili di un calcio bidimensionale. Oggi è diverso, oggi che l’eleganza non è più prerogativa esclusiva degli agili e degli estrosi, sono loro – i giganti del calcio – a dettare i tempi del cambiamento.

Che taglia porti? Due modelli a confronto

L’importanza di essere grandi, grossi e bravi con i piedi in un calcio contemporaneo sempre più dinamico, atletico e competitivo è di non facile misurazione. Non esistono vere e proprie scuole di pensiero in merito all’argomento, ma ci sono esempi pratici di grandi squadre costruite con il centimetro a portata di mano e altre che invece sembrano quasi guardare con supponenza alla tendenza a estremizzare la componente fisica della rosa.

Prendete l’Inter pigliatutto del 2010 o il nuovo Manchester United targato Mourinho (tanto per fare un esempio più recente): tanta forza fisica in tutte le zone del campo, un’impostazione di gioco reattiva e una chiara superiorità atletica sull’avversario di turno, spesso e volentieri vinto più grazie a giocate risolutive affidate a determinate fonti di talento piuttosto che a trame offensive ben definite. E il divertimento? Quanto spazio è lasciato al divertimento in strutture così imponenti e dominanti?

 

Sul versante opposto del fiume troviamo invece modelli come il Barcellona di Guardiola e il Napoli di Sarri: orchestre sinfoniche di meravigliosi “piccoletti”, filosofia di gioco propositiva fondata sulla gestione del possesso, con il dominio dello spazio e (in esso) del pallone a rappresentare l’unica e fondamentale bussola per arrivare alla vittoria. In particolare i blaugrana di fine decennio scorso hanno segnato un’epoca, incarnando una rivoluzione del gioco forse paragonabile a quella del calcio totale olandese di 40 anni fa. Una rivoluzione che porta con sé il fascino dello spettacolo e il rischio del superfluo.

E in mezzo cosa abbiamo? Squadre ibride, non integraliste, che fondano la loro forza sulla sapiente miscela tra solidità, compattezza e imprevedibilità. La Juve di Allegri per esempio, ma anche la Lazio di Inzaghi. Sanno adattarsi pragmaticamente al contesto, distribuiscono i centimetri in zone del campo strategiche dove è più importante avere un vantaggio fisico sugli avversari. Fanno uso della stazza a disposizione per avere un’alternativa comoda pronta all’uso, un’ancora di certezza cui aggrapparsi in particolari fasi della partita.

L’evoluzione del centrocampista dominante

Si può tracciare una sorta di linea evolutiva simile a quella dell’uomo preistorico anche per il calciatore moderno. In particolare a centrocampo si è assistito negli ultimi anni a un esponenziale incremento di “presenze ingombranti”, che sanno trattare delicatamente il pallone e bruscamente gli avversari (i più bravi anche contemporaneamente nella stessa azione).

Uno dei primi rari esemplari di questa specie risponde al nome di Patrick Vieira: incompreso nella prima breve esperienza italiana con il Milan (andrà decisamente meglio anni dopo con Juve e Inter), splendido interprete e leader indiscusso del grande Arsenal di Wenger. Ecco, Vieira era un vero principe del centrocampo, capace di gestire con eleganza impareggiabile 193 centimetri di muscoli e classe.

🔴 Captain Fantastique . . . #Vieira #Arsenal #TBT

Un post condiviso da Arsenal Official (@arsenal) in data:

Un po’ come fanno oggi sui campi della Premier League Nemanja Matic (1,94 m), fedelissimo scudiero di quel Mourinho che tanto chiede al cervello e al fisico dei suoi giocatori (vedi sopra), e il suo compagno di squadra Paul Pogba. Il neo campione del mondo è un autentico fuoriclasse, la sintesi più avanzata delle qualità che si richiedono nel 2018 al calciatore moderno. Perché è praticamente insuperabile nei duelli corpo a corpo, perché è maledettamente bravo con i piedi, perché sa fare gol in tutti modi e sfornare assist da ogni posizione. Il tutto dall’alto dei suoi 191 cm e senza un ruolo predefinito.

 

Tra gli altri giganti gentili che stanno facendo bene in Europa in questi anni possiamo poi citare il nuovo acquisto della Roma Nzonzi, oltre ai due giovani gioielli della scuola tedesca – Leon Goretzka e Kai Havertz – i quali si distinguono anche per dinamismo e intelligenza senza palla.

Tracce di Unicorno

E infine c’è lui. Colui il quale ci sta facendo vedere da vicino l’effetto che fa l’unione tra potenza e controllo. Due concetti semplici, due tracce significative dello strapotere che sa sprigionare il nostro Unicorno.

Lo abbiamo prima atteso, poi imparato a conoscere, ecco che ce ne siamo innamorati, per arrivare a idolatrarlo e a legare il destino tecnico della nostra Lazio alla sua permanenza. È partito in sordina in questa stagione, forse distratto dalle numerose voci di mercato che lo hanno accompagnato per tutta l’estate, forse ancora in ritardo di condizione per via del mondiale disputato in Russia. Ma non c’è tanto da preoccuparsi per il suo rendimento. Perché al di là dell’affetto che si può provare a prescindere per un giocatore che veste la maglia della Lazio, con Milinkovic-Savic non può essere affatto una questione di tifo e partigianeria. Perché Milinkovic-Savic è oggettivamente un grande giocatore, un classe ’95 che sta studiando da campione, portando nel frattempo sulle sue grosse spalle gran parte di un onorevole peso: quello di far approdare il calcio, definitivamente, nel futuro.

 

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