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Il gol di Milinkovic contro l’Inter per essere felici

Mi basta il gol di Milinkovic contro l’Inter. Non si sa ancora come andrà questa stagione, se finirà, come andrà. Ma ritornateci adesso, in questo lunedì, l’ennesimo senza quell’intensa sensazione di pienezza che lascia sempre il campionato.

Mi basta il gol di Milinkovic contro l’Inter. L’attesa della serata, l’attesa di quel calcio d’angolo, le sensazioni premonitrici provate mille volte, sempre disattese. Quella sensazione che è la vera vittoria di Inzaghi, che qualcosa di diverso fosse finalmente possibile, contro ogni logica. Il calcio d’angolo, il movimento di Leiva che inizia una sequenza di eventi francamente incredibile. Leiva fa un movimento che attrae fuori un uomo, senza guardare dietro di sé, e forse è un bene. Perché succede di tutto.

Il primo a tirare qualcosa di incredibile, dopo un tentativo di colpo di testa di Milinkovic, una premonizione, è Marusic. Non so cosa salti in testa a Marusic, prima la controlla come di mento, poi prende la palla troppo bene, troppo sincronizzato alla perfezione col suo tempo, con lo spazio, come se fosse una danza improvvisa ed esclusiva. E parte una pallonata forte. Quelli bravi direbbero: ” a botta sicura”. Come quelle volte al mare, quel tiro impossibile che conclude una tedesca con una lunga corsa verso il mare. Il tiro è perfetto, ma sarebbe banale chiuderla così. Il salvataggio sulla linea se lo rivedete 5-6 volte di fila rischiate di impazzire, è un bug, qualcosa di impossibile. A salvare sulla linea è l’antimateria.

A quel punto un liscio è l’unica reazione possibile, un pallone che esce fuori come da una mischia impossibile di rugby. Il tentativo di rinviarla è altrettanto goffo, basito, f5. Poi succede. Sergej la tocca col destro ed è già oggetto nel suo inventario, ce l’ha in saccoccia. La sposta, sul mancino, con un colpo secco, la sferza per terra.Lukaku è vicinissimo, sembra un altro bug. Sembra quasi passare attraverso Milinkovic, come se non potesse alla fine impedirgli niente. Non potesse impedire che il pallone viaggi prima verso il sinistro di Milinkovic, poi venga spedito all’angolino. Come se a Campo de i Fiori lo sguardo riuscisse a cogliere, nel viluppo dei corpi, un tavolino, o uno sguardo che ammicca. Milinkovic ammicca alla porta, poi comincia a correre. Si sente un boato, preparato da un respiro trattenuto, che raramente ha colpito con tanta forza le arcate anni ’90 dell’Olimpico con la Lazio in casa.

Milinkovic è rosso all’inverosimile in viso, sembra che l’urlo immenso sentito in realtà sia solo suo, scivola a terra, viene abbracciato da Adekanye poi arrivano tutti. Inzaghi va verso la panchina come se avesse dimenticato qualcosa. A quel punto tutti stanno abbracciando Milinkovic, il primo ad arrivare come un razzo, quasi con lui, è Lazzari, ex Spal timido e bravo. Poi gli altri. A fine abbraccio Luis Alberto sembra dire qualcosa di simpatico a Vavro che mastica una gomma e Correa. Che sorride appena. Inzaghi nel frattempo forse ha ricordato cosa aveva lasciato in panchina. In quella partita. In quel secondo. Un pezzo di anima di questo campionato assurdo. “Devono sapere che siamo lì”, dirà il serbo a fine partita. Devono sapere che siamo lì. Stare lì, per essere felici.

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