Search

Hernan Crespo nell’El Dorado

I centravanti che negli anni ’90 si contendevano lo scettro del migliore erano davvero tanti e uno diverso dall’altro. Quelli erano i tempi delle sette sorelle, cioè 7 squadre che alla vigilia di ogni campionato partivano più o meno con gli stessi favori del pronostico. Tra quelle sorelle la più giovane, la più piccola, la più spregiudicata era il Parma, capace di riuscire nell’impresa di salire in poco tempo dall’anonimato della Serie B ai fasti delle vittorie europee. Tra quei centravanti c’era invece Hernan Jorge Crespo, arrivato in Emilia dal River Plate all’età di 21 anni nell’agosto del 1996 per la modica cifra di 8 miliardi di lire. In Argentina El Valdanito – così soprannominato per una certa somiglianza con Jorge Valdano – aveva appena vinto da protagonista la Coppa Libertadores. In Italia troverà la consacrazione come uno dei più grandi della sua epoca (il suo score in Serie A recita 153 reti in 340 partite). A Parma troverà la sua seconda casa, diventando ben presto idolo della tifoseria gialloblù nonché uno dei migliori calciatori della storia del club (con 72 gol detiene saldamente il primato di marcature in campionato).

Il passaggio di Crespo alla Lazio è stato come quello di un temporale estivo: rumoroso, fragoroso, innocuo. Non si può dire che non abbia lasciato il segno, ma di certo non è stato il massimo. Perché quello tutti i tifosi laziali si aspettavano da un campione come lui in una squadra d’oro come quella. Il massimo possibile, che poi allora equivaleva a vincere tutto.

9 gennaio 2000, un giorno come gli altri: col senno del poi si può dire che questo segnato con la maglia del Parma sia il gol più importante segnato da Crespo per la Lazio?

MR. 110

Quanta parte di una legge di bilancio si può coprire con 110 miliardi (di lire)? Quanti provvedimenti si possono finanziare con tanti soldi? Qual era nell’estate del 2000 lo spread tra i titoli (in bacheca) della Lazio e i titoli (nei sogni) dei tifosi? Dove eravate voi il 31 luglio del 2000?
Io ero, boh, in giro da qualche parte a godere della mia squadra del cuore CAMPIONE D’ITALIA in un paese lucano di sette mila anime. Agli altri di Crespo alla Lazio fregava ben poco, anzi quasi guardavano con sprezzante sospetto alle vicende di questi estranei che si erano messi in testa di vincere tutto. Io ero invece, né più né meno, il ragazzetto più felice del mondo: <<Abbiamo preso Crespo! Abbiamo preso Crespo!>>.

110 miliardi di lire. L’acquisto più costoso della storia del calcio. La Lazio stava percorrendo come un treno merci la strada per arrivare alla costruzione del Dream Team. Sognavo ad occhi aperti, e vedevo i miei amici della Juve dell’Inter del Milan che mi temevano, e pensavo a quanto cavolo ero fortunato a tifare la Lazio proprio in quel periodo. Crespo alla Lazio fu l’apice della nostra forza bruta. Ma più di questo, Crespo alla Lazio fu l’illusione perfetta. Perché la forza bruta non ci è mai appartenuta. Questo però l’avrei capito soltanto dopo.

View this post on Instagram

@hernancrespo 🇦🇷⚪️🔵

A post shared by Nostalgia Lazio (@nostalgia_lazio) on

EL VALDANITO

Mi interrogo spesso sul valore assoluto dei grandi attaccanti della storia laziale. Le vecchie glorie come Piola, Chinaglia e Giordano sono inevitabilmente penalizzate dalla mia memoria. A partire da Signori per finire a Immobile, passando per Vieri e Klose: questi sono i nomi che scatenano le velleità classificatorie di chi ha vissuto gli anni ’90. Ovviamente ci sono i numeri a rappresentare un punto di riferimento importante per paragoni del genere. Oggi ci sarebbero anche le statistiche avanzate per tentare un giudizio ancor più variegato e approfondito. Poi però va a finire che si risolve tutto in una questione di gusti e di sensazioni. Ecco, la mia sensazione è che Hernan Crespo sia stato l’attaccante più completo della nostra storia. Ha giocato con la Lazio solo due stagioni, ha fatto tanti gol (soprattutto al primo anno), ha vinto quasi niente. Tanta è stata l’euforia per il suo arrivo trionfale dal Parma, quanta l’amarezza per la sua partenza precoce all’Inter. Eppure Crespo ci ha fatto vedere cose uniche su un campo da calcio. Aveva 25 anni, era nel fiore della sua carriera e sprizzava talento da tutti i pori.

View this post on Instagram

@hernancrespo 🇦🇷⚽️⚪️🔵

A post shared by Nostalgia Lazio (@nostalgia_lazio) on

Qui dà lezioni di classe al Santiago Bernabeu. Corre orizzontalmente sul filo del fuorigioco (quanti attaccanti oggi sono capaci di farlo in modo così preciso?), si porta avanti il pallone con la coscia eseguendo un primo controllo orientato verso la porta che è già un pezzo di arte, poi – una volta in area – fa una leggera finta di tiro eludendo così l‘irruente intervento del difensore madridista. A questo punto l’opera è ormai fatta, manca solo la firma d’autore. E Crespo la mette beffando Casillas in uscita con un esterno destro di naturalezza disarmante. Tre tocchi in totale. Lazio in vantaggio contro il Real Madrid in una notte invernale di Champions. Hernan esulta facendo un salto imperioso ed elegante. In questo preciso istante ricordo di essermi sentito immortale.

Oltre all’eleganza innata, poi, Crespo era uno che lavorava molto bene per la squadra. Sapeva interpretare al meglio quel ruolo di raccordo tra centrocampo e attacco e – se oggi è prerogativa di molti grandi del ruolo – a quei tempi era qualità più rara. Questo grazie alla sua tecnica sopraffina, alle sue doti atletiche e alla sua intelligenza calcistica. Davanti alla porta, poi, queste abilità sembravano fondersi per espansione. Vedere Crespo muoversi in area di rigore era un po’ come vedere il supereroe preferito prendere vita nella tua stanzetta.

Qui invece ci fa vedere come si segna in 2 secondi anche se completamente girato spalle alla porta e con un ruvido difensore italiano attaccato alle calcagna. In questo gol apparentemente minimale c’è in realtà tutto. Il senso della posizione di un Klose, il fiuto del gol di un Salas, la forza di un Vieri, la rapidità letale di un Signori. Un 9 vestito da 10, appunto. Dopo questo gol guardai mio padre e lui guardò me, senza scambiarci nemmeno una parola.

Il Crespo edizione 2001/02 è una versione meno brillante e più appesantita della prima. Fa meno gol (13 in campionato, la metà dell’anno prima), è spesso infortunato, forse è anche un po’ distratto dai Mondiali che verranno (anche quelli un flop pazzesco). In generale, quella fu una stagione disgraziata per una squadra ancora di altissimo livello che si avviava tristemente verso il suo precoce tramonto. Hernan Crespo era il simbolo di quella malinconica impotenza: un campione inespresso, un saprei ma non voglio. Capace del nulla, capace di tutto, capace di questo:

Livello di difficoltà: playstation. Aggettivi associabili: assurdo, potente, magnifico, incredibile, WTF. Nota a margine: ha tirato talmente forte da perdere l’equilibrio subito dopo. Perché non riuscirai mai a riprodurlo al calcetto con gli amici: 1. perché Simone Inzaghi non è uno dei tuoi amici; 2. perché se provi a coordinarti così o sei Ibrahimovic e allora scusa o sei un lottatore di MMA e allora scusa lo stesso (ma forse hai sbagliato sport). Mio stato emotivo dopo il gol: ma perché non abbiamo mai vinto la Champions League?

L’UOMO GIUSTO NEL MOMENTO SBAGLIATO

Era davvero l’El Dorado quella Lazio di inizio millennio. Perché troppo bella per (r)esistere a lungo. Il palmarès di Crespo a Roma è formato da una classifica marcatori vinta in grande stile e da una Supercoppa Italiana vinta quasi per inerzia qualche mese dopo il Tricolore. Poi poco altro e tanti rimpianti, per quello che poteva essere e non è stato. Per un addio funesto e prematuro, anche quello sottodimensionato perché arrivato insieme a un altro addio molto più sentito e significativo.

E quindi sì, probabilmente Crespo è stato solo l’uomo giusto nel momento sbagliato. Però un velo di nostalgia pervade anche il suo ricordo. E allora ricordatevi di Hernan Crespo. Perché c’è stato un tempo in cui tutto sembrava possibile, anche avere come numero 10 l’attaccante più forte del mondo. Perché c’è stato un tempo in cui la palla spioveva dritta sul suo petto e lui la addomesticava con la stessa dolcezza con cui un fioraio si occupa del suo giardino. Faceva questo, in fondo, Hernan Crespo: dispensava pillole di dolcezza. E lampi accecanti di pura potenza. La potenza dolce, l’ossimoro dei perfetti. La potenza dolce, gli opposti che si attraggono. La potenza dolce, un centravanti argentino con i capelli lunghi, la maglia più bella del mondo, una rete che si gonfia, un urlo nella notte e una mano tesa che si tende per aiutare a rialzarti dopo che nell’esultanza per il gol sei finito a terra. Quella mano amica, quella di chi ti ha appena servito l’assist perfetto con un lancio millimetrico da metà campo.

Write a response

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Close
Laziocrazia.eu © Copyright 2018. All rights reserved.
Close