A volte le favole finiscono male, anche le più belle.
8 novembre 1998, giorno della fine della nostra storia, giorno di dolore e lacrime per un ragazzo umile e gentile nelle parole, ma fiero lottatore con il pallone tra i piedi e la nostra maglia sulle spalle.
Pierluigi Casiraghi: uno Juventino buono solo con la testa.
Forse non tutti i laziali la pensavano così, sicuramente lo pensavamo io e il tizio che, nel piazzale assolato davanti all’edicola sotto casa, si chiedeva a cosa servisse un ariete di testa con un pessimo crossatore come Favalli. La verità è che sui giornali era uscita la bomba: la Lazio aveva acquistato l’attaccante dell’Olympique Marsiglia, fresca vincitrice della Coppa Campioni, un talento straordinario di nome Alen Boksic. C’era da aspettare, sarebbe arrivato non prima di Novembre e allora teniamoci Casiraghi. Ero deluso.
Casiraghi non era alto, non faceva numeri, correva tanto ma la palla in rete non la metteva mai. Il confronto con il suo compagno di reparto, Re Beppe Signori, era imbarazzante. Finalmente Boksic arriva e all’Olimpico lo vediamo in un pomeriggio di pioggia contro il Torino. Sono seduto nelle prime file, quelle non coperte, della tribuna Tevere. Voglio vedere il croato da vicino. Prima della partita viene premiato Gregucci, bandiera laziale passato in granata. E’ un saluto commovente che fa preludio ad un pomeriggio così amaro come solo i laziali possono vivere. Comincia la partita e Boksic è un angelo caduto dal cielo: velocità, controllo di palla sontuoso, sembra un calciatore arrivato dal futuro. Dopo pochi minuti il croato segna. Siamo in visibilio, Casiraghi è già dimenticato. Invece…
Nel secondo tempo il Torino pareggia e a dieci minuti dalla fine segna di nuovo, proprio con Gregucci. Mi sento ancora addosso la tristezza di quel pomeriggio, il mio sguardo che segue Gregucci non esultare e Zoff impietrito in panchina. Però Boksic é un campione, lo hanno visto tutti, e la storia di Casiraghi in biancoceleste sembra già finita. La stagione della Lazio sarà deludente, così come quella del nostro Gigi.
In estate, però, cambia tutto. Dalla rivelazione Foggia arriva al Maestrelli il tecnico boemo Zdenek Zeman. Il calcio romano sta per cambiare completamente la sua storia. Noi tifosi prigionieri dell’afa romana non possiamo ancora sapere, che sui monti devo la Lazio è in ritiro, sta nascendo una delle squadre più spettacolari e amate della nostra storia.
Il 4-3-3 diventa la nostra nuova religione. Si gioca all’attacco, si gioca per vincere sempre. Davanti Zeman crea uno dei tridenti più devastanti mai visti: Boksic e Signori ai lati e Casiraghi al centro. Il boemo porterà a Roma anche Roberto Rambaudi, amato poco da noi e moltissimo da lui. Lo vedremo spesso in campo ma al centro del tridente ci sarà sempre Pierluigi Casiraghi. Scopriamo che Gigi ha un super potere: riesce, dopo aver saltato, a restare sospeso in aria per qualche istante e colpire il pallone con eleganza, forza e precisione. Riesce a trasformare banali rilanci in azioni da goal, segna, si muove alla perfezione negli schemi di Zeman. Nel corso del campionato trova una forma fisica strepitosa, abbassa la testa ed attacca centralmente sfondando le difese, lotta come una tigre.
Poi arriva uno splendido pomeriggio di sole allo stadio Olimpico. Un pomeriggio che finisce con Batistuta e Rui Costa a testa bassa e noi laziali che ci allontaniamo dallo stadio frastornati, increduli, di aver visto i nostri travolgere la Fiorentina 8-2. Il Dio del calcio quel pomeriggio ci concesse di vedere una squadra perfetta. Era difficile seguire quelle azioni così veloci e travolgenti. Una macchina perfetta, un Boksic straordinario, e un Casiraghi che vive la sua giornata perfetta: 4 reti e una partita devastante.
Nella mia vita da tifoso i giocatori che ho finito per amare di più sono stati quelli che inizialmente non mi piacevano e non volevo. Casiraghi è stato uno di questi. Ci ha fatto innamorare, partita per partita, a forza di capocciate e magliette sudate. Le sue erano esultanze splendide. Ricordo una rete, sotto la sud, nel derby. Una rovesciata di furbizia e agilità, una corsa impazzita, ed io in ginocchio a strillare davanti alla tv.
Con l’addio di Zeman la storia di Casiraghi laziale cambia. Sta nascendo la Lazio vincente. La sua gagliardia fisica, fondamentale per il suo gioco aggressivo, si sta appannando. Lo ricordo lottare fino all’ultimo ma ricordo anche tanta panchina. Un Leone in panchina non può stare ed ecco che, in punta di piedi, come era arrivato, decide di andar via. Vola al Chelsea, meta di tanti italiani. Il calcio inglese sembra perfetto per lui ma la storia, di colpo, finisce. 8 novembre 1998. Il portiere Islop gli frana addosso, il ginocchio va in pezzi. Casiraghi si cura, prova a rialzarsi, lotta come lo abbiamo visto fare tante volte in campo, ma non giocherà più. Non tornerà più a Roma. La Lazio sembra averlo dimenticato. Non lo abbiamo dimenticato noi tifosi.
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Articolo a cura di Thomas Del Duca
