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I signori del centrocampo laziale: Ledesma, Biglia e Leiva

Vite da mediano

Organizzare il gioco. Esiste forse un compito più difficile e autorevole di questo in un campo da calcio? Essere il regista di una squadra significa accollarsi delle responsabilità ben precise. Significa fondamentalmente agire in funzione degli altri. Se tu chiedi a un bambino di 7 anni di immedesimarsi in un centrocampista centrale, quello probabilmente ti fa una smorfia e scappa in avanti per fare gol. Ma tu chiedilo a un allenatore, quanto è importante avere un uomo di fiducia che sappia organizzare il gioco.

Perché in fondo il mediano (inteso come colui che sta nel mezzo) è il vero messaggero dell’allenatore. Uno che deve attuare le direttive, dando vita ai cosiddetti principi di gioco. In fondo il mediano altro non fa che gestire in campo le risorse a disposizione, mettendo ordine e creando movimento. Ognuno lo fa a modo suo, certo. Ma lo stile di un calciatore non muta la sostanza che sta alla base del ruolo. Nella Lazio, per esempio, negli ultimi 15 anni si sono succeduti 3 interpreti diversi del ruolo di regista di centrocampo, ognuno dei quali ha saputo lasciare il segno e rappresentare un punto di riferimento. Stiamo parlando ovviamente di Cristian Ledesma, Lucas Biglia e Lucas Leiva.

Le sfumature non sono mai soltanto sfumature nel gioco del calcio. La questione delle differenze tra gli ultimi tre registi della Lazio è anche una questione di diverse impostazioni strutturali date alla squadra da allenatori diversi (e di diversi compagni con cui interagire). Alcune di queste differenze sono quindi meno sfumate delle altre e servono in fin dei conti a tracciare il profilo tecnico del calciatori, fungendo da comode pietre di paragone con gli altri. Si prenda per esempio il gioco verticale di Ledesma, pronto quasi automaticamente ad alzare la testa e mandare in profondità Rocchi appena entrato in possesso del pallone. E lo si contrapponga al gioco più corto e orizzontale di Biglia, più propenso a costruire triangoli che a tracciare filtranti. O si veda ancora il modo di difendere: in posizione bassa come Ledesma, spesso e volentieri centrale di difesa aggiunto in una squadra abbastanza conservatrice; tendenzialmente in avanti, a cercare anche il recupero immediato del pallone come Leiva; o infine andando a occupare le linee di passaggio degli avversari per intercettarne le traiettorie come Biglia. Insomma, lo stile diverso può arrivare a caratterizzare un playmaker maggiormente geometrico e lineare o uno dal gioco più aggressivo e variegato. Fermo restando il dato di fondo: la posizione di partenza è la stessa, le responsabilità pure.

Ledesma, laziale honoris causa

Cristian Daniel Ledesma arrivò alla Lazio nell’estate del 2006 per raccogliere l’eredità di Fabio Liverani. Scelto da Delio Rossi per dare ordine e sostanza al nuovo centrocampo laziale, l’argentino ci mise qualche mese per ambientarsi in una realtà ben più importante di quella leccese dalla quale proveniva. Fu il derby del 10 dicembre 2006 a segnare la svolta della sua esperienza romana: con un missile mancino dai 20 metri scagliato sotto l’incrocio dei pali Ledesma aprì le danze di una partita memorabile stravinta dalla Lazio per 3-0.

Da quel momento in poi il numero 24 alzò decisamente il livello delle sue prestazioni e cominciò a diventare leader silenzioso della squadra. Negli anni successivi Ledesma si è rivelato un elemento imprescindibile per lo scacchiere biancoceleste, perché il suo modo di interpretare il delicato ruolo di fulcro della manovra andava bene in una Lazio che – soprattutto con Edi Reja, primo fautore del suo reintegro in rosa ai tempi della querelle contrattuale – badava più alla sostanza che alla forma. Una sostanza inossidabile peraltro: in 9 anni alla Lazio poche assenze per infortunio, a fronte di un’invidiabile continuità di solidità nelle prestazioni (259 presenze e 12 gol in campionato). Non ha mai rubato l’occhio Ledesma, anzi spesso era oggetto di critiche per l’aspetto esteticamente poco appagante del suo gioco. Ma forse è stato l’uomo giusto al momento giusto. Un calciatore concreto raramente sotto la sufficienza, nonché una persona concreta eletta a leader silenzioso dai suoi stessi compagni.

Biglia, geometria di cristallo

Finito il tempo di Ledesma (e il Reja bis in panchina), il centrocampo laziale è passato nelle mani di Lucas Biglia. Anche qui, difficoltà evidenti durante il primo anno per poi arrivare a prendersi tante soddisfazioni e meritati riconoscimenti. A differenza del suo predecessore, Biglia era più pulito e preciso nelle giocate e maggiormente adatto al tipo di gioco proattivo che professava Pioli. Il nazionale argentino rappresentava la fonte primaria dello sviluppo di ogni azione, riuscendo a muoversi per il campo sia per andarsi a prendere il pallone (spesso abbassandosi in mezzo ai difensori nella classica salida lavolpiana) sia per associarsi nel gioco corto ai compagni più tecnici. Per sviluppare questo modo di giocare Biglia aveva bisogno di tutta la sua intelligenza, maturata anche nel corso delle sue esperienze internazionali. La dote principale dell’attuale milanista risiede forse nella sua spiccata capacità di posizionamento sia in fase di non possesso (occupazione delle linee di passaggio più pericolose) che in fase di possesso (supporto e sostegno delle azioni di avvicinamento alla porta avversaria).

I limiti di Biglia erano gli stessi che stanno frenando la sua avventura rossonera. Limiti fisici, in primis, che espongono l’argentino a continui stop per infortunio. Ma anche limiti caratteriali, derivanti da una personalità a volte troppo delicata che fa emergere un’emotività non indifferente (più di una volta alla Lazio lo abbiamo visto, ad esempio, scoppiare in lacrime per un risultato negativo). Forse allora è il caso di chiedersi se Lucas Biglia faccia parte di quei calciatori che per rendere al meglio hanno bisogno di un contesto circostante che funzioni bene, cioè quello che non sta succedendo né al suo club attuale né in Nazionale.

Leiva, The Evolution

Chi sicuramente non fa parte di quella categoria di calciatori è invece Lucas Leiva Pezzini. Dopo due argentini, il cuore del centrocampo laziale si è tinto interamente di verde e oro. Impressionante la velocità di adattamento dell’ex giocatore del Liverpool nei meccanismi di gioco di Inzaghi in primis, ma anche nello spogliatoio e nell’ambiente tutto. Leiva sembra un veterano di questa Lazio, per il modo di giocare e per il modo di trascinare i suoi compagni verso gli obiettivi comuni.

 

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Chi pensava di trovarsi di fronte a un mediano tutto grinta e muscoli si è dovuto ricredere in fretta, perché Lucas Leiva è questo e molto altro. Il profilo tecnico è di quelli importanti: le qualità palla al piede del brasiliano sono evidenti, così come innegabili sono le sue doti di creatività e versatilità. Il numero 6 è il vero faro di questa Lazio, un regista capace di alternare efficacemente diversi registri di gioco non si vedeva da tempo dalle parti di Formello. Leiva sa distribuire il possesso alimentando continuamente la manovra, sa lanciare lungo e cambiare improvvisamente fronte d’attacco, sa riaggredire il portatore avversario immediatamente dopo la perdita della palla. Durante la scorsa annata ha mostrato inoltre di sapere anche come andare in gol in prima persona.

Da un punto di vista caratteriale poi, il brasiliano è un leader nato che grazie al suo carisma e alle esperienze maturate in scenari internazionali rappresenta un punto di riferimento fondamentale per tutta la squadra. La sua mentalità vincente, d’altronde, si è vista sin dal suo esordio con la maglia della Lazio nella magica notte di Supercoppa contro la Juventus. Insomma, Leiva è un giocatore che fa sentire il suo peso sui destini della Lazio. Per quest’anno la società ha deciso di affiancargli una valida alternativa, per farlo rifiatare in determinate occasioni (ma anche per giocarci assieme in altre) e preservarlo in vista di una stagione lunga e impegnativa. Ma sappiamo già che Simone Inzaghi difficilmente farà a meno dell’intraprendenza di Lucas Leiva. Quella stessa intraprendenza che in campo gli consente di gestire con cura e personalità ogni pallone che gli transita davanti e allo stesso tempo di trovare tempo e spazio per proporsi in avanti. E che fuori dal campo, invece, lo fa emergere come elemento chiave dello spogliatoio, ben voluto da compagni, staff tecnico e tifosi.

Diversi ma non troppo

Da Ledesma a Leiva, passando per Biglia. I signori del centrocampo laziale dell’ultimo decennio hanno saputo lasciare il segno e si sono distinti per le loro qualità e il loro carattere. Simili per cultura calcistica di formazione (in questo senso Ledesma era il più italiano dei 3, e si vedeva); simili per abnegazione e attaccamento alla maglia; simili anche nella loro leadership non appariscente ma preziosa. E però diversi per tante altre cose, a partire dall’interpretazione complessiva di un ruolo tanto affascinante quanto difficile.

Loro hanno fatto il loro gioco. E tu chi preferisci?

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