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Homecoming Felipe

In una mattina d’estate, con il sole che cominciava a splendere, ma anche a pungere, mi sono svegliato con una canzone in testa. Gli artisti sono i Green Day, il gruppo musicale punk-rock che, per chi come me è nato nei primi anni Novanta, ha accompagnato gran parte della nostra adolescenza e post-adolescenza.

Quella canzone iniziava così: “My heart is beating from me, I am standing all alone, please call me only if you are coming home, waste another year flies by, waste a night or two, You taught me how to live”.

In sostanza, tradotto vuole dire: “Il mio cuore batte dentro di me, sono qui tutto solo, per favore chiamami solo se stai tornando a casa. Sprechi tempo e così vola un altro anno, sprechi una notte o due. Tu mi hai insegnato come vivere”.

E già qui, senza motivo mi viene in mente Felipe Anderson, Felipetto, quello della mia età, il calciatore che se non avesse i milioni sarebbe stato sicuramente mio amico. Perché Felipe è tante cose, ma per prima cosa è un ragazzo semplice. Timido, tanto che i più critici lo definiscono senza carattere. A lui non interessa avere creste o capelli colorati, anzi, a lui sta bene anche un’acconciatura stile anni ’80. Perché per lui parlano i piedi. E in fondo io ti sto ancora aspettando. Sto aspettando che ti scrolli di dosso quella paura, quella pressione che a volte ti senti addosso. Sto aspettando che finalmente torni a casa per far vedere a tutto il mondo che quel calciatore ammirato in quei sei mesi della seconda stagione 2014/2015 (il migliore, per distacco, della Serie A) non era una meteora evanescente.

E poi la canzone continua: “In the streets of shame, where you’ve lost your dreams, in the rain  There’s no signs of hope, the stems and seeds of the last of the dope, there’s a glow of light, the St. Jimmy is the spark in the night, bearing gifts and trust, the fixture in the city of lust”.

Nelle strade della vergogna, dove hai perso i tuoi sogni, nella pioggia dove non c’è più speranza, ma solo le rimanenze della droga, c’è un bagliore di luce. San Jimmy (San Felipe) è il bagliore nella notte che porta regali e fiducia, il dispositivo nella città della lussuria. Perché diciamocela tutta, Felipe Anderson è stato, insieme a Zarate, il calciatore che ha portato la luce della speranza qui a Roma. Quello grazie al quale i bambini diventavano laziali, il mattatore dello stadio, poesia calcistica allo stato puro. Durante anni bui, dove non è stato pensabile che il tifoso laziale potesse chiedere il colpo di mercato ad effetto che avrebbe infiammato la piazza, Felipe Anderson ha rappresentato l’eccezione. E quanto ci siamo “vergognati” di giocare con Sculli, Del Nero, Eliseu, Foggia, Saha, Helder Postiga, Cissè? Ecco, poi, nelle strade della vergogna, è arrivato Felipe Anderson.

E sempre ripercorrendo le fasi della carriera di Felipe, la canzone prosegue:

“In the crowd of pain. St. Jimmy comes without any shame, He says we’re fucked up, but we’re not the same, and mom and dad are the ones you can blame.
Jimmy died today. He blew his brains out into the bay. In the state of mind it’s my own private suicide”.

Nella folle del dolore St. Jimmy (San Felipe) arriva senza vergogna, dice “siamo tutti fottuti”, ma non siamo gli stessi. E mamma e papà sono gli unici a cui dare la colpa. Jimmy (Felipe) è morto oggi. Si è fatto saltare il cervello nella baia. Nello stato mentale del mio stesso suicidio.

Perché Felipe Anderson alla Lazio è una storia finita, morta. E qual è stato il nostro suicidio mentale? Quella maledetta settimana post Lazio-Genoa. Dove al netto di una prestazione indecente della squadra biancoceleste, il capro espiatorio era diventato solo Felipe Anderson. E in quel momento, ne sono certo, qualcosa si è spezzato. Forse per sempre.

La cosa più triste di tutta la storia, infatti, la spiega ancora una volta perfettamente la canzone dei Green Day:

“Well nobody cares
Does anyone care if nobody cares?
Well nobody cares
Well nobody cares
Does anyone care if nobody cares?”

A nessuno gliene frega niente. A qualcuno gliene frega visto che a nessuno gliene frega niente? No, a nessuno. Se Felipe andrà via dalla Lazio, a nessuno frega niente. In verità a me fregherebbe, eccome se fregherebbe. E non ne faccio neanche un problema economico, non mi interessano i 40 o 50 milioni che porterà alle casse della Lazio Felipe. Al contrario, sono preoccupato per lui. Ho paura che non si adatti alla Premier, che faccia una carriera anonima, al netto di un talento puro e cristallino.

“I fell asleep while watching spike TV
After 10 cups of coffee
And you’re still not here
Dreaming of a song
But something went wrong
And I can’t tell anyone
‘Cause no one’s here
Left me here alone”

Mi sono addormentato dopo dieci tazze di caffè, e ancora non sei qui. Stavo sognando una canzone, ma qualcosa è andato storto e non puoi dirlo a nessuno, perché nessuno è qui. Mi hai lasciato qui da solo…

Mi hai lasciato, ci hai lasciati qui da soli Felipe. E non possiamo dire a nessuno quanto ci mancherai, perché “si deve tifare la squadra e non il singolo”, oppure perché “io sono sopravvissuto alla cessione di Nesta, chi è Anderson?”

E quindi noi resteremo qui, a pensarti ed a volerti bene. Perché ci hai fatto sognare, strappare i capelli per le tue giocate, esultare, disperare. In una sola parola ci hai fatto vivere il calcio. E questo è un dato di fatto.

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