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E segna sempre lui

Signori era il mio idolo, l’idolo di tutti noi. Lo era perché faceva gol. Ne faceva caterve e spesso belli. E la bellezza è componente fondamentale in ogni processo d’innamoramento. Il gol contro l’Inter, o quello contro il Torino, quelle percussioni devastanti col sinistro secco che non sapevi se finiva sul primo o sul secondo palo. Il pallonetto, delicato, nella neve ad Ancona, con il pallone arancione che s’insaccava docile sotto la traversa della porta difesa da Micillo. La girata (di destro!!) nella nebbia del derby e quel rigore all’ottantottesimo dopo il fallo di Lanna (“Agguanta la palla Marco Lanna!”), Cervone spiazzato, corsa sfrenata sotto la Nord, con la faccia deformata dalla gioia di essere sempre lui, l’unico, il solo, il re.

Signori era la figurina che aspettavo quando scartavo, lentamente, i pacchetti Panini. Signori era l’incubo dei compagni di classe romanisti, quello che li colpiva sempre, quello del quale non pronunciavano neanche il nome. Oggi Beppe compie 50 anni. E se ragiono con la testa del ragazzino infatuato, allora, le reazioni sono due: nostalgia e ansia. Nostalgia dei suoi gol, di una Lazio che cresceva, di un’età meravigliosa. Ansia dell’ “ammazza quanto so’ vecchio”. Ma se ragiono con la testa del vecchio, o meglio dell’adulto, quello che mi viene in mente è solo gratitudine. Per esserci stato. Al posto giusto, al momento giusto. Perché Signori è stato quello che Piola fu per i nonni, quello che Chinaglia è stato per i padri. E’ vero, Long John ci portò allo Scudetto, condottiero di una Lazio folle e meravigliosa; ma Beppe è stato tutto quello che un ragazzino laziale di inizio anni ’90 poteva desiderare, anche senza trofei.

Signori è un eroe romantico, in lotta con il destino, gravato da un destino avverso, un po’ come i protagonisti dei film di Sjöström. Ha creato, con i suoi gol, con la sua figura, le basi per una Lazio protagonista, vincente. Salvo poi andarsene, schiacciato dalla presenza ingombrante di un 10 venuto da Genova e perdersi quello che gli spettava: la gloria sportiva. Quella d’amore, però, è sua. Per sempre. Re.

Articolo a cura di Marco Valerio Bava

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