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Dedicato a chi non è abituato alla Lazio

In queste righe si immedesimeranno sicuramente tutti i  “laziali di provincia” come me, cioè tutte le persone che non hanno la fortuna di vivere nella Capitale: noi che per andare allo stadio dobbiamo fare ore di macchina (comprese quelle per trovare parcheggio, non dico proprio vicino agli ingressi dell’Olimpico ma almeno nella stessa città), noi che da bambini pregavamo papà di fare l’abbonamento in curva e invece dovevamo accontentarci di guardare 2-3 partite l’anno (se andava bene), noi che prendiamo il treno per andare a vedere in campo due locomotive (Felipetto e Jordan chi?); ma soprattutto chi non incontrerà mai un Milinkovic qualsiasi passeggiando per la sua città.
Ecco, tutti i tifosi sognano di incontrare i propri beniamini, ma ovviamente non tutti hanno questa fortuna, soprattutto chi vive lontano.

Perciò voglio raccontarvi di quello che è successo l’altro ieri nella mia città, Cassino, che per una sera ha attirato l’attenzione di giornalisti, TV e appassionati: grazie al Premio Maestrelli (sì, la lacrimuccia che scende è d’obbligo, anche se parliamo del figlio Maurizio) ho visto per la prima volta in vita mia, di persona, addirittura vicino casa, gente che di solito guardo su Sky.

Sui manifesti c’erano un bel po’ di nomi: Ventura, Di Francesco, Zappacosta, Kaladze e, udite udite, Riccardo Cucchi, Igli Tare e Ciro Immobile

Inizio della premiazione fissato per le 20:00.
Sono davanti al teatro per le 17:00.
Vicino a me: delle ragazze arrivate da fuori (questo ed altro per Ciruzzo) e un gruppo di anziani in attesa della processione di Santa Rita (Immobile è per tutte le età).

“Sono le 18 e 4 minuti del 14 maggio del 2000, la Lazio è Campione d’Italia
Alzi la mano chi non pensa a queste parole quando guarda l’uomo che le ha pronunciate.


Eh sì ragazzi, ho Riccardo Cucchi a portata di mano; foto di rito e, cosa che sognavo di dire fin da bambino al primo personaggio famoso che mi sarebbe capitato a tiro, “scusi, signor Cucchi, una firmetta qui per il conto corrente?”.

Dedica e cafonaggine a parte (è tutto vero, giuro su Patric), ecco che arrivano Stefano Vecchi (felice come un bambino mentre scambia battute sulla partita di domenica con due giovani tifosi) ed Eusebio Di Francesco, tra gli elogi dei tifosi della seconda squadra della Capitale.


Si fanno le 20:00, nel frattempo la strada è piena di gente, si vedono tante magliette biancocelesti ed ho scambiato due chiacchiere con le ragazze di prima (evviva le aquilotte).
C’è tensione nell’aria, e tutti aspettano Ciro; il malcapitato giornalista Mediaset, preso d’assalto dai presenti, un’oretta prima aveva tranquillizzato tutti dando per certa la presenza di Immobile.

La premiazione non inizia, mancano ancora tanti ospiti, quando ecco che scende dalla macchina, freddo e statuario, in orario come l’inizio della campagna acquisti della Lazio, il buon Igli Tare (nel chiedergli una foto, lo ammetto, ho un’ansia non indifferente; giusto il tempo di litigare con un giornalista, perché Igli è fatto così e a noi va benissimo, ed eccolo tutto per me).


La felicità del momento si spegne all’improvviso quando inizia la premiazione.

Ciro non c’è
.
È a Norcia.
Una nuvola di tristezza sovrasta i presenti.

I bambini piangono.
Le ragazze si disperano.
I ragazzi anche, perché Ciruzzo fa questo effetto.

Un pomeriggio intero ad aspettare, tutti in piedi.
E se l’attesa di Ciro, fosse essa stessa Immobile?

Articolo a cura di Aldo Di Placido

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