Credo che la mia Lazio sia come il protagonista della vecchia canzone di Enzo Jannacci “Faceva il palo”.
Una banda di ladri improvvisati cerca di fare una rapina e lascia uno dei suoi componenti fuori a fare, appunto, il palo.
Dimenticandosi però che non ci vede quasi nulla, quindi arriva la polizia e li arresta tutti, tranne lui. Che resta imperterrito lì fuori con le persone che passano e gli danno delle monetine, che lui pensa siano il bottino a rate.
Anche noi ci siamo fermati su quel palo del Brugge. Ok sulla traversa.
Abbiamo fisicamente passato il turno, ma mentalmente no.
Il traguardo storico che doveva regalarci fiducia, consapevolezza e magari col tempo meno stanchezza, dovuta alle partite ogni 2/3 giorni, in realtà ci ha svuotati. Sembra quasi che sia dovuto, vincere con l’Hellas, trovare goal col Benevento. E siamo lì imperterriti pure noi, come il palo, col nostro 3/5/2 che conoscono tutti ormai, e Inzaghi Pippo pure meglio essendo fratello di Simone. Prevedibili, lenti e quasi compiaciuti della singola giocata sterile. E allora Lazzari avanza, poi si ferma e torna indietro.
Marusic, nell’involuzione che sta avendo, non ci prova nemmeno ad avanzare, e corricchia verso il centro dove la tocca al compagno più vicino.
Luis Alberto sembra interessato solo alle giocate di stile come fosse un influencer di instagram, salvo poi perdere palloni che regalano ripartenze.
E ne cito solo 3.
L’unica speranza è che le partite migliori le abbiamo fatte con Borussia (entrambe), Inter e Juventus. Magari con Napoli e Milan troveremo di nuovo gli stimoli giusti. Anche se io questa cosa degli stimoli ho sempre fatto fatica a capirla. Non abbiamo 9 anni, non siamo a scuola e allora matematica ci piace e scienze no e studiamo solo la prima. Questo è lavoro. E già lo stipendio, enorme, dovrebbe, anzi deve essere uno stimolo sufficiente. E ok Radu sabato ha mezzo regalato un goal, ma vorrei vedere in tutti la voglia che aveva ieri quando, anche se già sostituito, prima strappa di mano un pallone al raccattapalle per velocizzare l’azione, poi gli chiede scusa. Ci sono ancora 2 partite prima della sosta, che possono farci tornare aquila. Che possono dare un senso alla stagione, oltre al sogno di passare col Bayern, che ok ci sta cullarlo. Ora non siamo aquile, ora siamo gabbiani, come cantava Giorgio Gaber, “senza più neanche l’intenzione del volo, due miserie in un corpo solo”.
Articolo a cura di Giulio Lenotti
