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Pensieri sparsi: i dolori del giovane Felipe Anderson

È possibile comprendere Felipe Anderson? Perchè non sembra mai in grado di esprimere pienamente il suo talento? Proviamo a darvi la nostra opinione.
[Attenzione: prima di iniziare a leggere questo articolo, vi consiglio di mettere come sottofondo questo]

Quando si parla di Felipe Anderson, i tifosi laziali sono sempre spaccati in due grandi gruppi: chi non tollera la sua enorme discontinuità, sia durante l’arco di una stagione sia durante una singola partita, e chi lo difende a spada tratta, memore di ciò che è in grado di fare, come ha pienamente espresso tra dicembre 2014 e aprile 2015. E poi c’è chi, come il sottoscritto, non può fare a meno di odiarlo e amarlo contemporaneamente, nonostante tutto, senza riuscire a risolvere questo conflitto, in quanto conosce perfettamente i tormenti interiori che potrebbe portarsi dietro Felipe.

Chiariamo subito due cose: una, Felipe Anderson non può essere etichettato come “pippa“. Uno che fa numeri del genere non può esserlo.

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Due, quando Anderson sembra a tratti indisponente, quasi non avesse voglia di giocare, per chi scrive non è così. È tutto legato ad una fragilità e ad una insicurezza nei propri mezzi così radicata nell’animo da causare una paura di commettere un errore quasi insuperabile: l’errore, data la totale mancanza di self-confidence, viene visto non come una possibilità eventuale, da accettare e superare, ma esclusivamente come una conferma, l’ennesima, dell’assenza del proprio talento e, soprattutto, dell’assenza del proprio valore, come una conferma di non essere capace di fare niente.
Quindi si rinuncia a tentare, a cercare e scoprire i propri limiti, perchè si ha troppa paura di un esito negativo che annichilirebbe qualsiasi forza di volontà residua, esito che distruggerebbe completamente la fiducia in se stessi: allora l’unica soluzione che si trova è questo comportamento, una fuga da qualsiasi tentativo, per evitare un dolore interiore enorme. Come se si arrivasse ad avere talmente paura del mare, al punto da scegliere di annegarci, per togliersi il pensiero.

Felipe Anderson è un novello Amleto, principe di Danimarca, che si chiede “Essere, o non essere, questo è il dilemma. Se sia più nobile d’animo sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell’iniqua fortuna, o prendere l’armi contro un male di triboli e, combattendo, disperderli? Morire, dormire…nient’altro.” per poi non trovare mai una soluzione a questo problema, in quanto troppo terrorizzato di scoprire di non esserne all’altezza, di non riuscire ad ottenerla, e precipitare così in preda ad uno sconforto totale dato da una tale delusione. Conscio di ciò, rinuncia alla lotta, perchè “la coscienza ci rende tutti codardi“, ed evita direttamente a lotta, perchè crede sia l’unico modo rimastogli per non abbattersi.
Diversamente, si potrebbe vedere Felipe Anderson molto simile a Don Chisciotte de la Mancia, che vede i mulini a vento (metafora delle sue paure e dei suoi limiti) come enormi giganti, praticamente invincibili per noi poveri mortali: solamente l’amore per la sua Dulcinea lo spinge ad affrontarli, a superare loro e le sue insicurezze, a mettere da parte la paura. Ed è questo che è essenziale, una fortissima motivazione: chi la Dulcinea di Felipe? Può esserla la Lazio? È quello che alcuni tifosi laziali, me compreso, si augurano.
D’altronde, i tifosi laziali si augurano anche di raggiungere nuovamente un’età dell’oro, dopo i fasti del periodo cragnottiano, per rinverdire i ricordi alla voce “Trofei”: Virgilio aveva annunciato un tale avvenimento, una rinascita dell’uomo in una nuova età dell’oro, nella quarta egloga delle Bucoliche; questa era sarà annunciata dalla nascita e dall’arrivo di un puer, un bambino, sulla cui identità si è ipotizzato a lungo durante i secoli (fra tutte le interpretazioni possibili, indicherebbe Gesù Cristo, o Peter Sagan. E le due persone potrebbero coincidere.), il quale sarà simile ad un dio, e porrà termine a tutte le guerre. E di guerre, tra i tifosi laziali, ce ne sono fin troppe. Infatti aspettano ancora l’arrivo di questo puer, che ancora non si è manifestato, nonostante candidati molto promettenti (Maurito, dove sei?), e una grande fiducia in tale evento. Potrà esserlo Felipe?
Uscendo per un attimo dall’esclusività del calcio: perchè Felipe Anderson non può essere come Peter Sagan? Entrambi hanno un talento sconfinato; eppure, a differenza del primo, il ciclista slovacco ha una tale fiducia nei propri mezzi e una tale consapevolezza della propria forza che, nonostante perda gare in maniere stupide e ignobili per il suo talento, non si lascia scalfire da queste sconfitte, e compie gesta clamorose. vince Mondiali praticamente da solo, domina da anni la classifica a punti del Tour de France, parte in fuga durante tappe di alta montagna (in teoria proibitive per uno come lui) arrivando quinto al traguardo. Riesce a fare ciò per una supremazia che deriva da una enorme forza interiore, che non viene incrinata da un eventuale (e raro) insuccesso, ed è questa sicurezza indistruttibile che manca ancora a Felipe Anderson.

Viene da chiedersi perchè sia così. Viene da chiedersi, come cantano nella canzone consigliata ad inizio articolo, ‘How long must I wait for you, to become what I need?‘. E una risposta potrebbe servirci.

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