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Ho scritto 11 sulla maglia: Beppe Signori

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Introduzione: Le radici di un mito

(Accompagna la lettura con: High & Dry, Radiohead, febbraio 1995)

Il suono della campanella mette fine al forzato silenzio della classe. Un fremito di energia, leggera e contagiosa, comincia a risalire lungo i piccoli corpi sotto i grembiuli. È giovedì, il giorno del campetto. L’estate è passata da un pezzo, eppure fuori c’è un sole grosso e sorridente. Ma forse è solo l’anima dei bambini che sorride spesso. Forse è solo l’inganno della felicità eterna.

Nel rigoglioso verde sintetico del campetto si esaltano i facili colori delle maglie dei calciatori, sempre troppo larghe sulle strette spalle di ometti indemoniati. L’armatura che il bambino indossa per diventare come il suo eroe, da mettere in bella mostra davanti ai compagni. Per rivendicare l’appartenenza a un mito, prima e più che a una squadra. C’è tanto bianconero con dietro DEL PIERO 10, macchie sparse di nerazzurro, c’è del rosso, ci sono colori esotici e nomi stranieri stampati dietro. C’è perfino un bianco con un bel giglio in evidenza, alcuni ragazzini gli ronzano attorno e si abbandonano a una sottile voce di stupore quando leggono BATISTUTA.

Il suono della sirena mette fine alla partita. L’energia dell’inizio comincia a volgersi in stanchezza e anche il sole è ormai scomparso dietro le colline. I bambini tornano a casa, ci sono i compiti da fare per l’indomani. Uno di loro ha più fretta degli altri. Apre la porta della sua stanza, si mette a cercare qualcosa in un grosso scatolone di cartone, mentre fuori ormai è buio. Finalmente la trova: estrae una maglia celeste lunga, davvero troppo per essere indossata dignitosamente. Davanti il nome freddo di un istituto bancario romano, qualcosa di totalmente estraneo al suo mondo.

Adesso il bimbo sorride e ha in mano un grosso pennarello nero. Volta la maglia distendendola per bene sopra il letto e piazza un 11 sproporzionato.

È ancora più bella adesso. Sembra tutto più bello adesso. Ma forse è solo l’inganno di un momento.

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Atto I: C’era una volta un Re

C’è stato un tempo in cui Beppe Signori era l’idolo di tutti i laziali. Un tempo in cui un popolo si identificava in un solo incontrastato nome. Quel tempo che la gente laziale viveva con l’orgoglio di sempre, con quella lucida follia che esaspera ogni cosa tipica di chi sa amare, con i piedi in un presente ricco e la mente già in un futuro più ambizioso.

Mentre il calcio negli anni novanta si trasformava in qualcosa di diverso e anche la Lazio si stava trasformando, in campo correva veloce come il vento un attaccante biondo che faceva esplodere la rete col suo sinistro. “E segna sempre lui…”, gli cantava la Curva Nord, quella stessa curva che dopo centinaia di gol, anni di partecipata militanza e amore corrisposto, lo ha perfino eletto Re.

Era una vera furia Beppe Signori. Implacabile, rapido, spietato, potente, elegante. Aveva una classe rabbiosa quel ragazzo brevilineo prelevato dal Foggia. Percorreva il terreno di gioco come a volerlo mangiare, poi uno spiraglio di luce e bum. Gol. Signori era la carica elettrica che trovava sfogo in un terrificante mancino sul palo opposto. La sua grinta rendeva dolce l’impatto con la rete di un pallone scagliato con umile violenza e chirurgica precisione, dolce e scontato come quello di una piuma che si appoggia volteggiando sull’erba.

Una Lazio che studiava da grande poteva vantare uno dei più grandi attaccanti che questo Paese abbia mai conosciuto. Un trascinatore vero, uno di quelli che parlava con i fatti senza troppi complimenti. Faceva gol ogni maledetta domenica, Beppe Signori. Faceva gol e poi correva ad esultare con l’entusiasmo della prima volta, ogni volta, a manifestare una gioiosità tanto semplice quanto significativa nella sua autenticità.

I giovani che non hanno potuto vederlo all’opera se lo fanno raccontare dai padri e lo rivivono a modo loro con il filtro della modernità. Chi lo ha vissuto in prima persona, invece, lo rimpiange ancora oggi e gli si illuminano gli occhi quando esce fuori il suo nome. Perché Signori ha travolto anche loro. Perché Beppe Signori ha segnato talmente tanto da arrivare infine a segnare un’epoca.

Intermezzo: In piazza per amore

La piazza è un luogo sacro di civiltà. C’è una piazza per la rivoluzione, c’è una piazza per un discorso storico. C’è la piazza da immortalare in uno scatto simbolico da tramandare ai posteri, come a Tienanmen. E c’è quella che fonda un ideale che non morirà mai, come a Piazza della Libertà.

In via Novaro l’11 giugno del 1995, esattamente 22 anni fa, c’era la Piazza dell’amore arrabbiato, quasi disperato perché sul punto di essere tradito. Mille voci che gridano all’unisono la loro protesta, che non possono comprendere logiche mercantili a fronte di una passione così grande. Un fiume popolare che invade le vie di Roma, invade gli uffici della sede societaria, interrompe una trattativa che sembrava già andata in porto. E allora niente Parma, Beppe Signori deve rimanere alla Lazio, il Re non si esilia.

Il calcio non è una favola, ma quel giorno è già storia. Perché quel giorno il lieto fine lo scrisse la gente e il cielo della capitale tornò più azzurro di prima

 

Atto II: Ritrovarsi e poi lasciarsi per non lasciarsi mai

Strano il destino, a volte. Il percorso di quello che può essere considerato il giocatore laziale più forte e rappresentativo della prima metà degli anni ’90 che non riesce a intercettare la Lazio più forte di sempre in rampa di lancio. Il tramonto del singolo che lascia spazio all’alba di una nuova era di gloria collettiva.

Eppure dopo quel giorno di inizio estate del 1995 ci furono altre vittorie e altre piogge di reti e altre corse matte e bellissime e vere sotto la curva, a sbattere forte coi pugni quella vetrata che divide la folla dal proprio eroe. Insomma sembrava essere tutto pronto per il gran finale, suggellato finalmente da una coppa alzata al cielo con la fascia di capitano al braccio.

E invece arrivò Eriksson, e con lui dalla Samp un nuovo generale di campo. Carismatico, determinato, ingombrante. La stella di Beppe Signori, la più luminosa nel firmamento biancoceleste, comincia ad offuscarsi. Le incomprensioni e le panchine si accumulano fino a sancire l’addio, questa volta reale, questa volta definitivo.

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Quella tra Signori e la gente laziale è stata una storia d’amore intensa e tormentata. Un’esperienza bruciante che ha lasciato tanto per strada e che qualcuno prova a rivivere cercando punti di contatto con altri bomber venuti dopo, e che forse adesso ha trovato la sua massima espressione in un altro attaccante biondo.

Ma intanto, raccogliendo i cocci del passato, si rimanda indietro il nastro per scorrere le immagini di uno stadio pieno e ribollente di passione. Quella stessa passione che ti faceva trattenere il fiato quando il numero 11 si presentava sul dischetto e partiva senza rincorsa. Che inconsapevolmente ti faceva stringere forte il braccio del tuo amico sul seggiolino di fianco mentre il capitano si involava verso la porta. Che ti faceva sorridere quando intervenivano dalla radio perché: <<Attenzione dall’Olimpico, Signori porta in vantaggio la Lazio>>. Che ti faceva urlare come un pazzo quando nella nebbia di una notte emergeva solo una piccola e sgusciante sagoma tra le maglie giallorosse e il pallone si insaccava sotto la traversa. Che ti faceva scrivere un numero sulle spalle di una maglia bella, ma troppo lunga per essere indossata da un bambino.

 

Nicola Cicchelli

 

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