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Delio Rossi si sta reincarnando in Simone Inzaghi

Si dice che i numeri nel calcio contino poco. Si dice che ad essere decisivi siano il talento, le idee e il coraggio di cambiare. Eppure c’è una sequenza di numeri che può aiutare a realizzare i sogni, anche quelli più incredibili. Si comincia con i difensori , 4 se ami i grandi classici o 3 se vuoi creare ma ami il rischio, poi i centrocampisti, da 3 a 5 con tante varianti, e poi le punte, puoi arrivare a 3, se parli boemo e ami lo spettacolo, o lasciare un uomo solo dalle spalle larghe e la fame insaziabile. Lo scopo é sempre lo stesso, coprire il campo, tenere il pallino del gioco, creare e non subire.

Simone Inzaghi non ama i cambiamenti, lo abbiamo imparato, forse manca anche di coraggio, però, nella sofferta serata di Verona, ha dimostrato di avere memoria e un pizzico di riconoscenza, Memoria di quando era ancora giocatore, ormai al tramonto, e riconoscenza per un uomo, calvo, sguardo perennemente preoccupato, scarpini ai piedi e gomma in bocca, che su quella stessa panchina, tanti anni prima, ha fatto una magia. Delio Rossi per portare la Lazio, quella Lazio, in Champions ha compiuto veramente una magia, e ogni incantesimo ha bisogno di una formula. La sua è stata 4-3-1-2.

Al Bentegodi Inzaghi, nell’intervallo, ha tolto Radu e inserito Caicedo abbandonando il suo granitico 3-5-1-1 e riproponendo il vecchio modulo di Delio Rossi.
Mi sono commosso, lo ammetto, ma all’amarezza per lo striminzito pareggio si è aggiunta la delusione per aver visto il nostro tecnico non aver compreso la vera essenza del modulo Rossiano: la scelta degli uomini. In questo Rossi fu un maestro.

Il 4-3-1-2 ha bisogno di genio, ma non quello esagitato di Correa, che schizza da una parte all’altra per far vedere quanto é bravo, bensì quello indolente di Stefano Mauri, lento e dinoccolato, a tratti assente, ma capace di accendersi e inserirsi e segnare magari un goal incredibile. Prendere quell’esterno lento e anonimo, arrivato in un freddo Gennaio, e trasformarlo in un sinuoso fantasista é stata la mossa geniale di Delio.
Poi c’è la linea di centrocampo. Ci vogliono due soldatini, due giocatori del Subbuteo, anonimi, che corrono fino allo stremo. Bisogna scegliere i due più umili, quelli che li vedi e dimentichi un secondo dopo. Delio aveva Mutarelli e Mudingay. Corsa e botte. Qualche goal lo hanno anche fatto, ma sono stati episodi sporadici, la gloria personale non li riguardava. Il loro vero compito era combattere e proteggere il principe del centrocampo, il regista centrale . In quel ruolo ci voleva uno bravo, un leader. Delio Rossi scelse quello con la faccia più sveglia, che lo guardi e pensi “questo é forte”. Christian Ledesma. Poco Argentino, molto italiano. Il mio vicino di posto all’Olimpico, il giorno del suo esordio, dopo trenta secondi lo condannò con “è più forte Baronio”. Il mio vicino, nelle prime partite, sembrava aver ragione, ma Delio ha tenuto duro e un goal meraviglioso contro i cugini gli ha regalato, e ci ha regalato, un capitano e un uomo vero ma soprattutto un regista con i piedi buoni e il cuore grande. Abbiamo la linea a tre, abbiamo il fantasista, ora ci vuole il bomber. Delio Rossi ci pensa: c’è quel ragazzo che sembra già vecchio, non ha un gran fisico e un nome da straniero, però è volenteroso e cattivo. Sembra uno di quei calciatori amatori over 40, indistruttibili, che il lunedì al calciotto corrono come podisti e sotto porta sono una sentenza. Tommaso Rocchi diventa il terminale di quel modulo magico, ci darà l’anima e più di cento goal. Manca ancora qualcosa. Manca l’imprevedibilità, il pizzico di magia. C’è un ragazzo straniero, una promessa, é stempiato ma il sinistro non é male. Goran Pandev. Vincerà il triplette con Mourinho all’Inter ma per tante stagioni sarà la stella di quella squadra e di quel modulo. Attaccante, ala, largo a destra, poi a sinistra, cambi di posizione con Mauri in un dialogo di sinistri magici.

Delio Rossi ha costruito una macchina perfetta. Romantica. Sempre sul punto di ingolfarsi ma capace di imprese memorabili. Sberle ai cugini e un campionato che da -11 ci porta in Coppa dei Campioni. Arriveranno altri uomini. L’incredibile Zarate, il misterioso Jiménez e la faccenda del mobbing ternano, il triste Meghni e la sua carriera costruita su un solo dribbling riuscito ma Delio cercherà sempre, nei suoi anni laziali, la creatività, il piede giusto che trasformasse quel modulo in magia.
Inzaghi non ha ancora imparato la lezione di Delio Rossi. Per regalarsi i sogni bisogna prendere quella maglia bianco celeste e riempirla di uomini veri e di fantasia.

Articolo a cura di Thomas Del Duca

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